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Parmigiani a Fiume

Parmigiani a Fiume
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Ubaldo Delsante
Erano quasi tutti giovani ed entusiasti gli ufficiali, i sottufficiali e i graduati fino all’ultimo soldatino, i circa millecinquecento uomini che riuscì a mobilitare Gabriele D’Annunzio novant'anni fa, il 12 settembre 1919 per realizzare l’impresa di Fiume, la sua azione più complessa politicamente e militarmente, anche se forse non la più famosa ed esaltante per la sua figura, già leggendaria per la beffa di Buccari, il volo su Vienna e molto altro ancora. Ed erano anche quasi tutti provenienti dai reparti degli Arditi, che erano stati costituiti dopo Caporetto, impiegati quali gruppi di assalto e rimasti di stanza in quella zona del confine istriano ancora caldo nonostante la guerra fosse ormai terminata da quasi un anno.
A Parigi la diplomazia non aveva ancora risolto il dilemma delle terre dalmate abitate da tanti italiani, redente dopo un lungo e sanguinoso conflitto, ma destinate a entrare nella sfera politica della neonata Jugoslavia. La "Vittoria mutilata" La "questione fiumana", cioè la rivendicazione italiana della città di Fiume si scontrò con la risoluta opposizione del presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson e con l’infastidita reazione dei francesi e degli inglesi. Il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, al tavolo di Parigi chiesero con forza Fiume e la costa dalmata. Gli alleati replicarono che la dissoluzione dell’impero austro-ungarico e la nascita del regno jugoslavo avevano modificato i termini della questione ed esigevano nuovi equilibri adriatici. Alla fine l’Italia dovette firmare un trattato di pace che dava soddisfazione soltanto in parte alle sue ambizioni. Il governo Orlando cadde e l’Italia fu travolta da una ondata di   indignazione, con punte altissime di retorica nazionalista.
Sorsero numerosi gruppi di opinione, si formarono comitati e avvennero riunioni di militari di alto rango, intellettuali, sindacalisti e persino futuri banchieri e industriali, decisi a forzare la mano in spregio alle decisioni di Wilson.  Toscanini fu tra i primi ad aderire.
Tutti volevano una spedizione a Fiume, ma toccherà a D’Annunzio assumere l’iniziativa coprendo una schiera di generali e ammiragli che avrebbero collaborato senza esporsi troppo in prima persona. Dopo alcuni giorni di preparazione, coinvolto nel progetto anche il generale Saverio Grazioli, comandante del contingente italiano a Fiume, alcuni giovani ufficiali dei Granatieri si rivolsero a D’Annunzio, il quale attese il 6 settembre per dare il suo assenso e mettersi a capo dell’impresa. L’11 settembre il Poeta raggiunse a Ronchi, provincia di Gorizia ed oggi denominato "dei Legionari", un battaglione dei Granatieri di Sardegna e il giorno successivo entrò a Fiume, accolto dal popolo festante.
Nel gennaio del 1920 D’Annunzio fu raggiunto a Fiume dal sindacalista parmigiano-lunense Alceste De Ambris, nominato Capo di Gabinetto nel Governo della Città in sostituzione del capitano Giovanni Giuriati. Per il Comandante e per la sua nuova libera repubblica, chiamata Reggenza Italiana del Carnaro, De Ambris elaborò la innovativa e modernissima carta costituzionale detta perciò Carta del Carnaro. Questa divenne costituzione fiumana e repubblicana redatta da De Ambris (ma ritrascritta in letteraria prosa dallo stesso Poeta-eroe, il quale inoltre compilò in prima persona tutto il capitolo riguardante l’educazione, l’arte e la cultura) nella speranza di anticipare la nascita di un movimento di chiara ispirazione social-rivoluzionaria e repubblicana da estendersi a tutta l’Italia. La Carta del Carnaro prevedeva infatti l’attuazione di un ampio decentramento amministrativo nonché l’affermazione della democrazia diretta e del neo-sindacalismo con l’assegnazione di una funzione dirigente alle organizzazioni dei lavoratori, il suffragio universale esteso anche alle donne e, tra le altre modernità, anche l’introduzione del divorzio.
