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"Il coraggio di scrivere"

Molossi, penna in prima linea

Domani la presentazione del libro, da sabato in edicola

Molossi, penna in prima linea

Baldassare Molossi (1927-2003) nel suo ufficio in Gazzetta

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La casa editrice Diabasis e Gazzetta di Parma presentano il libro di Baldassarre Molossi "Il coraggio di scrivere" a cura di Giuseppe Massari, con prefazione di Antonio Patuelli, venerdì 19 settembre alle ore 18 a Palazzo Soragna, strada al Ponte Caprazucca 6/A. Il libro sarà in vendita in edicola con la Gazzetta a partire da sabato

Il libro

Quando, un giorno, si scriverà finalmente la storia del giornalismo italiano nella seconda metà del Novecento (un giornali-
smo, sia detto subito, ideologicamente condizionato, inquieto, titubante e spesso letterariamente molto ignorante) non si potrà non tener conto di questo magnifico e colto volume pubblicato da Diabasis, «Il coraggio di scrivere» di Baldassarre Molossi, un volume che è stato ottimamente curato da Giuseppe Massari e prefato da Antonio Patuelli: un volume, inoltre, che illumina subito, spaccato com'è tra vecchie e nuove tendenze ideologiche e morali, le versioni della vita, della società, degli atteggiamenti e dei personaggi in un periodo storico difficile e aspro, agro di rimorsi, pentimenti e presunzioni. Baldassarre Molossi è un testimone scomodo. Di questa sua posizione fece un vanto. Di questo suo vanto una denuncia, e della denuncia un esempio di giornalismo, lui che agli amici che lasciavano Parma per i giornali e le riviste maggiori diceva: «Ma se voi andate via, chi resterà a parlare qui di noi?». Lui rimase. Quando fu insediato alla «Gazzetta» quasi per un diritto dinastico, tolse subito le ragnatele che occupavano in tutti i sensi la vecchia redazione e vi immise lo spirito de «L'uomo libero», anche libero di sbagliare, ma con lo spirito di una nuova curiosità che i dolori, le rinunce, il sangue e il carcere della seconda grande guerra avevano limato sino all'estrema sofferenza. Dunque, prima di tutto, un giornalismo attento, e non solo informativo. Ha pienamente ragione Massari: «Molossi non si negò mai agli slanci disperati, agli assalti dell'assoluto dei grandi nostri maudits: tenendo come riserve preziose da intaccare nei tristi, bui momenti di carestia, il furore iconoclastico dei tuttora non replicabili Bruno Barilli, Ubaldo Bertoli, Remo Gaibazzi e Luigi Malerba. E, valga come avviso ai naviganti, egli mai fu fuori traccia, come è fuori traccia un ritratto di Molossi che lo costringa in abiti non suoi, quelli della dimessa grisaglia del fideismo piccolo borghese». Ben detto e ben scritto. Una misura con la quale sempre fare i conti, anche quando era difficile e rischioso farli davanti all'intolleranza e alla rabbia degli scalmanati e dei fanatici. Dunque, come si può agevolmente constatare leggendo queste pagine - che sono soltanto un segmento piccolo, ma importante, dei trentacinque anni di direzione del giornale - dove «l'umanità, la passione emiliana e parmigiana, le caratteristiche del suo carattere emergono ancor più nitidamente nelle recensioni e nei ricordi sulla vita civile» - come scrive Patuelli - Molossi accettò e sostanziò un'esperienza di vita che faceva parte della propria passione, col dire «io sono qui» tutti i giorni, a commentare ciò che fa parte di noi, del nostro modo di vedere e giudicare le cose, di reggere i ruoli che il destino ci ha affidati, di affermare o smentire le nostri deboli verità, di avanzare dubbi, sospetti e speranze. Il lavoro del giornalista, insomma: con, in più, quel paziente lavoro del mestiere di vivere che il quotidiano confronto con la città esigeva. Giuseppe Massari, consapevole delle tensioni politiche, culturali e sociali del ruolo di Molossi (direttore di una «piccola nave corsara», lui diceva, in una città «rossa») ripercorre un certo cammino (marzo '74 - dicembre '92, con qualche altra pagina d'occasione) ne esamina, secondo una fitta trama di rapporti e incastri, le risultanze e ne proietta poi sulla grande tela dei fatti e dei personaggi la storia, le contraddizioni e le intuizioni. Ma ciò che più conta, ora, dopo il passo incerto di tanti anni, è il confronto straordinario che ne possiamo ricavare, oltre l'immediata percezione di quella prosa che incideva, col dito puntato, tra ironia e saggezza, tra sorriso e confessione, l'intima percezione del presente, il leggere «tutti i giorni la Gazzetta», anche da parte di coloro che sostenevano e sostengono di non leggerla ma che la sbarlumano regolarmente e gratuitamente sui tavoli dei caffè. «Gazzetta dixit», anche, culturalmente parlando, con gli «scrittori che non esistono», mi diceva Sarre sorridendo di complicità, e con i pittori, i registi, gli attori e i poeti della tradizione e del momento che battevano tutti i giorni alla porta della direzione. E, a proposito, vale la pena adesso di rivolgere la nostra attenzione anche verso lo stile giornalistico di Molossi, cioè il suo modo d'esprimersi e di commentare la proprietà o l'improprietà degli argomenti e delle situazioni: commenti che dovevano essere brevi e precisi, limpidi e semplici. E qui, allora (a parte «La coda del diavolo» che sublimò allegramente la festa e la suggestione della battuta!) ci soccorre l'esame molto particolareggiato e puntuale di Giuseppe Massari, il suo saper leggere in controluce gli atteggiamenti del direttore e un saper vedere la realtà - quella politica specialmente - come un muro di difesa interrotto da molte feritoie e porte, un muro non di isolamento ma di demarcazione, che stabilisse la natura dei dubbi, la banalità degli atteggiamenti, la mentalità dei rifiuti e degli entusiasmi. Una ricerca politica ed etica, insomma, con i nomi di Einaudi (si legga il discorso d'insediamento del maggio '48 riportato a fine volume), di Croce, di Pertini, di Montanelli, Guareschi, Pietrino Bianchi, Zavattini, Giacomo Ulivi, Egisto Corradi e Longanesi solo per citarne alcuni, che servono da confronto e raffronto per prestigio e storia personale. Quella storia che ogni giorno sulle pagine del giornale doveva misurarsi con ben altre e più sordide realtà e intenzioni, che il direttore testimoniava un po' per tutti senza disertare con fedele e sensibile fedeltà alla cronaca, osserva Massari, e con quella nobiltà d'animo che il giornalismo non cialtrone pretende. Il giornalismo più difficile racchiuso in quel progetto di Molossi che diceva: «Voglio fare una grande Gazzetta, non un piccolo Corriere» rilanciando così il prestigio del più antico quotidiano italiano ancora orgogliosamente vivo come il suo direttore in queste pagine d'impegno e di servizio. Indimenticabili, per alcuni motivi. Intanto, per la loro curiosa, anche oggi, modernità. Se la storia si ripete, si ripete anche la cronaca di una comunità, di una città, e il giornale di quel territorio impietosamente la registra.
Molossi non perde occasione per compiere il gioco molto serio e proficuo dei confronti: questo è un altro pregio dei suoi commenti. Ripensarci, confrontarsi, analizzare i fatti: guardare avanti tenendo gli occhi fissi, però, sulla filigrana del passato che non s'oscura mai. Un'altra prova ancora lo seduce: è il senso dell'orgoglio cittadino che la «Gazzetta» in più di due secoli di vita ha raccolto come un grande testo di Storia, la sua e quella dei suoi abitanti. Occorre conservare questo patrimonio, accrescerlo, rivitalizzarlo e renderlo politicamente fruttuoso, mentre le notizie si succedono, si accavallano e si sovrappongono ora smentendosi ora confermandosi. C'è, nella pagina di Molossi, il suo consapevole contributo a capire la realtà, ma anche a sostenerne la vitalità, come ci suggerisce Massari: c'è, in pratica il senso della vita, degli affetti, dei dubbi, dei rimorsi, e c'è persino il segmento familiare, delle amicizie, dell'essere parmigiano.
Un senso, vorremmo chiamarlo, d'amore, con quella sprezzatura che il grande amico Indro Montanelli aveva definito passione e conoscenza anche nel momento della rabbia e del rimbrotto, perché così si vive e si è d'esempio a chi verrà dopo di noi.

