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Il nulla e l'amore che resta

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di Emilio Zucchi

L'antiretorico per eccellenza, uno dei pochi poeti italiani successivi a Gozzano che non devono assolutamente nulla a D'Annunzio (quanto ipnotico e squisitamente rivissuto «Alcyone» nei pur  antidannunziani Ungaretti, Montale, Luzi, Sereni, Zanzotto, Pasolini e nel più recente e magnifico Giuseppe Conte...) torna a sorprendere - in sordina, come è nel suo stile - con un nuovo libro di liriche  che, nell'orizzonte dei contenuti,  segna un sussulto inaspettato e  forte rispetto alle precedenti raccolte poetiche. Stiamo parlando di Maurizio Cucchi, sessantaquattrenne poeta  milanese, più volte acclamato ospite del ParmaPoesia Festival, che ha di recente pubblicato lo stupendo «Vite pulviscolari»  (Mondadori, collana Lo Specchio).

 A trentatré anni dall'esordio con l'ormai storicamente  più che accreditato «Il disperso» (due anni prima della pubblicazione,  il profetico Pasolini, avendone letto alcune anticipazioni, ne scrisse con entusiasmo e particolare convinzione ravvisandone elementi di importante novità), Cucchi sembra aver fatto propria una visione del mondo che, dall'ironico e, a tratti, elegiaco filtrare la realtà metropolitana attraverso figure affettivamente intensissime ma, proprio per questo, pudicamente rappresentate in modo estraniato, in un depistante gioco di identità non sempre definite e definibili, passa ora, pur senza abbandonare i riferimenti oggettivi di sempre,  alla  riflessione sull'essere, sul senso della vita, sul mistero della morte. Poeta etico germinato nel solco serio e nitido di quella misuratamente espressionistica corrente poetica del Novecento per convenzione critica denominata «linea lombarda», Cucchi diviene ora, senza per questo alzare o drammaticamente intensificare il tono del dettato lirico, poeta  metafisico: «Il nostro suono, il becco, la parola / si mozzano di colpo. / E allora siamo / una macchia nera che non vola». E', questo, un lapidario testo di esemplare potenza evocativa: l'accostamento di  «becco» e «parola» ha qualcosa di totemico e primitivo,  e suggerisce una tragica contiguità tra le  forme viventi: l'abisso che separa  uomini e animali  non è   grande quanto ciò che tragicamente li accomuna: la caducità, o come direbbe Heidegger, l'«essere per la morte».

E' un frammento  cupamente cadenzato, reso magico da  una sorta di ossificata stringatezza,  in cui l'ultimo verso, un decasillabo, volutamente fuori tono rispetto ai classici endecasillabo-settenario-quinario che lo precedono, si addensa di sinistra  gravità, perfettamente fondendosi con la metafora del volo mancato, dello scacco finale. Già dal titolo, «Vite pulviscolari», il libro allude a una lucreziana, dolorosa consapevolezza della materia come cifra definitiva del mondo: tuttavia, non essendo Cucchi  un filosofo, obbligato a un coerente sviluppo logico delle proprie idee, ecco, per nostra e sua fortuna, da molte sue poesie aprirsi feritoie di senso che lasciano scorgere dimensioni tutt'altro che nichilistiche. Anzitutto, quella di un devoto amore filiale: il libro si apre infatti con una bellissima sezione dedicata alla madre scomparsa, intitolata «Il bacio della buonanotte»: «Ti ritrovo ogni giorno di più nei miei gesti, / persino nel battere del tacco sulla strada, nel frenare / del passo, nei lineamenti sempre più vicini, nell'aggrottare / la fronte (...) / Abbassavo lo sguardo su di te, serenamente / assente, e ripetevo: eccomi qua, eccomi qua, / mi sto specchiando nel tuo sorriso di ragazza, / e ti dico grazie, grazie...» e, con altrettanta intensità,  «Presto saremo tu e io senza tempo / risucchiati senza tormenti o gioie, senza / né corpo né afflizioni, assorbiti in una nube, / in una bolla definitiva d'aria»;  e ancora «Per rimanere insieme ancora un po', prima / del risucchio totale che assorbirà anche, con me, / la tua memoria. Quando altro non saremo più / che un vorticare alto nell'aria, ma lento, e sempre / più lento... / Tante volte, però, ti dico adesso, / io ti  ho cercato. E infine sempre meno. / Perché non rispondevi? Perché / non rispondevi mai?».

 Anche l'eros viene vissuto senza disincanti materialistici: «Dicono che l'amore si trasforma / passando dal fuoco al più tenero abbraccio, / ma più conta che le sue radici / cieche insistano scavando / tra parole e silenzi (...)».  E' inoltre sempre vivo, in Cucchi, un solidale sentimento di fraternità verso le cose, vero il lavoro delle persone, verso il loro sacrificarsi: «I veri santi, le anime più pure / sono innumerevoli. Vivono / senza pensiero di lasciare traccia. / Che nome hanno i muratori / del Castello? (...)» e «Gli oggetti sono cambiati, sono cambiato io. / Erano fatti per resistere, durare anche oltre noi; / costavano fatica,  sangue, soldi (...)».  C'è poi una volontà di credere  che gli affetti siano «per sempre, anche se un sempre / che ha una fine», e c'è una commossa fiducia nel valore della  memoria: «La tonaca del salesiano svolazzava / o si gonfiava come un paracadute / incongruo (...) /  Destrezza e devozioni, / catechismo e calcioni. / Dove sei Don Egidio? Dove sono / i miei gol di rapina? (...)». Il concetto di «nulla» emerge però spesso, testualmente o allusivamente; ma, a  superare l'angoscia che ne deriva, oltre alla forza dei sentimenti sopra esemplificata, subentra, nella poesia che chiude il libro,  un trasfondersi finale nel tutto (o nel niente): «Ho chiuso in tasca il temperino / come inchiodando la freccia del tempo. / Sono qui, nel presente ablativo, / mio / e mettendo già il piede sul suolo / mi fingo a  me stesso più goffo / per darmi certezza del felice attrito / col mondo, con la materia / che mi accoglie e accarezza. / Che dolcemente mi azzera».
Ed è  un atteggiamento di virile accettazione che non intacca lo stupore  di ciò che è stato, la grandezza di ciò che si è amato. 

 Vite pulviscolari
 Mondadori, pp. 105, € 13,00

 

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