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ARTE

La Vergine, il Bimbo, l'eternità

La «Madonna dell'arancio», sommo capolavoro di Cima da Conegliano in mostra alla Galleria Nazionale fino al 18 gennaio accanto ad altre importanti opere del maestro veneto e del parmigiano Cristoforo Caselli, allievo di Giovanni Bellini

La Vergine, il Bimbo, l'eternità
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Un’occasione unica, imperdibile per gli appassionati d’arte: la temporanea presenza a Parma di uno dei sommi capolavori di Cima da Conegliano, la cosiddetta «Madonna dell’arancio» che brilla nel panorama dell’ultimo Quattrocento e che è esposta (fino al 18 gennaio) a Parma in Galleria Nazionale nella mostra intitolata «Cima da Conegliano e l’Emilia» a cura di Mariella Utili e Lorenzo Sbaraglio ai quali si deve pure l’agile catalogo stampato con l’abituale nitore dalle Grafiche Step. Giovan Battista Cima (dal padre Pietro conciatore di panni) è nato verso il 1460 e della sua formazione non si hanno notizie: si sa però che nel 1486 aveva bottega di pittore a Venezia e nel suo primo polittico si notano le influenze di Alvise Vivarini, Antonello e Giovanni Bellini, che era l’artista di riferimento dei giovani pittori. Ma ben presto Cima, attento alle novità espressive e iconografiche che stavano emergendo, acquisiva un linguaggio autonomo che lo portava a distinguersi in un ambiente non facile con le collaudate botteghe dei Bellini, Vivarini, Carpaccio. Grazie ad una eccezionale sensibilità paesaggistica e a una straordinaria abilità tecnica ha creato scene di una raffinata spiritualità in cui i santi personaggi sono immersi in una luce trasparente e incantata, dove si sublimano materia e spirito. E questa meravigliosa fusione trova il suo vertice nella «Madonna dell’arancio», la grande tavola proveniente dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia e che insieme alla «Deposizione» della Galleria Estense e alla «Madonna col Bambino» della Pinacoteca di Bologna dialogano con le opere parmigiane dando sostanza a una rassegna che si completa coi lavori di Cristoforo Caselli, il più veneto dei pittori parmigiani, e che offe l’occasione per poter osservare con attenzione uno dei momenti più alti della stagione precorreggesca. La collocazione dei dipinti lungo il percorso museale consente poi intelligentemente di ampliare confronti e connessioni. Nel titolo viene messo a fuoco il particolare legame che ha unito l’artista veneto all’Emilia e Lorenzo Sbaraglio, nel saggio introduttivo, individua una delle cause nel rapporto coi minori osservanti mentre in precedenza Peter Humfrey, il maggiore studioso di Cima, aveva sottolineato la presenza a Treviso del vescovo Bernardo de’ Rossi e del suo segretario Broccardo Malchiostro. La prima opera giunta in Emilia a Bologna è la «Madonna col Bambino» - databile verso il 1495 - in cui l’autore è aggiornato sulla nuova iconografia che vuole il Bimbo in piedi su una balaustra con gli organi genitali visibili per dimostrare la duplice natura umana e divina; il piccolo Gesù guarda con preoccupata tenerezza la Madre assorta nel pensiero della tragica predestinazione del figlioletto, raffigurata dalle braccia incrociate del Bimbo. Subito dopo viene eseguita la «Madonna dell’arancio» calibratissima nell’equilibrio compositivo con al centro della scena la Vergine, col Bimbo in braccio, seduta su un trono roccioso che appoggia su un terreno ricchissimo di erbe descritte con botanica precisione; ai lati della Vergine i santi Girolamo e Ludovico di Tolosa, indossante uno stupendo piviale ricamato con figure di santi e in lontananza si nota San Giuseppe vicino a un asinello. Sullo sfondo monti azzurrini e colline verdeggianti con case, chiese, castelli mentre la tersa luminosità del cielo è trapuntata dalla festosa leggerezza delle foglioline dell’albero d’arance e degli altri spumeggianti alberelli. A Parma sono stati i francescani minori osservanti i primi a commissionare verso il 1498 a Cima una pala con la Madonna tra i santi Michele Arcangelo e Andrea per la chiesa dell’Annunziata, fuori Porta Nuova nella zona dell’attuale Cittadella, per la quale il Correggio ha affrescato l’Annunciazione: la chiesa è stata demolita nel 1546 per disposizione del duca Pier Luigi Farnese e le opere, dopo varie peripezie, sono ora nella Galleria Nazionale. Agli stessi anni si data la «Visitazione», che costituisce un’altra delle sorprese della mostra. Infatti il quadro, commissionato dal commerciante Gabriele Mandrio (studiato da Alessandra Talignani), dal 1906 si trova nella cappella Bernieri del Duomo con una attribuzione del Bertoluzzi al Caselli mentre per Roberto Longhi e Raffaele Pallucchini rientra nell’area di Cima; ed effettivamente dopo l’eccellente restauro di Francesca De Vita gli elementi che lo collegano all’artista veneto escono rafforzati. E la distanza dal Caselli si può verificare osservando la grande tavola della «Vergine incoronata» e le altre opere esposte del maestro parmigiano.All’inizio del ‘500 viene spostata l’esecuzione della corale, drammatica «Deposizione» in seguito ad una nuova lettura iconografica basata sull’immagine della Vergine. Infatti mentre tutti i santi, sante e angeli, che circondano Cristo, versano lacrime, il volto della Madonna con gli occhi chiusi è impietrito in una maschera mortuaria, che viene collegata alla morte di Caterina Pio (1501) madre del committente Alberto III, signore di Carpi. Un evento lieto, invece, il matrimonio fra il noto giureconsulto Bartolomeo Prati e Margherita Brugnoli, nipote del famoso canonico Bartolomeo Montini, può aver portato a Parma nel 1501 – come elementi di cassoni nuziali - i due preziosi tondi mitologici ispirati alle Metamorfosi d’Ovidio, raffiguranti Endimione dormiente e il Giudizio di Mida. Montini ha proseguito il rapporto con Cima e gli ha affidato il progetto di sistemazione della sua cappella sepolcrale nel transetto destro del Duomo, che vede il catino absidale dipinto a mosaico da Cristoforo Caselli su disegno di Cima così come il Cristo in pietà del monumento funebre. Cima ha eseguito direttamente l’elegante pala, raffinatissima nella levigata lucentezza dei marmi, nella dorata lezione sapienziale dei finto mosaico e nella scandita bellezza dei santi, trepidanti di contenuta emozione. L’ultima opera del maestro veneto giunta a Parma è stata nel 1513 la «Madonna col Bimbo e i santi Giovanni Battista e Maddalena», ora al Louvre, eseguita per le monache di San Domenico in Oltretorrente: il volto della Maddalena, dallo sguardo intenso e appassionato, sembra trovare un’eco nella stessa santa dipinta dal Correggio nella «Madonna di san Girolamo», nella continuità di una superba stagione rinascimentale, ampiamente documentata nella stessa Galleria.

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