Il coraggio di scrivere
di Baldassarre Molossi
Diabasis, pag. 350

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Marco

    19 Settembre @ 16.15

    Bei tempi che furono. Recentemente invece non mi sembra che la Gazzetta sia un esempio. Ricordo che quando scoppiò il crack Parmalat la Gazzetta fu l'unico quotidiano nazionale a non dare la notizia. REDAZIONE GAZZETTADIPARMA.IT - Di vero, in questo commento, probabilmente non c'è neppure il nome del lettore. Oppure (se non è l'ennesimo codardo pseudonimo di chi pontifica ma si nasconde dietro l'anonimato) è l'unica cosa vera. Le notizie sul crac furono date fin da principio: quel che è vero semmai (ma lo abbiamo anche ammesso ripetutamente) è che all'inizio ci fu effettivamente una certa nostra prudenza nei toni: anche perchè Parmalat aveva abituato a cadute e risalite. E nel mio archivio ho decine di articoli (Sole 24 ore, Repubblica, il Mondo, perfino L'Unità) che fino a poche giorni prima accreditavano Tanzi della possibilità di saltarci fuori ancora una volta (e NESSUN GIORNALE, non solo la Gazzetta, ipotizzò gli aspetti penali che poi emersero così clamorosamente). Quanto alle prime righe, devo deluderla anche lì: in una situazione sicuramente difficile per tutto il mondo dell'editoria, credo che molti giornali di provincia cambierebbero i loro numeri con i nostri... Vede: che la Gazzetta abbia dei difetti ce lo diciamo ogni giorno nelle nostre riunioni, senza bisogno di interventi saccenti come il suo. Quello che mi spiace è che ci ci dà lezioni di obiettività non abbia poi...l'obiettività di riconoscere che questo giornale ha anche tanti pregi. Buona giornata (firmato Gabriele Balestrazzi: e qui può essere certo che si tratta di un nome vero....).

    Rispondi

  • Biffo

    18 Settembre @ 17.16

    Baldassarre Molossi resta, per me, un gigante del giornalismo italiano; corretto, onesto, scolpiva i suoi interventi in caratteri di bronzo su granito, creava articoli d'acciaio, puri come diamanti. Si imponeva, sul mondo di tanti altri scribacchini di serie C, con la sua inarrivabile presenza culturale e la sua acutezza intellettuale. Ho avuto la fortuna di incontrarlo, una volta, e mi intimoriva quella sua possanza, anche fisica, di parmigiano del sasso, burbero benefico, dal cuore d'oro, sotto una apparente dura scorza. Se non vado errato, era amico ed estimatore di Montanelli, che gli ricambiava la stima. Una persona indimenticabile!

    Rispondi

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