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Ken Follett: "Il mondo? E' migliorato"

Ken Follett: "Il mondo? E' migliorato"

Lo scrittore Ken Follett

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Tomo conclusivo della «The Century Trilogy», di Ken Follett «I giorni dell'eternità» (Mondadori, 1216 pag., 25 euro) racconta la seconda metà del Novecento attraverso le vicende dei componenti di cinque famiglie in America, Inghilterra, Germania, Polonia e Russia. Attraverso le vicende dei singoli, Follett dipinge un più generale quadro politico e sociale in cui dai primi anni Sessanta fino alla caduta del muro di Berlino, le piccole storie al cui interno maturano eventi epocali, si intrecciano alle grandi svolte del secolo, in un crescendo ideologico dal quale emerge l’ansia frenetica dei popoli oppressi e delle urgenze umanitarie del pianeta. Sono vicende di amore e morte, di sofferenza e di angoscia, di ossessioni e inganni, di motivazioni in cui l’uomo è sempre capace di sacrificio e abnegazione in nome della comunità e del progresso. Incontro a Roma lo scrittore cui spetta il record di aver venduto nel mondo 150 milioni di copie dei suoi libri, che ama molto anche la musica, ma confessa di aver scritto con degli amici delle «canzoni orribili per mancanza di ritmo»; che quando scrive non ha particolari riti propiziatori e che il suo metodo consiste unicamente nel pianificare bene la storia che vuole raccontare; che vede in papa Francesco un fatto positivo per la chiesa scossa da tante questioni che l’hanno in qualche modo impoverita, in particolare quella americana; che per lui «Il Gattopardo» è un capolavoro assoluto, e che gli audiolibri non soppianteranno mai il libro cartaceo.
Mr. Follett, il suo è un romanzo politico, celebrazione di una visione progressista della storia?
La storia è sempre politica e devo dire che in ogni romanzo metto sempre le mie idee e pregiudizi. Spero però che la figura di Nixon sia uscita bene dal mio libro perché al di là dello scandalo del Watergate, Nixon ha fatto tutta una serie di cose positive e ho cercato di enfatizzare questa parte, anche se anni fa lo odiavo e detestavo.
Fra i tanti personaggi storici riportati nel libro chi le sarebbe piaciuto incontrare?
Senz’altro Martin Luther King. Non era un santo perché essendo un ministro della fede battista avrebbe dovuto avere meno fidanzate e meno amore per l’alcol, ma quello che io ammiro di lui è la capacità di elevarsi e riuscire ad avere tramite la sua passione un punto di vista morale. L’atrocità più grande in America durante la lotta per i diritti civili, successe in Alabama quando lo scoppio di un ordigno fuori da una chiesa uccise quattro ragazze. Ma al funerale di quelle bambine Martin Luther King disse che non bisognava perdere la fiducia nei fratelli bianchi. L’intero mondo deprecava quel misfatto, ma lui seppe elevarsi da quel dolore e imporre una sua morale.
Ma in molti stati americani mi sembra che l’attrito tra neri e bianchi sia ancora molto forte tanto che ancora si uccidono dei neri impunitamente?
Se si riferisce ai fatti recenti, le dico che cinquant’anni fa non avrebbe interessato nessuno un poliziotto bianco che nel Missouri uccide un ragazzo nero. Non ci sarebbero stati articoli sui giornali e anche se l’omicidio fosse stato provato, il poliziotto bianco non sarebbe stato punito. Oggi è una notizia a livello mondiale. Il problema esiste sempre, ma la differenza è che oggi almeno se ne parla.
La destra avanza in tutta Europa. Perché secondo lei?
Ogni qualvolta c’è una recessione i partiti estremi hanno sempre la meglio. Questo è piuttosto deludente. Noi europei dovremmo capire quanto sia pericoloso avere dei leader politici che affermano di odiare gli stranieri. Sembra però molto difficile imparare qualcosa dalla storia.
Come vede il problema dell’immigrazione che per l’Italia è davvero una urgenza continua?
Quella dell’immigrazione è la storia più vecchia per definire la storia umana. L’odio sociale si è sempre sfogato contro i diversi, ed è un errore perché anche nelle immigrazioni ci sono fatti positivi. In Inghilterra i romani hanno costruito la rete stradale, i normanni hanno costruito le cattedrali, gli ugonotti hanno creato l’industria tessile, e i cinesi e gli indiani hanno fondato ristoranti dove si mangiava bene.
Perché le vicende italiane sono del tutto assenti nel suo romanzo?
Ho dovuto scegliere i drammi del mondo che dovevano far parte della trilogia. Sono tanti i personaggi e i fatti che ho escluso, ma non potevo fare diversamente. Ho eliminato anche la storia del Sudafrica e un grande eroe come Mandela, e mi sarebbe piaciuto raccontarla, anche perché durante l’Apartheid mia moglie fu un’attivista. La mia discriminante è stata solo tecnica.
Come vede la situazione politica del nostro Paese?
Il mio livello di conoscenza dell’attualità italiana non è molto ferrato. Mi sembra che dal punto di vista politico quello che ha prevalso nell’ultimo secolo nel mondo sia il punto di vista dei socialdemocratici. Il comunismo e il fascismo sono risultati un fallimento e il capitalismo non è stato sufficiente a farci superare determinate problematiche: ma ciò che colpisce relativamente all’Italia è che il vostro è un paese dove non c’è mai stata una tradizione radicata di democrazia sociale.
Perché? Pensa che il mondo attuale sia migliore di quello del ventesimo secolo?
Nonostante tutte le terribili guerre, genocidi, carestie, e tutti i fattacci che sono successi, cent’anni dopo ci troviamo a vivere in un mondo decisamente migliore. Nel primo libro della trilogia «La caduta dei giganti», raccontavo la storia di mio nonno che a tredici anni andò a lavorare in miniera. Da bambino mi sgridavano continuamente e mi esortavano a studiare perché ero fortunato a poterlo fare. Avevano ragione a dirlo. Se pensiamo alla situazione dell’Europa e del Nord America, oggi è molto migliore. Tutti i paesi dell’Europa sono democratici sia pure in maniera diversa, mentre nel 1914 solo la Francia e l’Inghilterra lo erano, ma anche lì le donne allora non votavano. Al momento ho una posizione positiva e ottimista della situazione.
I giorni dell'eternità di Ken Follett -  Mondadori, pag. 1216, euro 25,00

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