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Ubaldo Bertoli, girovago della letteratura

Disegno di Ubaldo Bertoli

Disegno di Ubaldo Bertoli

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Chissà cosa direbbe, Ubaldo, se fosse ancora qui, a celebrare i suoi centocinque anni impossibili. E' morto - ultranovantenne, nel settembre del Duemila - fumando le ultime sigarette di nascosto, alla finestra, incupito con un mondo che non amava più. Se fosse ancora tra noi, parafrasando l'amato Chatwin, borbotterebbe, probabilmente: «Che ci faccio qui». E' morto portandosi via i suoi sogni e i suoi incubi. Alle spalle, aveva un solo libro «La quarantasettesima», migliaia di quadri, una marea di articoli, racconti. E' una presenza che manca la sua. Del secolo passato ha vissuto fatti e misfatti. Ha dipinto, ha scritto tanto, ma ancor più ha dilapidato storie, trame, aneddoti. Il rimpianto, per noi che lo abbiamo amato, è per il libro che non ha mai scritto; un clamoroso affresco di parole rimasto nell'aria, un fantastico romanzo sul Novecento parmigiano (e non solo) sfuggito alle pagine. Disperso, borgesianamente, in mille cene o bevute, durante le passeggiate sul Lungoparma, fra i gelsi della Bassa o sui monti che amava. Storie che gli rovistavano dentro e che faceva prillare con l'accensione che gli dava la furia del narrare gli ultimi, i dispersi, i clochard, gli indifesi, ma anche i vanesi, i potenti, gli arroganti. La gente, insomma. Dopo la sua morte ci sono state iniziative, mostre, libri, ma molto ancora c'è da fare: altri libri, altre mostre.
Era nato - per l'anagrafe di Solignano - il primo gennaio del 1909. Ma non era vero. Poco tempo prima di morire, lo stesso Bertoli chiarì il mistero della data di nascita, sostenendo che fu il nonno Franco, ufficiale all'anagrafe di Solignano, a mettere la parola decisiva nell'innocente falsificazione. «Sono nato il 31 dicembre 1908. Ma a mio nonno sembrava più bello dire il primo gennaio e l'impiegato ha eseguito». Era nato a cavallo tra l'otto e il nove. E per tutta la vita restò in bilico. Libertario per istinto, bohemien per vocazione, Bertoli ha solcato il secolo con il passo, beffardo e sarcastico del flaneur. Su «Baldo» scorrono leggende e aneddoti che lui stesso rafforzava con indimenticabili racconti. Il «Baldo» ribelle che fuggì da casa a nove anni, bissando l'esperienza in età adolescenziale, attratto dalle magiche nenie cirenaiche. Dopo il ritorno, gli anni Trenta vissuti da autodidatta tra Roma, Milano, Genova, i caffè letterari e il viaggio in Etiopia, nel '38, a dipingere cartelloni pubblicitari. Poi la fondamentale esperienza della guerra partigiana, nome di battaglia «Gino», sui monti del nostro Appennino. Il giornalismo e la scrittura arrivano insieme, redigendo e illustrando il Vento del Nord. Dopo la guerra fa il cronista alla Gazzetta di Parma. Solo tra il '45 e il '51 Ubaldo pubblica sul quotidiano locale una cinquantina di racconti. Trame che non risentono dell'usura del tempo e che occorrerebbe spulciare, alla caccia di storie da ripubblicare in volume. Un primo passo è stato «La nave dei sogni perduti», poi sono usciti altre edizioni de «La quarantasettesima», «I racconti partigiani», gli scritti giornalistici «Ubaldo Bertoli. Eroe romantico della ribalderia parmense», ma ne dovranno seguire altri: Bertoli merita di essere riscoperto. Ora più che mai. Nel 1956 lavora a Milano al Giorno, poi va a Roma come redattore del quotidiano La sera di Roma. All’Eni è all’ufficio stampa e nelle riviste aziendali «Il Fuoco» e «Il Gatto Selvatico», diretto da Attilio Bertolucci, poi ancora al Giorno come inviato speciale, prima di tornare a casa, circondato dall'affetto della moglie e dei figli. Ma anche dopo la pensione ha continuato a scrivere, in particolare certi stupendi «medaglioni» apparsi sulla Gazzetta, brani di memorie, ritratti strappati all'oblio. E sempre, la pittura. I pastelli, le caricature dell'amico Carlo Mattioli, gli autoritratti sardonici e inquieti, le vedute della Giudecca i tetti di Parma, ma soprattutto i «richiami», tra le ombre della memoria, di tutti i compagni della «Quarantesettesima». Fino alla fine, comunque, «beduino della parola» - come lo ribattezzò Enzo Siciliano - sempre affamato di esperienze ed incontri, fossero nei suk di un'Africa mai dimenticata o in un borgo dell'Oltretorrente.

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