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Il duca che parlava in dialetto

Il duca che parlava in dialetto
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di Alba Mora

Nella seconda metà del Settecento gli Stati parmensi, proprio per la loro modestia territoriale e la loro sostanziale mancanza di autonomia politica, furono posti al centro di una sperimentazione riformistica di stampo illuminista che ne fece una vetrina sufficientemente interessante da attrarre la curiosità di tutta l’Europa, e tappa d’obbligo dei viaggiatori del Grand Tour. A seguito delle decisioni prese con la pace di Aquisgrana del 1748, con l’arrivo sul piccolo trono padano di Filippo di Borbone, figlio dei sovrani spagnoli e della consorte Louise-Elisabeth, primogenita di Luigi XV di Francia, Parma conobbe una fase di grande vivacità culturale, politica ed economica, essenzialmente grazie al ministro Guillaume Du Tillot. Si trattò in sostanza di un allineamento alla cultura politica d’avanguardia ricalcata sul modello francese, e non a caso resistenze e malcontento affiorarono nel ducato adagiato nel ricordo farnesiano, tuttavia è significativo che della sperimentazione facesse parte anche l’erede al trono, il piccolo Ferdinando, nato nel gennaio 1751, per il quale venne messa a punto un’accurata educazione, allo scopo di plasmare il futuro sovrano, secondo i criteri illuministici cari ai filosofi del tempo. Furono chiamati dalla Francia, pare per volontà della madre, i migliori istitutori: per le materie scientifiche il cavaliere bretone Auguste Guynement de Keralio, per quelle umanistiche il già famoso abate sensista Etienne Bonnot de Condillac, che scrisse un’opera in 13 volumi al fine di illustrare i criteri cui si era ispirato nell’istruire il giovane allievo. L'obiettivo, com'è noto, non venne raggiunto: lungi dal divenire un principe illuminato, Ferdinando si sarebbe piuttosto rivelato un "frate mancato". La sterminata istruzione ricevuta finì con l’incoraggiare il giovane Borbone a trarre conforto dal peso eccessivo di un sapere imposto e non sempre compreso da ciò che gli era proibito: la religione e la "parmigianità".Sulla propensione di Ferdinando alla religione, alle forme devozionali esteriori - dalla recita del rosario, al cantare in chiesa, al suonare le campane - molto è stato scritto, ma va evidenziata anche la sua precoce attitudine ad identificarsi nel piccolo mondo locale, del quale usava volentieri il dialetto come strumento di comunicazione, suscitando scandalo a corte e facendo disperare i precettori.Può essere utile a questo proposito uno sguardo alle lettere - conservate presso l’archivio dell’Ordine Costantiniano di Parma - inviate da Keralio nel 1764 al principe tredicenne, quando si trovava in casa Pallavicino per farsi inoculare il vaiolo, malattia epidemica destinata a falcidiare gran parte della sua famiglia: di petite vérole nel 1759 era infatti morta la madre Louise-Elisabeth e nel 1763 la sorella Isabella; nel 1765 sarebbe morto il padre Filippo e nel 1774 il nonno Luigi XV.Il 16 novembre Keralio mandò a Ferdinando un messaggio preoccupato perché gli era giunta notizia che l’allievo, lontano dal suo diretto controllo, aveva preso l’abitudine di raccogliere intorno a sé diverse persone con le quali recitava giornalmente il rosario e, nel contempo, si compiaceva di parlare in dialetto parmigiano: "Ascoltate, mio caro amico, ho qualcosa da dirvi, e leggendo ciò che segue, pensate che è un amico che vi parla, che vuole il vostro bene, che lo conosce meglio di tutti coloro che vi circondano. Mi hanno detto che voi recitate ogni giorno il rosario e che a questo scopo riunite parecchie persone attorno a voi. Io non so se voi avete fatto buon viso a questa pratica o se qualcuno ve l’ha consigliata, ma so con certezza che ciò dispiacerebbe molto a papà, se ne fosse a conoscenza. E’ opportuno senza dubbio che voi conosciate, amiate e rispettiate la religione, ma non è opportuno che crediate che essa consista in queste piccole pratiche".Il consiglio dell’educatore era di ritirarsi in privato per espletare le pratiche devozionali, e di pregare soprattutto affinché Dio munisse il futuro sovrano dei talenti e dell’applicazione necessari ad assolvere nel migliore dei modi il compito cui l’aveva destinato. Per quanto concerneva il secondo punto, cioè l’uso abituale del dialetto, Keralio, pur attenendosi ad un tono benevolo, non era meno determinato: " Mi si dice ancora che voi ostentate di parlare sempre in