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Guido Carmignani dimenticato

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Pier Paolo Mendogni

Parma sembra piuttosto distratta sulle ricorrenze storiche riguardanti i suoi artisti più noti, ad eccezione di Correggio e Parmigianino. Quest’anno sta passando sotto silenzio il bicentenario della morte di Gaetano Callani - artista che ebbe prestigiosi riconoscimenti anche all’estero e le cui splendide statue giacciono ignorate nella chiesa di Sant'Antonio Abate - e lo stesso avviene per il centenario della scomparsa di Guido Carmignani, uno dei più sensibili interpreti della Parma ottocentesca.
Nato il 23 gennaio 1838 da Giulio, pittore di notevoli qualità, e da Virginia Guidorossi, fin da ragazzo ha mostrato uno spiccato talento artistico, tanto da essere già definito a 13 anni «pittore paesista» e come dimostra la «Veduta del torrente Parma presa dal torrente» del 1853, unica opera da lui firmata col nome Guido per esteso.
Nel 1854, sedicenne, partecipava alla mostra della Società di Incoraggiamento con quel «Torrente Parma presso il Ponte Dattaro» (oggi nella Galleria Nazionale di Parma) in cui la visione si dilata su un ampio orizzonte in una tenue luminosità scandita dai riflessi verdi e rosa degli alberi e delle case nelle acque immote del torrente mentre all’orizzonte i monti trascolorano nella luce della sera.
Un altro esempio della sua sensibilità nel cogliere la poesia della natura nei suoi mutamenti di luce e di atmosfera l’abbiamo nel «Mulino sul Po, tramonto», conservato nel Museo Glauco Lombardi, dipinto nel 1856, anno in cui inviava ben 16 opere alla Mostra di Incoraggiamento: in questo dipinto emerge pure la sua attenzione alla concretezza materica, che lo caratterizzerà in tanti suoi lavori.
Del tutto diversa, rispetto alle opere precedenti, la splendida «Reale Aranciera colla esposizione floreale» realizzata a 19 anni, che si può ammirare nella Galleria Nazionale: «un piccolo capolavoro giovanile» - l’ha definita Roberto Tassi nella sua fondamentale monografia su «Carmignani padre e figlio» - in cui Guido «si mostra già un pittore della vita moderna, che riproduce dal vero con freschezza di impressione, con linguaggio immediato».
Il 13 settembre dello steso anno (1857) il giovane, su consiglio del padre Giulio, partiva per Parigi, dove si tratteneva fino a metà del luglio del '58 frequentando i musei ma interessandosi soprattutto della pittura contemporanea, che in quel momento era ferma al naturalismo e al realismo della Scuola di Barbizon, anche se non mancavano le suggestioni esotiche degli orientalisti, che lo porteranno a riprendere alcuni soggetti, quali gli «Arabi nel deserto» e i gruppi di beduini.
Ma il suo principale interesse era il paesaggio in cui poteva esprimere il suo amore per la natura, riproducendola con realistica concretezza in modo antiaccademico. Si accostava pure alla litografia e alla nascente fotografia, che già alcuni artisti parigini utilizzavano per ritrarre quei soggetti che avrebbero poi sviluppato pittoricamente; un sistema che userà più tardi anche lui a Parma.
Al suo ritorno la duchessa Luisa Maria l’incaricava di eseguire sei figurini per maschere e alcune caricature per il carnevale del 1859. Nel 1862 veniva nominato professore di Paesaggio all’Accademia di Belle Arti di Parma, incarico che conserverà fino al 1877 quando verrà abolita la cattedra di quella materia.
Sempre nel '62 vinceva la medaglia d’oro alla Mostra di Bologna con una «Veduta di Cuneo». L’esperienza parigina gli era servita per addolcire il segno, per usarlo con maggiore scioltezza e per accentuare la luminosità cromatica del chiaro-scuro. E i risultati si vedono nei paesaggi appenninici ma anche in quegli angoli di una Parma ormai scomparsa e che Guido ha dipinto con un amore che ha saputo trasformare la povertà in poesia, i muri corrosi in affascinanti brani pittorici.
 Numerosi erano i riconoscimenti che gli provenivano non solo dal mercato ma anche dalle istituzioni. La disastrosa inondazione dell’Oltretorrente del 24 settembre 1868 veniva fotografata da Guido e queste tragiche immagini verranno riportate sulla tela cinque anni più tardi con una qualità pittorica tale da trasportare la realtà contingente su un piano di dramma assoluto.
Nel 1878 veniva incaricato per un biennio di insegnare Pittura di Paese a Brera e fra i suoi allievi vi era Giovanni Segantini. Poco dopo partecipava con due opere alla Esposizione di Belle Arti a Roma. Quello che era stato un giovane artista estroso, curioso delle novità emergenti, con gli anni tendeva a limitare i suoi interessi, restringendoli su Parma e il territorio circostante.
Si muoveva a fatica dall’abitazione di Borgo Felino - di cui conosciamo la cucina descritta con affettuosa, tenerissima sensibilità pittorica e luministica - e si dilettava a scrivere poesie in dialetto parmigiano. Nelle sue ultime tele compare una Parma velata di tristezza, seppur connotata di poesia. Si spegneva l’8 marzo del 1909, a 71 anni.
 

 

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