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Nel regno di Osiride

Nel regno di Osiride
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di Pier Paolo Mendogni
Vita e morte erano strettamente legate nella cultura egiziana anche perché si credeva nella esistenza ultraterrena per la quale però occorreva avere una sepoltura e un corredo funerario adeguati. Il dio che governava il regno dei morti e che garantiva la vita eterna era Osiride, egli stesso morto e rinato come narra Plutarco di Cheronea nel «De Iside et Osiride», che costituisce il testo greco più approfondito sulla religione egiziana. Secondo la leggenda da lui riportata, Osiride veniva ucciso dal fratello, l’invidioso dio Seth, e il suo corpo tagliato in quattordici pezzi, poi dispersi. Iside, sua sposa e sorella, li ricercava e per ognuno costruiva una tomba. 
Rinato grazie a Iside a una nuova esistenza eterna, Osiride, che aveva insegnato agli uomini a coltivare la terra e produrre vino, acquisiva altre prerogative diventando la divinità più importante. Il culto di Osiride ha ricevuto un notevole impulso durante il regno del faraone Sety I (1290 - 1279 a. C. - XIX Dinastia) che faceva costruire ad Abido l’Osireion, una grande tomba sul luogo in cui si diceva fosse conservata la testa del dio. Al suo culto veniva associato quello di Ra ed entrambi rappresentavano le forze della creazione, legate ai cicli naturali, che trionfano sulla morte. «La vita eterna che il mito prospetta a ogni egiziano - ha scritto Daniela Picchi, conservatore della Collezione Egiziana del Museo Civico di Bologna - a seguito della trasformazione di Osiri da benevolo e illuminato sovrano terreno a signore dell’Oltretomba a cui si unisce Ra nel suo viaggio notturno, è di fatto una rinascita sotto nuove forme. Il rituale funerario, la sepoltura e il corredo di oggetti che accompagnano il defunto devono permettere questa rinascita, rendendo immortali gli elementi corporei e incorporei attraverso i quali si manifesta l’esistenza dell’individuo, il corpo, il cuore, il nome, l’ombra». 
La straordinaria tomba del faraone Sety I, una delle più grandi della Valle dei Re, è stata parzialmente ricostruita, insieme all’ideale corredo funerario di un personaggio d’alto rango della stessa epoca, nella significativa mostra «Tutte le anime della Mummia. La vita oltre la morte ai tempi di Sety I» allestita al Museo Civico Archeologico di Chianciano (fino al 6 gennaio) a cura di Daniela Picchi. Il percorso ha un andamento didattico e parte dalla imbalsamazione del corpo con la presentazione di una mummia avvolta in un telo di lino, di un sarcofago ligneo stuccato e dipinto e di vasi canopi in alabastro, che hanno il coperchio a forma di testa umana o di animali, destinati a conservare gli organi interni del defunto. 
 Il cuore era considerato la sede della memoria, dell’intelletto e veniva pesato nell’Oltretomba per verificarne la leggerezza; quindi andava protetto con amuleti a forma del muscolo cardiaco o di scarabei su cui sono incise formule magiche tratte dal «Libro dei morti»; di questi amuleti, che venivano fissati alle bende, ne sono esposti una decina. Il ricordo del nome era affidato alle iscrizioni sugli oggetti del corredo funerario. Le intriganti stele funerarie raccontano atti di devozione a Osiride per ottenere la vita eterna nell’Oltretomba: in una l’anima della defunta assume le sembianze di un uccello dal volto umano e nell’altra la forza vitale del defunto si materializza nel suo doppio tra dee, falchi, occhi che scrutano e la reliquia di Osiride. 
La forza vitale è espressa anche in gruppi statuari e bassorilievi. Tra gli oggetti che accompagnano il defunto troviamo collane di corniolo e oro, ciotole in alabastro, specchi in bronzo, pettini di legno, vassoi e sandali di fibre vegetali, spilloni per capelli, uno scialle di lino tinto di rosso, vasi in alabastro. Nel corredo funerario erano presenti gli «ushabiti», statuette con incise delle formule, che sostituivano il defunto nei lavori dell’Oltretomba, ma non tutti gli «ushabiti» sono uguali nel senso che, come si nota nelle statuette esposte abbigliate diversamente, alcuni hanno la funzione di lavoratori e altri di capisquadra. Una statuetta in ceramica «ritrae» una coppia di coniugi coi loro nomi. 
Lo spettacolare allestimento parziale della tomba di Sety I è stato fatto in omaggio all’archeologo padovano Giovan Battista Belzoni che ha ritrovato varie tombe regali nel 1817 e che nel 1821 a Londra ha organizzato una mostra col materiale rinvenuto, riproducendo pure a grandezza naturale due sale della tomba di Sety I con i loro dipinti parietali. 
Qui in una sala campeggia lo splendido ritratto a carboncino del faraone di forte suggestione come l’affascinante raffigurazione della dea Maat dall’elegante profilo accentuato dalla parrucca corvina e dal sontuoso e variopinto collare. 
Una schiera di «ushabiti» del faraone Sety I e alcuni scarabei dal magico potere col nome dello stesso faraone chiudono questo illuminante spaccato della vita e della cultura egiziana di oltre tremila anni fa.

 

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