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Arte-Cultura

Maigret, icona immortale

Maigret, icona immortale
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La mattina del 4 settembre 1989, a Losanna dove dimorava dal 1957 in una villa piena di strani oggetti, Georges Simenon moriva assistito dalla fedele cameriera Teresa Sburelin una donna friulana che il suo editore Arnoldo Mondadori gli aveva suggerito di assumere.  Teresa per trent'anni fu, per Simenon, madre, moglie, infermiera e amante: una presenza importantissima e rara nella vita dello scrittore. Che era nato a Liegi nel febbraio del 1903 in una modesta famiglia borghese, di piccoli commercianti, il nonno aveva una bottega di cappellaio, il padre era contabile in una compagnia di assicurazione la madre, Henriette Brüll era dominata da crisi isteriche e attaccata ai due figli, specialmente a Christian, più giovane di Georges, che morirà appena quarantenne in Indocina nella Legione straniera. Georges è un giovane riservato, persino chiuso, legge moltissimo, da solo cerca i propri autori Gogol e Cechov, Flaubert e Maupassant. A sedici anni entra come cronista di «nera» alla «Gazette de Liège» e tre anni dopo pubblica il suo primo romanzo «Au port des Arches» che non riceve nessuna attenzione.  Allora, si trasferisce a Parigi e si sposa con Régine Renchon detta Tigy, una pittrice più vecchia di lui. È il tempo delle più importanti rivelazioni letterarie: dal '23 al '31 lavora senza sosta, scrive 181 romanzi e più di 1500 racconti sotto i più disparati pseudonimi.
Conosce Joséphine Baker e se ne innamora, lei lo vuole sposare ma Simenon rifiuta perché sicuro che avrebbe oscurato la propria popolarità. Negli Anni Trenta si verifica anche quell'interna divisione della creatività simenoniana che caratterizzerà poi tutta la sua opera: da una parte, il commissario Maigret; dall'altra, oltre quaranta romanzi «senza Maigret» che diventeranno settanta nel decennio successivo e ancora tanti di più negli anni seguenti. Simenon diventa allora il maggior scrittore popolare del novecento europeo e da lì nascono la sua gloria e la sua condanna: la gloria del successo, e la condanna a un ruolo minore letterariamente parlando che gli impedirà anche di essere ammesso - almeno ammesso - tra gli scrittori in predicato per il Nobel. L'uomo Simenon è pieno di ombre, tanto che un suo biografo, Patrick Marnham, arriverà a scrivere che egli è «tutti i personaggi e nessuno», e la vita gli dona moltissime soddisfazioni, fiero della propria virilità possiede tutte le donne di cui s'incapriccia, apparentemente esibisce modestia ma intimamente ama il lusso, compera case trentatré volte, le rivende, acquista castelli, yacht, vestiti costosi e ha un tavolo riservato da Maxim's a tutte le ore.
E lo scrittore? Lo scrittore è un mago, tutto quello che racconta diventa vero, che è la virtù dei grandi narratori, e se Maigret e le sue indagini riempiono il mondo di milioni di copie, il vero Simenon resta quello «senza Maigret» con i suoi «romans durs» come lui li definiva, i romanzi d'ambiente nei quali s'insinua il mondo di una infinita e tragica malinconia. Squallide pensioni, alberghi  malfamati, stazioni, lungosenna nebbiosi, angiporti, banchine e viali, luoghi sordidi e nascosti alla luce del sole sono gli ambienti e le atmosfere tra i quali s'addentra il suo potere di indagatore inesorabilmente preciso.
Ebrei, neri, polacchi, zingari, italiani, greci e poveri d'ogni specie popolano queste storie di solitudine, di personaggi sgangherati che conducono vite da topo, rifiuti umani che non provocano nessuna pietà. E i film di Carnè e di Cluzot chiariranno bene le intenzioni dello scrittore. Dopo il 1972, e dopo la morte della madre novantenne che Georges assiste  dedicandole due anni dopo il bellissimo «Lettera a mia madre», non compone più romanzi ma si dedica invece  a dettare i propri ricordi che confluiranno nel mastodontico volume delle «Memorie intime» pubblicato da Adelphi, come tutte le altre opere dello scrittore, nel 2003, assieme al «Libro di Marie-Jo», la figlia che si era suicidata nel '78 a Parigi.
Giunto a settantasette anni, dunque, il grande dispensatore di storie e di trame si rifugia in se stesso e compone la propria «cognizione del dolore», il testamento-documento di una vita interamente, convintamente e ossessivamente dedicata alla letteratura  con gli indimenticabili punti fissi de «Le finestre di fronte» ('33), «I Pitard» ('35), «Il testamento Donadieu» ('37), «Il borgomastro di Furnes» ('39), «La neve sporca» ('48), «Il gatto» ('67), «Il ricco» ('70) tanto per ricordare solo una minima parte di un'opera così vasta e disseminata lungo un considerevole spazio di anni.
Opera che a vent'anni dalla scomparsa dell'autore  resta ancora tra le più cercate e amate dai lettori di ogni parte del mondo affascinati dal ritmo, dalla leggerezza, dalla pensosa armonia descrittiva dei luoghi, dalle emozioni e dei sentimenti «di una bellezza quasi intollerabile», aveva detto François Mauriac.

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