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Il racconto della domenica - Il rombo incessante delle onde

Il racconto della domenica - Il rombo incessante delle onde
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 Anna Maria Dadomo

 Si trovava al mare già da alcuni  giorni e quel ricordo preciso e nitido con il suo carico di dolore che solitamente  si affacciava al solo scendere in spiaggia, ancora non si era presentato. Stupita e sollevata di questa assenza,  si era messa  alla prova  osservando  con attenzione l’animarsi della spiaggia al mattino. Non era curiosità, ma autentico amore quello con cui guardava  i bambini: i più grandi, ai primi passi sulla sabbia, si liberavano dalle mani dei genitori o dei nonni  e correvano  gridando eccitati verso il mare, si fermavano di colpo  sulla riva quando le onde si  frangevano e sembravano inseguirli, correvano via per riprovarci di nuovo con rinnovato entusiasmo. Quelli più piccoli, di pochi mesi, con cappellini bianchi e magliette leggere a coprire la pelle delicata, i piedini nudi, arrivavano ancora addormentati in braccio alla mamma, abbandonati sulla spalla del papà, seduti sul passeggino; i genitori sceglievano il posto dove stendere asciugamani, stuoie, aprire ombrelloni, sistemare borse termiche: gesti abituali, un po’ di confusione, i primi richiami. Verso mezzogiorno con la stessa  naturalezza e disinvoltura  con cui  erano arrivati , radunavano  ogni cosa e se ne andavano. Lei, ogni volta, davanti alla semplicità e spontaneità con cui questo avveniva, si stupiva: sembrava così facile! Quando suo figlio  era piccolo aveva dovuto lottare -  lottare era il termine giusto  - per riuscire  a  portarlo al mare. Quei pochi giorni che suo marito, a stento, talvolta le concedeva, trascorsi  in camere squallide e inospitali perché l’albergo non era stato scelto con cura, la spiaggia lontana da raggiungere,  il sonno disturbato dalla discoteca vicina, erano sempre stati faticosi e tristi. Le sarebbe piaciuto trasmettere al figlio la  gioia  che provava al cospetto di quella mutevole distesa d’acqua, i sogni che le ispirava, gli echi che suscitava in lei il rombo incessante delle onde. Senza contare che il bambino si sarebbe irrobustito a respirare l’aria carica di iodio, l’appetito gli sarebbe  tornato, gli episodi di tonsillite, così  numerosi ogni inverno, sarebbero diminuiti, gli antibiotici eliminati. Neppure queste considerazioni avevano fatto cambiare l’atteggiamento infastidito del marito dalla sua decisione. Anche se con dolore, ci aveva rinunciato. Malgrado fossero trascorsi anni, ogni volta che andava al mare sempre quel ricordo si ripresentava , quel desiderio inappagato di stare lì sulla spiaggia seduta accanto  al figlio, di sorvegliarlo mentre faceva il bagno, correva, scavava con la paletta, costruiva castelli di sabbia. Sarebbe mai  riuscita a dimenticarlo? Con il passare dei giorni il ricordo affievoliva, sbiadiva, lei  non faceva più caso a tutti quei bambini che affollavano la spiaggia, li guardava di sfuggita sorridendo: com’erano fortunati! Ammirava i genitori che se ne prendevano cura con amore e sollecitudine. Quell’anno sorpresa che il ricordo non la visitasse come di consueto, come se finalmente quel pesante carico fosse scivolato dalle sue spalle, si era sentita   leggera: «Forse è passato, forse sono guarita», si era detta. Al pomeriggio, entrata per una passeggiata nella pineta che fiancheggiava il mare, si era trovata dopo pochi passi in un grande spiazzo di terra battuta arredato con giochi di plastica colorata, altalene, casette, scivoli, dove i bambini si divertivano sotto lo sguardo attento dei genitori: inaspettatamente  il ricordo l’aveva sopraffatta di nuovo con violenza. Per cercare di rendere meno dura la decisione di non portarli al mare, il marito aveva comprato una piccola piscina di plastica gialla, aveva procurato un mucchio di sabbia e uno scivolo. Ma niente era risultato idoneo: la piscina, una volta riempita  d’acqua,  costituiva un richiamo irresistibile per api e vespe; lo scivolo, ricavato da una lamiera piegata, era tagliente quindi impraticabile; la sabbia  era stata dispersa quasi subito nel campo vicino perché  i gatti l’avevano scelta come comoda lettiera. 
Come si sarebbe divertito Niccolò con tutti quei giochi! E  non c’era nessun pericolo! Lei poteva starsene seduta  sulla panchina a leggere, a sfogliare un giornale, a chiacchierare con le altri madri mentre il bambino  giocava con agli altri. A sera avrebbe faticato a strapparlo di lì. Perché  noi no ?  Sarebbe bastato così poco a farci felici! Chiuse gli occhi. Di nuovo pativa quel dolore in tutto il corpo. Una madre richiamò il suo piccolo: «Niccolò!». 
Si alzò di scatto, corse verso l’uscita della pineta e continuò a correre per la strada coprendosi le orecchie con le mani. 
 

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