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«I miei personaggi sono ispirati alla realtà»

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di Francesco Mannoni 
Andrea Vitali è la sorpresa della narrativa italiana più bella degli ultimi cinque anni. Del mondo della provincia che ferve nei suoi romanzi con tutto l’impatto popolare in cui ristagna il brodo primordiale d’una semplicità fiabesca, disegna l’anima arguta, il cuore pruriginoso, la lingua martellante e il battibecco rissoso con cui compone i siparietti godibilissimi di un piccolo ma cordiale mondo antico. Con il suo ultimo romanzo «Almeno il cappello» (Garzanti, pagine 408, euro 17,60) ha partecipato al Premio Strega, ed ora si prepara alla serata finale del Premio Campiello come uno dei finalisti più votati della cinquina. Epicentro delle sue storie il paese natale di Bellano sul lago di Como. E che ad agire sia la bella modista o la banda paesana, il divertimento è sempre assicurato: vanità e orgogli locali, boccaccesche miniature erotiche e scampoli di grottesco dentro il solido impianto paesano, tra effluvi scherzosi e trame salottiere che spesso divagano tra i vicoli e i monti in storie al limite del giallo e del noir, ma sempre popolate da una umanità di sanguigna emotività e febbrile ricerca del piacere.
Vitali, perché in tutti i suoi libri racconta storie di provincia del passato e in particolare del periodo fascista? Il presente non le piace?
Quello della provincia è il mio mondo, quello che mi ha creato, che mi ha educato, diventando il mio epicentro reale ed anche narrativo. Avere alle spalle un territorio sicuro facilita anche il racconto di certe storie che sono ambientate nel passato per una ragione di opportunità. In un arco temporale che va dal '27 al '36, gli anni, a mio giudizio, di una Italietta grottesca e contraddittoria, cerco di condensare vizi e virtù del popolino ma anche delle classi più agiate.
I personaggi delle sue storie molto spesso sembrano parodie di persone reali che in qualche modo lei si diverte a  «storpiare» con parecchio acume critico: una pratica abituale o solo occasionale?
Dalla realtà prendo sempre qualche cosina. Soprattutto la partenza può essere un aneddoto, una notiziola reperita da qualche parte, ma si tratta sempre, o per lo più, di storie vere. I personaggi sono spesso raccolti nella realtà ma messi assieme come un collage, prendendo un aspetto di uno o dell’altro, in modo da tirar fuori il personaggio che ho nella fantasia.
Quanto è importante per lei la pratica del pettegolezzo che nei paesi è lievito e commento di ogni avvenimento?
E' fondamentale, tenendo conto che quando è fatto bene è un’arte, e diventa esso stesso racconto perché il pettegolezzo spesso è condito con una buona dose di fantasia. Seguendo il filo del pettegolezzo, si possono sentire più versioni dello stesso fatto, perché ciascuno ci mette del suo e quindi saltano fuori delle cose estremamente divertenti. Questo perché il paese è un mondo vero e proprio. Al di là del fatto che i suoi confini sono precisi, per quanto mi riguarda sono in continua espansione perché si tratta di un mondo che scopro in continuazione. E’ un universo che sembra un po' superficiale e facile da penetrare, invece se lo vivi dall’interno é la riproduzione un po' in piccolo di tutto ciò che accade nel resto del pianeta. Credevo che a un certo punto queste storie sarebbero finite, invece andando avanti negli anni ne scopro sempre di più e questo la dice lunga sulla dimensione del piccolo mondo si provincia. 
Attorno ai premi letterari e allo Strega in particolare quest’anno le polemiche sono state anche più consistenti. Il fatto d’essere presente anche nella cinquina del Campiello la fa sentire orgoglioso o come una sorta di miracolato? 
Alle competizioni letterarie finora ci sono sempre andato per obbedienza al mio editore. Personalmente non ho mai chiesto mandatemi di qua o di là. La partecipazione allo Strega è stata una sorta di gioco inventato da Stefano Mauri, mentre l’affermazione al Campiello è il risultato di un buon lavoro, perché erano tre o quattro anni che tentavano la cinquina. Questi premi mi hanno impegnato moltissimo per il fatto di dover andare in giro, e il punto di vista positivo è che conosci un po' di mondo e di colleghi. La negatività di questi spostamenti è che interrompono il rapporto quotidiano con la scrittura, una cosa che mi dà più fastidio perché a me, poco o molto, piace lavorare ogni giorno, mentre gli impegni distraggono e la concentrazione non è proprio al top.
Sta già lavorando al nuovo romanzo?
«Sto  rivedendo il romanzo nuovo che uscirà l’anno prossimo. L’ho ripreso in mano in questi giorni per riprendere confidenza con la scrittura. Anche questo è la rielaborazione di un fatto realmente accaduto: è ambientato nel 1933, e gli fa da sfondo la crociera del decennale inventata da Italo Balbo per celebrare il decimo anniversario dell’arma dell’aeronautica».

Almeno il cappello Garzanti, pag. 408, 17,60 

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