dialetto parmigiano: è assolutamente giusto che vi abituiate a parlare italiano, ma sarebbe il più puro che dovreste parlare (...) Mio caro amico, amate i parmigiani, ma dovete amarli come un padre ama i suoi figli, che, lontano dal compiacersi dei loro difetti, cerca di correggerli in ogni modo, e non si preoccupa che di istruirli, di procurare la loro felicità."Diversi giorni dopo, informato che il giovane principe, nonostante le assicurazioni, continuava a parlare in Parmesan, Keralio sarebbe passato a toni più bruschi, ritenendo del tutto inopportuno che il suo regale allievo, di lingua madre francese, persistesse nell’esprimersi in un "linguaggio da facchini": "Voi parlate sempre in dialetto parmigiano, voi vi compiacete di parlarlo: senza dubbio ciò che vi ho detto a questo proposito non vi ha persuaso.Se l’esempio potesse essere più efficace su di voi, vi direi che il re vostro nonno (Luigi XV), il re vostro zio (Carlo III) non hanno mai parlato il linguaggio dei facchini di Parigi e di Madrid."Il punto di vista del cavaliere bretone rispecchiava la mentalità diffusa nelle famiglie dinastiche dell’epoca, ma Ferdinando non rinunciò al piacere di mescolarsi ai suoi sudditi neppure dopo essere salito al trono, a soli 14 anni. Proprio questa sua "parmigianità" gli venne imputata a demerito alcuni anni dopo dagli osservatori inviati dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria con il compito di verificare la convenienza del matrimonio tra il duca di Parma e una delle sue figlie, l’arciduchessa Maria Amalia."L'Infante è nato a Parma - si legge in un documento conservato a Vienna -, è parmigiano anche come inclinazione e facilmente suggestionabile soprattutto da parte di coloro che lo divertono con le loro buffonate, e diventano anche padroni del suo spirito. Disgraziatamente costoro sono persone prive di educazione [...]". Nessun dubbio che "cette mauvaise habitude" risalisse all’epoca dell’inoculazione di Ferdinando, periodo in cui il giovanetto fu affidato a "serviteurs bouffons", impegnati a "lui remplir l’esprit de balivernes Parmesanes", che ne hanno forgiato il carattere.Se questa propensione di Ferdinando alla "parmigianità" può apparire ad un primo sguardo un tema marginale, in realtà il suo radicamento nel territorio, insieme ad un profondo sentimento religioso, costituiscono i pilastri sui quali elaborò la sua concezione del potere. La raffinata educazione ricevuta venne utilizzata a fini opposti a quelli previsti: gli servì a costruire un progetto politico che mirava a recuperare i valori del passato piuttosto che proiettarlo verso il futuro. Si propose di regnare paternalisticamente per la "felicità" dei sudditi, e fu attento nell’amministrare, benefico nell’elargire soccorsi, pensioni ed elemosine, vigile nell’ostacolare la penetrazione nei suoi Stati del contagio rivoluzionario. Si preoccupò che mai, sul foglio di informazione locale, la "Gazzetta di Parma", si desse notizia della rivoluzione scoppiata in Francia, e riuscì di fatto a contenere la presenza dei rivoluzionari, quei "giacobini" ridotti a "pochi scostumati e viziosi soggetti", secondo i rapporti del fidato ministro Cesare Ventura.Persuaso che nessuna base più della religione potesse fungere da perno al buon governo, concentrò nel recupero dei valori religiosi larghe energie: vanificò parte delle riforme giurisdizionaliste attuate da Du Tillot, riportò in vita il tribunale dell’Inquisizione, richiamò nei suoi stati i gesuiti - primo tra i sovrani europei - senza curarsi del parere contrario del sovrano spagnolo Carlo IV, la cui protezione era tuttavia indispensabile per la sopravvivenza stessa del ducato. Nulla gli fu caro più del suo piccolo stato, di quei sudditi che "amava teneramente" e dai quali si sentiva ricambiato, come scrisse a Napoleone Bonaparte rifiutando la corona di re d’Etruria per restare seduto sul suo minuscolo trono, l’unica cosa ad apparirgli certa nel vorticoso mutamento che travolse l’Europa tra Sette e Ottocento.Ben lontano, insomma, dall’ansia che aveva divorato la madre Louise-Elisabeth, ritratta nel 1757 dal pittore di corte Giuseppe Baldrighi intenta a lavorare al chiacchierino, a tessere, cioè, complesse trame nella speranza di poter lasciare presto lei, principessa di Francia, insieme alla sua famiglia, quell'inadeguato "buco di Parma". (La traduzione del brano della lettera, e dei successivi, stesi in lingua francese, sono di chi scrive).
 

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