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Libri - «La ballata di Abu Ghraib», volume di Philip Gourevitch ed Errol Morris

Libri - «La ballata di Abu Ghraib», volume di Philip Gourevitch ed Errol Morris
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di Giuseppe Martini

Dopo che il documentario «Standard operating procedure» si è portato a casa l’Orso d’Argento a Berlino l’anno scorso mostrando due ore di immagini delle torture inflitte dai soldati americani a detenuti iracheni, ora Einaudi pubblica in italiano il libro del giornalista Philip Gourevitch e del documentarista Errol Morris che fa parlare le persone che hanno visto e sanno come sono potute accadere quelle morbose e crudeli sevizie nel carcere di Abu Ghraib.  Avvertiamo subito che il libro («La ballata di Abu Ghraib», pag. 296, euro 21,00), com'è immaginabile, non rende che una smunta idea delle brutalità che si vedono nel documentario, e si avverte parecchio la rielaborazione del materiale a fini narrativi, passato attraverso le interviste di Morris ai testimoni e la loro ridiscussione con Gourevitch, per cui l’effetto è come di un racconto per interposta persona, anche quando il virgolettato è dei protagonisti. 
A parte questo, serpeggia per tutto il libro la stupefazione per l’atteggiamento di normalità e quasi d’incoraggiamento con il quale la violenza sui prigionieri è accolta dalle istituzioni americane: il Primo Luogotenente Carolyn Wood, che aveva fatto torturare fior di prigionieri in Afghanistan, fu promossa capitano, premiata e mandata a continuare il suo spasso in Iraq.
 Qui un’altra soldatessa, la nota Sabrina Harman, entrata in esercito per pagarsi il college e in realtà aspirante fotografa legale, si trasforma da proverbiale personcina innocua a compiaciuta spettatrice delle torture: una delle foto celebri la ritrae mentre sorride davanti a un mucchio di prigionieri iracheni nudi ammassati e pare fosse lei ad attaccare i fili elettrici al famoso iracheno incappucciato sulla sedia con le braccia aperte. 
Episodi come questi non esauriscono la complessità dei fenomeni: non tutti i soldati, anche graduati, erano consapevoli del fenomeno in cui erano stati risucchiati e dei piani di trasformazione di Abu Ghraib in un luogo di sevizie, e se paradossalmente i prigionieri torturati continuano nel libro a vivere sullo sfondo, come un complemento oggetto necessario, è il perverso meccanismo avallato dai comandi militari a emergere nella sua totale brutalità e depravazione. 
 «Con questo libro esemplare dovremo tutti fare i conti nei prossimi anni» recita lo stralcio della recensione sul New York Observer  riportata nel retro di copertina: a parte la sfiducia che nutriamo sull'eventualità che la civiltà occidentale faccia i conti con situazioni di questo genere a meno che non le entrino fisicamente in casa, in realtà, se si dovrà fare i conti con qualcosa non sarà tanto con la blanda reazione alla guerra in Iraq né con la coscienza smarrita dei vincitori. 
Piuttosto sarebbe il caso di tenere in seria considerazione la tendenza a giustificare il soddisfacimento di istinti primarii, che non sono solo quelli della vendetta o della crudeltà, ma anche quelli quotidiani di progressiva e subdola esclusione dei diritti e dell’esistenza dell’altro, che rappresentano un sintomatico allarme sulla discesa della parabola di una civiltà. E sappiamo purtroppo cosa succede, periodicamente, in questi casi.
La ballata di Abu Ghraib
Einaudi, pag. 296, 21,00
 

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