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I cent'anni di Giovannino Guareschi

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Nel 2008 Giovannino Guareschi compie cent'anni. Li ha festeggiati ufficialmente il 1 maggio, ma le inaugurazioni in suo nome dureranno tutto l'anno. Venerdì sono stati inaugurati un museo e un monumento a Fontanelle, sabato una mostra a Roncole Verdi, nei giorni scorsi un allestimento  in Galleria San Ludovico a Parma : tanti altri appuntamenti sono previsti fino a dicembre. Nei prossimi giorni, gazzettadiparma.it dedicherà uno speciale al grande scrittore e umorista del "mondo piccolo".

Nel frattempo, lo ricordiamo con un articolo di Giuseppe Marchetti scritto per un inserto "guareschiano" del quotidiano:

Giovannino Guareschi era fatto così: che se non prendi la vita con un po' di sorriso e di saggezza contadina, diventa un inferno, oppure - ed è ancora peggio - una cosa inutile e faticosamente vuota. Questo è stato il suo insegnamento. Ce l'ha raccontato in migliaia di pagine, dove per l'appunto, non ha fatto altro che parlare di sé, della sua famiglia, dei suoi figli, della moglie, della Bassa, di Milano, dei giornali, della politica, delle ideologie. Ha fatto lo scrittore sempre partendo da casa Guareschi e senza temere d'annoiare il lettore; perché se mai fosse successo, Giovannino ci avrebbe fatto sopra una piroetta, una battuta, un disegno ammiccando alla complicità di chi lo leggeva e lo frequentava.

Uomo difficile, comunque, Giovannino. Sempre insoddisfatto, inquieto: ma di una inquietudine amorosa e profondamente contadina, libera quindi da orpelli di natura misteriosamente psicologica ed equivoca. Due personaggi ha sempre tenuto alla larga: Freud e Proust. O per dirla più onestamente, ha tenuto alla larga i loro seguaci. Eppure, forse inconsciamente, li ha adoperati e subiti, senza confessarlo mai. Confessò sempre, invece, l'amore per Dio e per il Re. Detto così brutalmente il carattere di Giovannino potrebbe apparire un po' sanfedista, ma non se ne allarmi nessuno. Come appare anche dalla vasta indagine biografica che gli ha dedicato, fresca di stampa Rizzoli, Guido Conti, non torse mai nemmeno una zampetta a una zanzara, nemmeno a quelle che nella Bassa d'estate gli succhiavano il sangue.

Amò la Bassa, la sua Fontanelle, Parma e Milano. Fontanelle era il nido e la radice, Parma fu il primo e più affascinante contatto con il mondo del giornalismo. Milano fu la maturità, la storia, la realizzazione delle idee e dei sogni. Fu una vita semplice, nonostante tutto, quella di Giovannino. Lui la voleva così, ma se accennava a complicarsi gli era caro rifugiarsi nel quieto umorismo della sua provincia e inventare quei caratteri che ne rappresentano l'universale validità. Don Camillo e Peppone, ad esempio. Fece la guerra, subì la prigionia in Germania e quella in San Francesco a Parma. Questa seconda prigionia l'umiliò in maniera particolare e l'offese. Da una tale umiliazione non si riprese più. E mentre ormai il suo nome e le sue opere entravano nel novero ristretto del capitolo italiano dell'umorismo novecentesco, Giovannino percepiva che il senso della fine l'aveva ghermito. Da quei giorni in poi tutto gli sembrò vuoto e senza scopo. Il suo vecchio Bertoldo, il suo Candido, la sua Ennia, i suoi Alberto e Carlotta, e l'infinita schiera degli amici dei tempi andati sentiva che s'allontanavano impercettibilmente ma inesorabilmente da lui e nulla egli poteva fare per trattenerli. Eppure quando Nino Nutrizio lo invita a collaborare alla «Notte», scrive: «Alla “Notte” ci tengo da maledetti: è l'unico lavoro che mi dà l'illusione di essere ancora vivo».

Vivo lo è sempre stato: vivo, aggressivo, lucido. La vecchia Dc avrebbe dovuto fargli un monumento, mentre il Pci per bocca di Roderigo di Castiglia, il suo massimo esponente, si vendicò di lui al momento della scomparsa scrivendo che era morto lo scrittore che «non era mai nato». Lo si vide poi il giorno dei funerali che Baldassarre Molossi narrò sulla «Gazzetta» in un memorabile corsivo. E tuttavia Giovannino e la sua opera sono ancora qui più vivi che mai. Gli storici della Letteratura l'hanno rimosso, sui loro libri e manuali compare a malapena un cenno, due date e lo sberleffo sugli «esiti di respiro molto limitato» con «orizzonti ristretti e meschini». (Ferroni). Ma non importa. Giovannino è letto in tutto il mondo e i film tratti dalle vicende di Peppone e Don Camillo (che tutto sono fuorché «romanzi»!) vengono continuamente proiettati e goduti. Nessuno vorrebbe farlo passare per un Gadda, un Manzoni o un Moravia, ma il suo impegno letterario è sincero, costante, non corrivo alle mode. Entra di diritto tra gli umoristi italiani del Novecento, nonostante tutto, dalla porta larga, e va a collocarsi vicino a Flaiano, Arbasino, Malerba altro parmense d'alta statura, Zavattini, Mosca, Campanile, e rimane lì a garanzia di una certa «Italia perbene» come scriveva Molossi. In realtà, poi, anche quell'Italia «provvisoria» di cui Giovannino parlava, scriveva e schizzava migliaia di profili è stata quella che sempre gli ha fornito gli spunti per i suoi racconti così tenacemente radicati alla cronaca e al tempo, racconti rilanciati quasi in un'atmosfera atemporale. Che poi tali racconti fossero «visti da destra» e «visti da sinistra» importa adesso ben poco, ma Guareschi non avrebbe mai rinunciato a scodellarli così. La politica fu il suo tormento costante, e se un'accusa volessimo fargliela a quarant'anni dalla morte, potrebbe essere questa: d'averle dato troppo credito e d'aver pensato che fosse una cosa da prendere sul serio. In questo caso fu terribilmente ingenuo, ma pagò di persona, amaramente.

 

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