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Il coraggio di credere

Il coraggio di credere
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 di Giuseppe Marchetti

Osservava, un giorno, Carlo Bo che per sua personale esperienza è sempre meglio cominciare a pedinare i narratori dal secondo romanzo in poi. Il primo, diceva l'illustre Maestro del quale si avverte ogni giorno di più la mancanza, può esser riuscito bene o male per caso. Nel secondo, invece, la farina del sacco viene fuori e i nostri giudizi quindi possono farsi assai più netti e precisi. I primi due romanzi di Walter Veltroni non furono, nonostante i successi di vendita, un granché, «Senza Patricio»  e «La scoperta dell'alba» pubblicato da Rizzoli due anni dopo, non ci convinsero, restavano librati a mezz'aria, incerti, composti a fatica su luoghi comuni e tentazioni cinematografiche. Ora, con «Noi» sempre edito da Rizzoli, lo scrittore sembra aver trovato una maggiore consapevolezza e una più accorata ragione di scrittura. 
Veltroni ha compiuto una interessante e coraggiosa opera di ancoraggio alla storia del nostro Novecento e «Noi» rappresenta, prima di tutto, la testimonianza di questa saldatura efficace nel metodo e ricca di suggestioni nella gamma dei sentimenti e delle intuizioni psicologiche. I finali «Ringraziamenti» e le citazioni che li seguono sono davvero il segno di una radice ben piantata dentro il secolo scorso. Anche di una radice politica, che non poteva mancare, ma che, per fortuna, non appare determinante. Altre sono, infatti, le suggestioni che il romanzo produce e altra è alla fine la materia di una storia scandita per stagioni come nei poemi ciclici: «1943. L'estate»; «1963. La primavera»; «1980. L'autunno» e «2005. L'inverno». Attorno a tali nuclei, il vortice dei ricordi diventa tumultuoso per poi sedarsi in una sorta di contemplazione finale che abbraccia, non senza alcune verbose lentezze moralistiche, il volgere dei tempi, cioè quel «Noi» che il romanzo scandisce per singoli personaggi-simboli, Giovanni, Andrea, Luca, Nina, dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri quando l'autore non è più solo il romanziere ma anche un uomo politico di spicco e un intellettuale impegnato a fondo nelle battaglie sociali del momento. Rinasce qui in certa parte quella che fu la vocazione di Vittorini e del suo «mondo offeso», il confessarsi per ribadire, per riordinare e per ripensare concetti che col romanzo hanno poco a che fare, ma che tuttavia ne condizionano il meccanismo descrittivo e interpretativo. Il primo di questi temi è quello di Dio. Il dialogo tra Giovanni padre e Andrea figlio a metà libro non è di poco conto. Il secondo, riguarda l'autunno dei sentimenti che cala nei rapporti fra Andrea e Monica. Il terzo, si confronta sulla figura di Papa Giovanni XXIII e della Chiesa cattolica in generale. Il quarto, si riferisce al senso disperato e sordamente atroce dell'indifferenza giovanile, dal tempo del raduno di Woodstock e dei Beatles ad oggi. Sono tutti segni di quell'appartenenza ad una storia ben conosciuta che Veltroni racconta e sottolinea come quando, uscito dalla Cattedrale di Parma e dal Battistero, Giovanni non può fare a meno di riandare, secondo la sua memoria molto precisa, al canto XXXI del Paradiso con la visione dell'Empireo. Accostandosi a queste tracce e a molte altre disseminate nel libro che raccolgono sollecitazioni ed evocazioni dal mondo dello sport, delle canzoni, del cinema e delle cronache, il lettore percepirà ad un certo punto un'altra non poi tanto segreta intenzione del narratore: quella cioè di porsi come inquieto e non persuaso testimone del racconto di un figlio del secolo che è passato dentro e attorno a noi secondo una lunga e tortuosa sequenza di dolori e di speranze,  di illusioni e di disordini. Che è, poi, il senso profondo della vita, il suo esser cosa meravigliosa e inspiegabile, affidata da alcuni al Caso e da altri alla Provvidenza, senza saperne esattamente il perché. Davvero, dunque, «Noi» può essere anche il nostro cognome. Apparteniamo a una grande famiglia che vive e muore come i personaggi del racconto. Sul quale Veltroni ha esercitato un limpido potere dimostrativo facendo spesso della cronaca - anzi, assumendola come corredo romanzesco di prima mano e celandovi, con alcune acrobazie e scarti di stile e di umori, la vera polpa del romanzo quasi temesse di renderlo troppo esibito ed esplicito o troppo legato all'autobiografia dentro una storia d'Italia che riaffiora forzatamente da ogni pagina con i colori, i personaggi e le proporzioni di avvenimenti già tante volte sentiti e ovviamente metabolizzati. Non c'è Caravaggio o Artemisia Gentileschi che tengano: è il giovane Ego l'ultimo esemplare di un tramonto umano e poetico che annuncia il crepuscolo di un'altra misteriosa giornata del 2025.
Noi 
Rizzoli, pag. 347,   14,25
 

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