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Giacometti tutte le anime di uno scultore

La mostra che la Galleria d'Arte Moderna di Milano dedica a un protagonista del Novecento. Dalle donne filiformi alle teste dei familiari lo sguardo fisso e severo di un genio

Giacometti tutte le anime di uno scultore

Un'opera di Giacometti

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E' un universo intimo, carico di suggestioni, quello si apre agli occhi del visitatore nella mostra che la Galleria d’Arte Moderna di Milano dedica (fino al 1 febbraio 2015) ad Alberto Giacometti (1901-1966), grande protagonista della scultura del Novecento. Un universo destinato ad aprirsi su di una visione non solo formale ma anche interiore, di fronte ai ritratti del padre, della madre Annetta, del fratello Diego e della sorella Ottilia. Il lungo e completo percorso dell’esposizione milanese, promossa dal Comune di Milano|Cultura, organizzata e prodotta dalla GAM e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e curata da Catherine Grenier, direttore della Fondazione Alberto e Annette Giacometti di Parigi, racconta l’artista e la sua arte dagli esordi, nell’atelier del padre - Alberto Giacometti è nato a Borgonovo, piccolo villaggio della Svizzera italiana, primogenito del pittore impressionista svizzero Giovanni Giacometti- all’età matura, con opere dagli anni Venti agli anni Sessanta, che ne hanno segnato l’evoluzione. Scultura, dipinti, disegni sono suddivisi in cinque sezioni in cui si evidenziano alcuni capolavori assoluti come Boule suspendue, Femme qui marche, La cage, Quatre femmes sur socle, Buste d’Annette o ancora la monumentale Grande femme IV. Ma è la focalizzazione sui ritratti famigliari che apre la visita e fa entrare nell’universo dell’artista, che diverrà celebre per le sue figure in cammino, le donne immote e silenziose come idoli del passato, nella ricerca di forme espressive ancestrali, capaci di rappresentare la moderna umanità in una visione eterna. Dopo l’intima visione dei ritratti gli anni di Parigi, dove l’artista si era trasferito su consiglio paterno dopo il 1922, mostrano opere «figlie» del clima artistico cubista, allora in voga. Ma già nel 1931 Giacometti aderisce al Surrealismo, movimento a cui era stato avvicinato da Cocteau, Masson e dai coniugi Noailles: la seconda sezione presenta i lavori nati da questa parentesi di breve durata (lascerà il movimento nel 1935), veri e propri capolavori quali Femme qui marche, concepita come manichino per l’Esposizione Surrealista del 1933, Le Couple, che ben mostra l’interesse per l’arte africana e, l’ ancor più celebre, Boule Supendue, definita da Dalì come il prototipo degli “oggetti a funzionamento simbolico”, punto saliente del pensiero surrealista. La terza sezione testimonia la nuova ricerca rivolta al «vero»: i ritratti si fanno a scala ridotta, misurando solo una decina di centimetri e la testa diventa presto il fulcro del «nuovo», preannunciando quelle realizzate in pittura e scultura negli anni ‘50 e ‘60. E’ con il rientro a Parigi nel 1945 alla fine della guerra, che l’artista dà forma e vita ai suoi celebri personaggi filiformi, figure ieratiche e immobili, distribuite rigidamente su alti piedistalli o all’interno di gabbie che ne determinano i limiti spaziali. Il percorso prosegue con la ricerca artistica sulla rappresentazione della testa, preannunciata dai ritratti di Rita e Diego, e ben visibile nei dipinti e nelle sculture della maturità. I modelli scelti sono quelli a lui più vicini come la moglie Annette (Buste d’Annette, 1962), il fratello Diego (Buste de Diego, 1964), il filosofo giapponese Yanaihara (Buste de Yanaihara, 1961), l’amante Caroline. Sia in pittura, che in scultura il lavoro è intenso al fine di raggiungere il principale obiettivo: la somiglianza. Il percorso si chiude con le opere monumentali della Grande tête (1960-1966) e della Grande femme IV (1960-61), le più grandi da lui mai realizzate, la cui superficie rugosa accresce l’aspetto drammatico. Queste sculture sono presentate in mostra accanto ai due ritratti seduti di uomo e donna, frontali e ieratiche e con le braccia posate sulle gambe alla maniera delle sculture antiche: elemento comune l’intensità dello sguardo, rivolto dritto davanti a sé e perso in una sorta di aldilà quasi profetico. Si completa, così, un «storia» affascinante e ricca di risvolti ideali oltre che di adesioni formali che mettendo in luce le diverse fasi della ricerca dell’artista. il risultato è la consapevolezza di una indipendenza creativa espressione di una forza ideale oltre che formale nell’ opera tutta dell’artista. Per Alberto Giacometti infatti la forma, quella sua forma unica ed irripetibile pur nella visioni di movimenti ed interpretazioni visive, si rivela pretesto per accedere all’anima ed i significati si condensano nel desiderio di giungere a scolpire, in un solo essere umano, tutta l’umanità. Un’aspirazione coltivata con paziente adesione all’uomo, al pensiero e alle sue espressioni, nella ricerca costante di un’unione possibile degli elementi esistenziali, di bisogni interiori ed intimi condivisi dagli essere umani. Non bisogna, in una lettura più complessa, dimenticare che Giacometti fu amico di Sarte e lo frequentò per venticinque anni. Comune era la necessità di dar voce a quell’angoscia del vivere che lo scultore cercava nella «forma», nelle sue fragili ed imponenti e solitarie figure, espressione di una umanità dolente, ieratiche ed assolute, come l’uomo e l’artista.

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