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Polinesia, tesori invisibili

Polinesia, tesori invisibili
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di Francesca Avanzini
 
Anna Paini, parmigiana, insegna antropologia culturale all’Università di Verona. Dal 1989 è impegnata in ricerche sul campo tra i kanak della Nuova Caledonia. Per le sue cure e quelle di Elisabetta Gnecchi Rusconi, docente presso l’università Milano-Bicocca, è appena uscito presso Raffaello Cortina Editore «Antropologia dell’Oceania» (pp. 340, euro 27). Rispetto a quanto da lei pubblicato precedentemente, «c'è di nuovo in questo volume», spiega Anna Paini, «che non è scritto solo da me, ma insieme ad altri colleghi e colleghe di varie istituzioni europee. I saggi aggiornano tematiche classiche riguardanti l’Oceania e ne introducono di più nuove, come ad esempio la produzione artistica o la risposta indigena all’evangelizzazione. Nel mio saggio sulla robe mission, un capo di vestiario di origine coloniale introdotto probabilmente a fine Ottocento per coprire la peccaminosa nudità femminile, approfondisco un ambito già trattato in precedenza con apporti della mia ultima ricerca sul campo del 2007. Si è avviata ad esempio una fiorente imprenditoria femminile kanak riguardo a questo abito, che viene prodotto da giovani stiliste a prezzi contenuti, mentre prima erano i laboratori cinesi della capitale Nouméa a confezionarlo». Un abito ampio con carré e maniche a sbuffo sembrerebbe non consentire molti voli di fantasia, almeno ai nostri occhi occidentali così abituati alla varietà di vestiario. «E invece è sempre cambiato nel tempo. Intanto il tessuto e il colore. Rispetto all’originaria tinta sobria, sono ora a disposizione colori vivaci, quadrettoni, tessuti provenienti anche dall’India. Poi sono state apportate variazioni nelle maniche, nell’abbottonatura e così via. Ognuna può scegliere il suo modello. Solo la lunghezza da qualche tempo non varia, è ferma al polpaccio. Questo abito è un esempio di come la creatività indigena abbia saputo riappropriarsi di un capo imposto e farne qualcosa di nuovo e valorizzante. L’abbia, come si dice, risemantizzato».
Visto che è indossato dalla maggior parte delle donne, si può parlare di costume nazionale? «No, perché la scelta di colore, dettagli ecc, è libera. È diventato così versatile che alcune squadre di cricket femminile hanno scelto di indossarlo con i colori che contraddistinguono il loro villaggio. A Terra Madre del 2008 le donne della delegazione kanak avevano scelto una robe mission bianca e rossa a motivi floreali, e tutti volevano farsi fotografare con loro, anche se c'erano in giro costumi, asiatici soprattutto, artigianali ed elaboratissimi».  Nel libro ricorre spesso il termine «agentività» che, spiega Anna Paini «è un altro modo di dire soggettività femminile nel processo di appropriazione di elementi esogeni. Ma non individualistica, bensì in relazione agli altri. Un tema che mi sta molto a cuore è la capacità della società kanak, e soprattutto delle donne, di tenere insieme pratiche e situazioni che noi occidentali che ragioniamo per opposti tendiamo a disgiungere». Per esempio? «La dimensione del cristianesimo e quella della ''coutume'' o ''kastom'', la consuetudine. E in questo non c'è ambiguità o mera apparenza, non sono, come ha scritto qualcuno, ''cristiani di domenica e stregoni il lunedì''. Semplicemente, riescono a mediare tra l’uno e l’altro mondo. La cerimonia nuziale per esempio ha tre momenti: il mattino in municipio, poi in chiesa, e infine ha avvio la grande cerimonia consuetudinaria in realtà iniziata già settimane prima con l’arrivo di ospiti da tutte le parti. Un altro esempio potrebbe essere il tenere insieme, pur nel mondo globalizzato di cui fanno pienamente parte, un’economia di mercato che prevede l’uso del denaro e una di scambio. Nello scambiare c'è prestigio, potere, economia, ma anche il creare legami sociali, quindi ancora una volta si tratta di una dimensione non univoca. E non bisogna scordare che nella società kanak uno è considerato povero non quando manca di beni, ma di relazioni sociali. Un altro esempio ancora potrebbe essere quello delle produzioni artistiche locali che, come ha messo in rilievo Roberta Colombo Dougoud, non sono meno autentiche perché rivolte ai turisti. L’intreccio tra economia di mercato e di scambio è visibile soprattutto nei contesti rurali, dove il gesto consuetudinario di apertura quando si entra a casa di qualcuno è portare in dono, tra le altre cose, una banconota. Un tempo era un tubero, un igname. Il denaro è una specie di igname tascabile». Un’economia dal volto umano, insomma, alla quale la nostra, ormai alle corde, potrebbe ispirarsi: «C'è anche una forte coscienza ambientale. Per esempio si era posto un tabù sulla tartaruga, con la proibizione di nutrirsi della sua carne, perché era un animale quasi in estinzione. Solo in occasione del matrimonio del figlio primogenito del grand chef il tabù è stato tolto. Dopo 38 anni». Ma perché un non-specialista dovrebbe leggere un libro come questo? «Potrebbe arricchire chi fa un viaggio nel Pacifico, aiutarlo a calarsi nelle realtà locali. In fondo le pratiche descritte nei saggi sono comuni alle popolazioni dell’Oceania, e il tema che li lega tutti è proprio quello della risposta indigena al colonialismo e a ciò che proviene da altrove».
 Antropologia dell'Oceania
Raffaello Cortina, pag. 340, 27,00

 

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