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Bargnòcla, da burattino a maschera

La famosa testa di legno nata dalla fantasia di Italo Ferrari, poi ripresa dal figlio Giordano, debuttò al teatro Reinach un secolo fa. Ormai i parmigiani ritengono che il popolare personaggio con il bernoccolo meriti un più ampio palcoscenico

Bargnòcla, da burattino a maschera

Bargnòcla

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Nel castello dei burattini c’è fermento. Le teste di legno bisbigliano e mormorano felici e compiaciute per l’anniversario, il centesimo, del debutto di un loro compagno, Bargnòcla, nato dalla ipertrofica fantasia di Italo Ferrari, preso per mano dal figlio Giordano e dai nipoti Gimmi e Luciano e portato in giro per l’Italia con la stessa dignità degli altri burattini di tradizione.
Bisogna avere visto all’opera Maurizio Landi per capirne le ragioni quando sostiene che ormai è giunto il momento di estendere la personalità di Bargnòcla da burattino, protagonista del boccascena del casotto, a maschera che può reggere il palcoscenico di un teatro. E' accaduto poche settimane fa alla Famija Pramzana in occasione della serata di chiusura della Festa Internazionale della Storia e può capitare ancora. Anzi, deve. Perché, sostiene l’interprete del burattino non più di legno ma in carne e ossa, Vladimiro Favalesi, anzi l’improbabile Falesi, detto Bargnòcla, è il cibàch, cioè il ciabattino che aveva bottega in Borgo dei Minelli, nel cuore dell’Oltretorrente. E merita un più ampio proscenio. Magro, secco, mentre con la pece tra le dita lubrifica lo spago col quale cucirà le suole infilandolo nel foro praticato con la lesina, esprime con un susseguirsi di commenti il carattere popolare del quartiere, generoso e un po’ anarchico. Bazzica le osterie dove si mangia anche il gatto in umido o arrosto e beve qualche mezzo litro, esagerando solo di rado. Oltre alla discendenza da un calzolaio realmente esistito e conosciuto da Italo, volendo ricercarne anche uno spunto letterario, sorge spontaneo pensare ad Asdente di salimbeniana e dantesca memoria.
Le analogie sono tante, come l’origine oltretorrentina, l’acutezza di ingegno e la dentatura irregolare o comunque spropositata. Le differenza sono che Asdente ha un bernoccolo solo virtuale, inteso come acutezza d’ingegno, e inoltre che osa fare l’indovino, e per questo Dante lo collocherà all’inferno. Bargnòcla no, e all’inferno di sicuro non andrà, ma non è detto che non ci possa provare a predire il futuro, chissà.
La maschera, in ogni caso, deriva dallo Zanni bergamasco della commedia dell’arte, come Arlecchino e tante altre tipiche regionali. E' uno zotico solo apparentemente «bosùcch», sostiene ancora Maurizio Landi. In realtà, con fare sornione, spara battute frizzanti, pronte, sagaci e pittoresche proprie del dialetto parmigiano, variando ogni volta le definizioni senza ripeterle e intercalarle ostinatamente e scioccamente, cercando, invece, la similitudine, la metafora, l’iperbole. Forse il burattinaio di Fossa di Sissa l’ha già in mente da tempo, ma soltanto nel 1914 si decide a dare al suo intagliatore di fiducia, lo scultore parmigiano Giusto Savi, un bozzetto di Bargnòcla caratterizzato da un enorme bernoccolo sulla fronte, allusivo all’intelligenza se detto in italiano, ma retrocesso inesorabilmente all’ottusità se pronunciato in dialetto. In seguito, addirittura, il bernoccolo verrà definito la voglia di un osso di maiale, quello che spunta rotondo dal prosciutto. Niente poteva essere più parmigiano di così. Nell’estate di quell’anno, l’ultima di pace prima del grande conflitto, Italo Ferrari aveva concordato con il Caffè Gainotti del Teatro Reinach, una serie di recite e proprio il 14 luglio mise in scena la farsa «I contrabbandieri del caffè» che aveva appunto quale protagonista Bargnòcla, trovando subito il favore del pubblico. Il personaggio rimarrà qualche anno in deposito per essere ripreso da Giordano, che lo completerà dandogli anche una moglie, la Rosón (la quale non poteva che fare l’ortolana), un figlio chiamato Jofén e conferendogli un più preciso carattere tipicamente parmigiano dedlà da l’acqua.
Alla fine degli anni Trenta Giordano riscrisse una pièce con protagonista Fasolino trasformandola in Bargnòcla in cuccagna, riscuotendo un grosso successo di ilarità fin dalla prima rappresentazione.
Nel suo «antro di Borgo Santo Spirito», dove regnava l’odore di foglie secche misto a quello di vernici, lambicchi preziosi per impensati virtuosismi, Giordano Ferrari si farà apprezzare quale straordinario intagliatore e innovatore. Non soltanto impresse uno stile all’immagine del burattino, ma fu tra i primi, già nel 1928, come lui stesso racconterà, a costruire i movimenti della bocca, degli occhi, delle orecchie, delle foltissime sopracciglia e alle volte anche del naso. E se metteva nel teatrino una banda di musicisti di legno faceva in modo, azionando nascosti meccanismi, che ognuno facesse una ritmica mossa come se davvero suonasse. Stilista era ed è tuttora, invece, Maura, la più giovane dei figli di Italo, figura importante perché anche l’abito sotto il quale il burattinaio infila la mano è il costume del burattino e lo connota attraverso i colori, la foggia e altri dettagli, come la pancia o la gobba, utili a sottolinearne gli atteggiamenti durante lo spettacolo.
Altrettanto bravo intagliatore di Giordano, oltre che attore e musicista, era il figlio Gimmi, più raffinato e levigato rispetto al padre, che però – era lo stesso Gimmi a dirlo – creava figure più aspre e meno rifinite, ma più amate dal pubblico. Espressioniste, dunque. Il Bargnòcla che usciva dai disegni di Italo Ferrari e poi dalle sgorbie di Giusto Savi fino a Giordano e Gimmi Ferrari sono il risultato di quell’espressionismo grottesco, indigeno e autoctono, non tributario di più blasonate e ignorate correnti artistiche, ma strettamente agganciato al gusto della beffarda ironia e della graffiante caricatura tipica del popolo dei nostri borghi, quando ancora c’erano i borghi.
L’idea di Maurizio Landi di mettere il burattino Bargnòcla davanti allo specchio e tirarne fuori la maschera non è certo da scartare. Del resto è ciò che in un certo modo facevano, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, i due fratelli Luciano che fa recitare Bargnòcla e Gimmi fuori dalla scena in borghese, con i loro dialoghi cabarettistici che lasciavano ampio spazio all’improvvisazione. Ed in questa direzione andava anche la loro collaborazione con Dario Fo e Franca Rame, che sfocerà negli spettacoli milanesi Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli e medi (1968) e Morte e resurrezione di un pupazzo (1971). Quando, anni dopo, Dario Fo riceverà il Nobel della Letteratura a Parma si dirà che un po’ era merito anche di Bargnòcla. Ora sono i cugini Daniela, figlia di Luciano, e Giordanino figlio di Gimmi, sotto l’occhio vigile di zia Maura, ad animare la compagnia delle teste di legno. Che nel loro Castello continuano a cicalare e a mormorare in attesa che si metta, in ogni senso, la maschera, un loro fratello in carne e ossa, in questo anno centenario della nascita di Bargnòcla.

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