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Ragione, fede e politica

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 di Francesco Mannoni

Questo libro «non è una professione di fede. E’ una riflessione sulla laicità non come polo oppositivo, che più d’uno vor
rebbe rimuovere, ma come componente essenziale del discorso pubblico in democrazia». E’ l'incipit del nuovo saggio di Stefano Rodotà, «Perché laico» (Laterza, pag. 190, euro 15,00), ampia e incisiva indagine sul ruolo assunto dalla Chiesa nelle tante discussioni alla base di certe scelte che sembrerebbe voler contestare. Incontriamo il professor Stefano Rodotà che con questo saggio è finalista alla 19ª edizione del Premio Pen Club. 
Professore, perché come lei dice la laicità in Italia è vista come eccezione negativa?
Credo che ci sia stata soprattutto negli ultimi tempi una riflessione che definirei impropria sulla laicità. Per una ragione politica soprattutto, ci troviamo ancora di fronte al problema rappresentato da una pressione molto forte proveniente dalle gerarchie vaticane e in parte accettata anche dal sistema politico, di tradurre una serie di legittime posizioni di fede in norme vincolanti per tutti. Questo ha determinato la continuazione di un conflitto tra laici e cattolici che non avrebbe ragion d’essere se la laicità fosse intesa come deve essere e come ha detto la Corte Costituzione, ovvero un principio supremo dell’ordinamento.
Che cosa vuol dire questo professore?
Che il criterio della tolleranza, del rispetto delle opinioni degli altri, del dialogo sono una caratteristica del nostro sistema democratico. Nessuno può ritenere il proprio punto di vista talmente forte da imporsi agli altri per il semplice fatto che lo dichiara non negoziabile. Qui si è creato un corto circuito. In democrazia, le uniche posizioni non negoziabili sono quelle dei principi costituzionali perché hanno avuto una legittimazione democratica che gli altri principi non hanno.
Cosa intende dire veramente professore con questa distinzione?
Intendo dire che i principi costituzionali sono il risultato del voto del 1946 che ha eletto un’assemblea costituente che ha lavorato per due anni e ha prodotto una Costituzione approvata poi quasi all’unanimità. Le altre posizioni, gli altri valori e principi che entrano nella discussione pubblica e a mio giudizio devono entrare perché l’arricchiscono e la rendono più articolata e plurale, non possono però pretendere di avere poi la stessa forza o addirittura una forza superiore a quella dei principi costituzionali fino a quando non avranno avuto la stessa legittimazione della Costituzione. 
A chi si riferisce precisamente quando parla di altre posizioni?
Quando si discute di materie cosiddette sensibili intorno alle quali il tema della laicità è diventato molto caldo, per via di posizioni dalle fondamenti forti, entrano in discussione anche le encicliche papali, che però non sono un documento che può avere una forza maggiore di un principio costituzionale. Perciò da una parte abbiamo un’idea di laicità che dobbiamo salvaguardare come una laicità costitutiva che ormai fa corpo con la Costituzione, e dall’altra un residuo di laicità oppositiva, quella che verifichiamo nei dibattiti. C'e continuamente, a mio giudizio, il tentativo, non solo da parte delle gerarchie ecclesiastiche di imporre diversi punti di vista tutti legittimi, ma che non possono essere superiori a quanto stabilito dalla Costituzione.
Ma perché fa paura la laicità?
La laicità fa paura perché il principio di gerarchia e del valore autoritario è messo in discussione, e perché ciascuno di noi teme che anche le opinioni altrui siano legittime ed eliminino quel tanto di rassicurazione che viene da un principio di fede. 
Il confronto è reso difficile perché è in atto un conflitto di poteri?
Qui c'è un problema. All’inizio del libro cito una frase del 1907 di Gaetano Salvemini: «La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da sé le proprie convinzioni politiche, filosofiche, religiose»; ebbene, io trovo che questa frase assolutamente attuale sia un po' l’emblema della laicità perché smentisce il luogo comune secondo cui i laici non vorrebbero che la religione entri nella sfera pubblica: ci entri pure, ma non ci può entrare come una sorta di privilegio. Chi è portatore di un punto di vista religioso, ha socialmente e politicamente più forza e più legittimazione. E poi c'è il punto del potere.
Sarebbe?
Negli ultimi anni in particolare, finita la mediazione della Democrazia Cristiana, le gerarchie ecclesiastiche vaticane si sono costituite in un vero e proprio soggetto politico e sono intervenute come tali nella discussione pubblica. L’intervento è legittimo, però nel momento in cui le gerarchie vaticane, il presidente della Cei, lo stesso pontefice agiscono come soggetti politici debbono rassegnarsi a essere giudicati come qualsiasi altro soggetto politico. Il tentativo che io faccio in questo libro è di uscire dalla laicità oppositiva legata alla contingenza politica italiana e recuperare le possibilità di dialogo comune. 

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