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La repubblica degli ayatollah

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 di Maria Pia Forte

Chi è veramente Ahmadinejad, l’uomo che con i suoi discorsi sul nucleare e la distruzione di Israele si ripropone - dopo  le contestatissime e sanguinose presidenziali di giugno  - come un paladino del radicalismo islamico e afferma di essere in contatto con il divino? Di lui gli iraniani sapevano ben poco anche quando lo elessero alle municipali di Teheran nel 2003. Di famiglia modesta - è figlio di un fabbro che poi aprirà una tintoria, - è uno studente universitario brillantissimo, almeno secondo l’agiografia ufficiale. Da sindaco, «amava soprattutto ricalcare il cliché del buon amministratore, da uomo del popolo dotato di senso concreto: alla festa degli spazzini partecipava vestito come loro e si faceva fotografare con la scopa in mano a pulire le strade della capitale»; inoltre celebrava «feste dei martiri della guerra e della rivoluzione con continui richiami al messianismo del culto sciita». Lo scrive Alberto Negri, da vent'anni corrispondente di guerra del «Sole 24 Ore» da molteplici fronti (Medio Oriente, Africa, Balcani, Asia Centrale), che nel volume «Il turbante e la corona. Iran, trent'anni dopo» (Marco Tropea, 288 pagine, 16,90 euro), ricostruisce con ricchezza di fatti e aneddoti la storia del grande Paese dove, trent'anni fa, la «rivoluzione dei turbanti» abbatté la corona dello Scià. L’ayatollah Khomeini, rientrato a Teheran dall’esilio parigino nel tripudio degli iraniani, proclamò, ricorda Negri: «La rivoluzione farà molto di più che liberare dall’oppressione e dall’imperialismo: creerà un nuovo tipo di essere umano». Per capire quanto quest’ambizioso - e delirante - progetto sia riuscito, quali siano i segreti del successo del populismo millenarista di Ahmadinejad in Iran - Paese che malgrado le molte contraddizioni è il più «occidentale» e il più istruito del Medio Oriente - e quali le speranze di un futuro democratico, Negri ne ripercorre la storia dall’Ottocento insistendo in particolare sugli ultimi sessant'anni. Una storia complicata dalle pesanti ingerenze di Stati Uniti e Gran Bretagna, per non parlare dell’URSS: «Contrariamente a quanto si pensa - nota - è in Iran, non in Europa, che viene scritto il primo capitolo della guerra fredda». Il volume di Negri non è il solo che possa aiutarci a comprendere quanto sta avvenendo in Iran. Anche Riccardo Redaelli - docente di Geopolitica e di Storia e istituzioni dei Paesi afroasiatici all’Università Cattolica di Milano - nel saggio «L'Iran contemporaneo» (Carocci, 155 pagine, 13,80 euro) fornisce le coordinate per orientarsi fra le contraddizioni interne della Repubblica islamica e i guardinghi equilibrismi delle potenze occidentali. Un altro ampio sguardo all’aggrovigliata storia della nazione che nell’Ottocento fu al centro del Grande Gioco fra Gran Bretagna e Russia lo dà Farian Sabahi, docente di Islam e democrazia all’Università di Torino, nella sua ormai classica «Storia dell’Iran» (riproposta da Bruno Mondadori in una nuova edizione riveduta e aggiornata, 288 pagine, 20,00 euro). La secolare unità nazionale - a differenza di tanti Paesi limitrofi creati artificialmente dalle potenze coloniali; - le enormi ricchezze di argento, petrolio e tabacco; il repentino passaggio avvenuto nel secondo Novecento da uno stile di vita medievale, difeso con i denti dal conservatorismo degli ulema, alla modernità; lo stretto connubio tra religione e Stato; la storica alleanza fra ayatollah e mercanti del bazar; gli attuali rapporti con Cina e Russia; la mortale inimicizia con Israele; le ambizioni nucleari; l’incognita rappresentata da quel 70 per cento della popolazione che ha meno di trent'anni sono alcuni dei tasselli del complesso mosaico iraniano. Aggiungono altri contributi Renzo Guolo e Anna Vanzan. Il primo, docente di Sociologia dell’Islam all’Università di Torino, in «Generazione del fronte e altri saggi sociologici sull'Iran» (Guerini e Associati, 2008) analizza la situazione degli attuali cinquantenni, già combattenti nella sanguinosa guerra contro l’Iraq del 1979-89: allora adolescenti o poco più che ventenni, sostenitori della rivoluzione islamica e sopravvissuti al volontario martirio di tanti coetanei al fronte, oggi, impegnati in politica (alcuni tra i pasdaran o nelle istituzioni del regime), costituiscono il baluardo di Ahmadinejad, chiusi come sono ad ogni apertura democratica.   Anna Vanzan, iranista e islamologa, docente di Sociologia della Comunicazione e Islam all’Università degli Studi di Milano e di Cultura islamica alla IULM, in «Figlie di Shehrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi» (Bruno Mondadori, 220 pagine, 18,00 euro) studia infine un aspetto specifico del mondo femminile in Iran, dove quasi il 60 per cento dei laureati sono donne, attive in ogni campo, compresa la religione, e godono di una certa libertà di movimento. Esse continuano tuttavia a soffrire di pesanti discriminazioni, non solo perché costrette al velo, ma perché giuridicamente «valgono» la metà dell’uomo. Forse per reazione a tali ingiustizie le iraniane scrivono, spesso con successo internazionale, opere in quantità, molto attente ad esaminare la realtà dell’oggi. E proprio le donne potrebbero essere il fulcro di una nuova rivoluzione: sarebbe la quarta dall’inizio del Novecento, dopo quelle enumerate da Farian Sabahi nella sua «Storia dell’Iran», ossia la «rivoluzione costituzionale» del 1906; la «rivoluzione bianca» avviata nel 1963 per la riforma agraria e la modernizzazione del Paese; la «rivoluzione islamica» del '79. 
 

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