In novembre giunse a Fiume in treno da Trieste un distinto gruppo di parmigiani: erano i componenti l’orchestra di Arturo Toscanini. L’ammirazione di Toscanini per lo scrittore derivava soprattutto dall’esperienza della guerra, poiché il maestro vedeva in lui la figura del Poeta-soldato. Le esecuzioni dell’orchestra avvennero regolarmente in teatro e all’aperto, suscitando unanime entusiasmo.
 La sorte della Reggenza Italiana del Carnaro, tuttavia, era ormai segnata. Alla vigilia di Natale del 1920, il Poeta, abbandonato da molti alleati della prima ora, Mussolini compreso, trovò di fronte a sé, come presidente del Consiglio, un uomo che era, per molti aspetti, esattamente il suo opposto: Giovanni Giolitti.
Dopo avere risolto il problema di Fiume stipulando con la Jugoslavia il Trattato di Rapallo, Giolitti dette ordine all’Esercito e alla Marina di sloggiare i legionari dalla città a colpi di cannone. Negli scontri finali tra l’esercito italiano e i legionari, avvenuti proprio a cominciare dalla vigilia di Natale, perdettero la vita alcune decine di militari da una parte e dall’altra, mentre morti e feriti si contarono pure tra la popolazione civile. Lo stesso Vate rimase leggermente ferito per un colpo di cannone sparato dalla corazzata Andrea Doria direttamente sul palazzo del Governo. L’episodio rimase alla storia col titolo di "Natale di Sangue".
Tra i legionari caduti c'era anche un giovane parmigiano, Primo Groppi, cui in seguito la città dedicherà numerose manifestazioni patriottiche e una via in centro, in precedenza chiamata Borgo della Canadella. Nato a Ozzano Taro nel 1899 da una famiglia parmigiana che aveva spesso cambiato residenza per motivi di lavoro del padre, Primo Groppi ancora bambino seguì i genitori a Parma, dove compì gli studi elementari e iniziò a lavorare come manovale edile. A diciotto anni fu chiamato alle armi e, dopo il periodo di addestramento a Fabriano, il 31 ottobre 1917 fu assegnato al 26° Reggimento Fanteria in zona operazioni, nel momento in cui si svolgeva la disastrosa ritirata dopo Caporetto. Assegnato alla Compagnia Comando della Brigata Bergamo, svolse con onore le mansioni di portaordini: piccolo e minuto com'era, riuscì sempre a passare con agilità da una trincea all’altra senza farsi colpire dai cecchini austriaci. All’indomani del 4 novembre 1918 il reparto cui apparteneva Primo Groppi venne a trovarsi nella Venezia Giulia. Lì avvenne la diserzione e il passaggio alle truppe irregolari legionarie il 14 settembre 1919, due giorni soltanto dall’inizio dell’impresa.
Fu così che Groppi entrò a far parte dell’VIII Corpo Arditi restando a Fiume fino alla conclusione dell'impresa, che coincise anche col suo sacrificio. Fin dal 23 dicembre 1920 l’VIII Corpo Arditi, con altri reparti di legionari, si attestò per arrestare l’avanzata delle truppe regolari dalla strada di Stefani e da Valscurigne, alla periferia della città. Dopo un primo combattimento nel pomeriggio del 24, il giorno di Natale si ebbe una tregua. La mattina del 26 le fanterie regie attaccarono poco dopo le 4 e alle 9 la battaglia infuriò su tutto il fronte. Alle 10 e mezza un attacco sferrato a cavaliere della Valscurigne da forti masse di truppe italiane fu respinto dopo due ore di duri combattimenti, durante i quali vennero catturati dai legionari duecento prigionieri.
 Fu questa l’azione che costò la vita a Groppi. La salma fu tumulata a Fiume nel cimitero di Cosala e qui si svolsero in seguito cerimonie con la partecipazione di D’Annunzio. Il 25 marzo 1923 le spoglie di Groppi furono traslate da Fiume a Parma nel corso di una manifestazione patriottica.

 

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  • fabrizio

    31 Agosto @ 21.34

    rifacciamolo

    Rispondi

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