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Vite amate, vite naufragate

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di Stefano Lecchini

Dietro un’amabile, cattivante   apparenza, «Indignazione» (Einaudi), nuovo romanzo di Philip Roth, ci si offre nei modi di un rapido apologo di carta vetrata. Che consente - ma si dica pure: sollecita; e lo vedremo in seguito: diabolicamente sollecita - un duplice approccio di lettura. Il primo è un approccio ingenuo, diligentemente letterale, scolastico, ligio a ciò che sembra esser stato messo nero su bianco dalla stessa «auctoritas» dell’autore. Questa lettura tiene, e non può non tenere, in gran conto la «nota storica» posta in chiusura: la quale nota, quanto a caratteri tipografici, non si distingue dal resto del libro (non è una precisazione en passant...), e sembra pertanto orientarne drasticamente l’interpretazione. Così dovremmo rassegnarci a pensare che la storia che abbiamo seguito per 130 pagine - la storia del bravo ragazzo di Newark Marcus Messner, che a diciannove anni, nel 1951, per sfuggire alle spire di un padre soffocante (e dell’arruolamento per la Corea), se ne va al Winesburg College, Ohio, viene iniziato al sesso da una compagna di corso, non lega o lega quando non dovrebbe con i compagni di stanza, polemicamente confligge con i docenti (tutti rei, ai suoi occhi, di voler limitare la sua laica, atea, bertrandrusselliana libertà di pensiero e di azione) ma, per una serie di imprevedibili conseguenze, finisce per morire proprio in Corea -, ecco: dovremmo rassegnarci a pensare che questa storia sia la polpa «drammatica» di un «indignato» pamphlet contro quella repressione da cui, lungo il decennio del maccartismo e fino all’epoca della rivoluzione sessuale, veniva stroncato, nella caligine del perbenismo più bieco, ogni tentativo di volo - fino al disastro della follia e della morte. Tanto ci autorizza a pensare la «nota». Letto così, «Indignazione» sarebbe in fondo poca cosa (niente a che vedere, per dire, con la fiammeggiante «indignatio» che, da Giovenale a Pasolini ai Clash alla splendida Antonio Benassi Band di «Parma parallela», «fa», ossia produce versi). Un’operina minore, buttata giù con la consueta, trascinante abilità affabulatoria tutta azione e ruminazione, capacità di sfondo e crudeltà di dettaglio (ma il sospetto del «mestiere» non comincerà ad affacciarsi?) da un Roth atrabiliare che, senza dismettere i panni del «professore di desiderio», si guarda bene anche dal deporre i vessilli della «sexual liberation»; e questo in un’epoca in cui ci sarebbe semmai bisogno di una paradossale controrivoluzione puritana: rischiando ormai il sesso mercificato e normalizzato via Internet di perdere completamente la propria carica di torbida, losca, trasgressiva, eversiva fascinazione. Chi ama il grande narratore di «Lamento di Portnoy» e de «Il teatro di Sabbath» non potrà limitarsi a una lettura così semplicistica. Roth, con quella «nota», ci depista. Pare ci inviti beffardamente ad accontentarci di un temino ben svolto - ma noi, suoi devoti, siamo esigenti. Ci infischiamo del fatto che quella «nota» sia posta a suggello del testo e sembri orientarlo. Le voltiamo le spalle; e, prestando ascolto alle sue risonanze più intime, torniamo a calarci nel libro. Dal quale i quattro protagonisti - Marcus, suo padre, sua madre, e Olivia, la ragazza del college - sono sbalzati in una sorta di line-up non priva di conseguenze. Agli estremi, la madre e la ragazza: che incarnano due modelli antitetici di affrontare la vita; alla saggezza naturale della madre, capace di mandare avanti quasi da sola la macelleria kosher di famiglia e di pattinare con estrema disinvoltura sui grovigli («gliuommeri», avrebbe detto Gadda) di cui è ingrommata la vita, si contrappone il pathos tragico, e neanche tanto larvatamente suicida, della ragazza: spirito (oltre che carne) assetato di assoluto ma destinato a infrangere ogni anelito contro gli scogli della realtà più meschina; al centro, a fronteggiarsi, benché a distanza, in un corpo a corpo radicale e ultimativo, Marcus e suo padre: entrambi sfidati e sfregiati, ciascuno a suo modo, da quel gioco di cause ed effetti che è poi il gioco del mondo. Se il padre rischia di precipitare in una sindrome paranoica che lo porta a estendere il proprio controllo ossessivo su tutto quanto gli è caro (sindrome della quale le asfissianti attenzioni per la «salute» di Marcus sono solo la prima avvisaglia), il figlio vive nell’illusione di poter ignorare, schivare o addirittura abolire la trama di costrizioni che ci governa. Va, lo si è detto, al college per sfuggire al padre, studiare con profitto ed evitare la partenza per la Corea. Il lettore, giunto circa a un terzo di «Indignazione», apprende che Marcus in Corea morirà. Perché, «in un terribile, incomprensibile modo», «le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli effetti più sproporzionati».
E' a questa luce che il romanzo - scritto da un limbo ultratemporale in cui la vita non si è ancora spenta ma tale che chi vi si trova non può fare a meno di ripercorrerla incessantemente nei suoi dettagli (avrà a che vedere questo limbo con l’essenza stessa della Letteratura?) - non si discosta dall’umore teterrimo dell’ultimo Roth, quello che da «Patrimonio» scende a «Il fantasma esce di scena» passando per «Il teatro di Sabbath» e «L'animale morente»: quale che sia il nostro atteggiamento nei suoi confronti, l’esistenza ci sgomina. Così, se si accetta che la «nota storica» sia solo un acre sberleffo messo lì a bella posta per depistarci, Roth ci rivela la sua vera indignazione - una non tacitabile indignazione ontologica. Di caso in caso, potrà anche cambiare il grado di felicità o di infelicità del percorso; ma cosa conta? L’esito - l’exitus - resta per tutti obbligato.

 

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