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Sebastiano il bello dei nostri santi

"Bellezza e integrità nell'arte tra Quattrocento e Seicento", in corso (fino all'8 marzo) nel castello di Mirandolo

Sebastiano il bello dei nostri santi
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E'il santo più bello dell’arte cristiana: Sebastiano, rappresentato sempre seminudo, giovane, vigoroso e spesso in atteggiamenti che ne esaltano le fattezze fisiche, oltre le qualità morali. Secondo la «Leggenda Aurea» di Jacopo da Varagine, Sebastiano era un valoroso ufficiale della guardia imperiale a Roma al tempo di Diocleziano e Massimiano. Convertitosi al cristianesimo, è stato condannato a morte dall’imperatore nel 287. Un martirio atroce il suo: è stato colpito dalle frecce dei commilitoni che gli hanno causato dolori lancinanti penetrando nel corpo ma non l’hanno ucciso. Così è stato gettato nella Cloaca Massima dove il suo corpo è stato recuperato da una pietosa matrona e sepolto nelle catacombe sulla via Appia.
Nel 367 il Papa San Damaso ha costruito sulla sua tomba una basilica, più volte ristrutturata, che era una delle sette chiese visitate nei pellegrinaggi. Il martirio del santo è stato uno dei soggetti preferiti dai pittori rinascimentali e barocchi da Crivelli a Tiziano, da Rubens a Guercino, a Ribera in una varietà interpretativa che rende particolarmente affascinante la mostra ideata e curata da Vittorio Sgarbi «San Sebastiano. Bellezza e integrità nell’arte tra Quattrocento e Seicento», in corso (fino all’8 marzo) nel castello di Miradolo, immerso in uno splendido parco ai piedi delle colline di Pinerolo a pochi chilometri da Torino, sede della Fondazione Cosso.
Il catalogo, edito da Skira, è stato curato da Sgarbi e da Antonio D’Amico. San Sebastiano è diventato molto popolare all’inizio del Trecento, quando la pestilenza infieriva in Europa, in quanto era uno dei santi (come San Rocco e Sant’Antonio Abate) invocati contro la peste: i fedeli, infatti, speravano di guarire dalle piaghe del morbo così come il santo era uscito indenne dalle ferite delle frecce. L’immagine di San Sebastiano ha quindi avuto una larghissima diffusione per l’importanza devozionale assunta ma anche per l’interesse che gli artisti hanno trovato nel dipingere un giovane seminudo in cui la bellezza fisica corrispondeva a quella morale nel segno della integrità e della incorruttibilità. Così San Sebastiano dalla metà del Quattrocento è stato dipinto da tutti i più famosi artisti.
«A Miradolo – scrive Sgarbi – si è fatta una scelta piuttosto ampia fra la quantità di esempi che la pittura e la scultura dal Rinascimento al Seicento inoltrato offrono. Si tratta in gran parte di dipinti poco conosciuti». E proprio per questo la rassegna assume un maggior interesse, anche perché si scoprono capolavori raramente visibili.
Nel Quattrocento il martire è rappresentato in piedi, legato a un albero o a una colonna. Lo spagnolo Pedro Berruguete ne dà una splendida immagine di culturista trafitto da una decina di frecce con lo sguardo velato d’estasi divina.
Rivolge gli occhi rivolti serenamente al cielo il delicato santo del Perugino, colpito da una sola freccia a una natica mentre quello del parmigiano Francesco Marmitta esprime una dolente dolcezza che Francesco Francia trasforma in pia rassegnazione in un paesaggio metafisico. Straordinaria la scultura a tutto tondo in bianca terracotta invetriata di Andrea della Robbia. Poi alcuni artisti – come Genga e Palmezzano – ricorrono all’artificio di fargli alzare un braccio dando più slancio al corpo.
Plasmato di vellutata tenerezza di carne vera è il monumentale San Sebastiano di Tiziano (1530) legato a un albero e colpito da due frecce: il martire è raccolto nel suo dolore con la consapevolezza della gloria celeste che l’attende.
Accompagnano il cadorino altri artisti veneti come Paris Bordone e Girolamo da Santa Croce che inseriscono il santo in Sacre Conversazioni.
Il dolore composto di concezione rinascimentale si modifica verso la fine del Cinquecento in una gestualità più teatrale come emerge nella grande tela di Ludovico Carracci col santo inarcato con le braccia alzate e gli occhi stravolti.
Nello splendido quadro di Rubens, originale capolavoro palpitante di carni nude, la sofferenza si fa corale e coinvolge gli angeli che curano il giovane dai boccoli biondi, esausto e sanguinante: una «dimensione dolente» che Sgarbi accosta alla figura di Cristo; in un angolo è posta la corazza che ricorda il suo ruolo di soldato. I bolognesi Reni e Guercino continuano a mostrarci un santo ancora composto nel suo dolore che viene sottolineato dalla malinconica tristezza del paesaggio. Ma il Caravaggio ha portato uno spirito e un linguaggio nuovi: un realismo violento nella gestualità e nei chiaroscuri mirabilmente interpretato da diversi artisti tra cui il misterioso olandese (Dirck Van Baburen o David de Haen?) autore del capolavoro della Quadreria del Vescovado di Milano, e Trophime Bigot, il cui meraviglioso San Sebastiano di audace taglio «fotografico» a mezzo busto trasversale è un capolavoro di trasognato patetismo.
Il dolore straziante delle ferite scuote all’interno il santo di Ribera e di Luca Giordano mentre Mattia Preti esalta la luminosità del martire nella visione fulgida del martirio.
E sulla scia caravaggesca hanno camminato numerosi altri artisti fino al Settecento quando Sebastiano, in un pittore vicino a Pierre Subleyras, ha preso le forme di un modello accademico.

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