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Una donna, mille fragili destini

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di Anna Folli

 

Per la prima volta in Italia dopo la vittoria del prestigioso Premio Pulitzer, l’autrice americana Elizabeth Strout è stata una degli ospiti d’eccezione alla Festa del Libro «Pordenonelegge». Domenica sera, davanti a un pubblico entusiasta, ha presentato il suo splendido e particolarissimo romanzo: «Olive Kitteridge» (Fazi). Prima del suo intervento, è bastato incontrarla per pochi minuti per capire quanto intenso sia il suo amore per la letteratura e quanto totale sia il suo impegno di scrittrice.

Come è cambiata la sua vita dopo la vittoria del Pulitzer?

Tutto è diventato più frenetico. Ma ci sono aspetti estremamente piacevoli legati a questa vittoria del tutto inaspettata. L’essere qui, ad esempio. E adoro stare in Italia. Il Pulitzer è sempre stato il mio premio preferito, fin da quando ho iniziato a scrivere e mai avrei immaginato di poterlo conseguire. Ma quello che mi ha reso davvero felice è sapere che, grazie al Pulitzer il mio libro raggiungerà un numero maggiore di persone. Io credo nel mio lavoro. Ho lavorato tanto duramente, fino allo sfinimento, e il compimento di questo sforzo è arrivare a tanti lettori che non mi conoscevano e che, io spero, potranno trarne piacere.

Olive Kitteridge è composto da tredici piccole storie che possono vivere come racconti autonomi ma che invece, tutti insieme, formano altrettanti capitoli di un unico romanzo. Come mai ha scelto una struttura così insolita?

Mi è venuto naturale. Anzi, all’inizio non è stata nemmeno una scelta cosciente. Ho scritto parti diverse della narrazione e solo più tardi mi sono preoccupata di congiungere i vari elementi. Mi piace che la figura della protagonista, Olive, esca dal confronto tra i diversi punti di vista delle persone che la circondano. Ma non avevo pianificato nemmeno questo.

Il filo rosso che unisce tutte le storie è appunto la presenza di Olive, che a volte è il personaggio principale, altre è soltanto una presenza fuggevole.

Olive è una presenza così forte e intensa, che ho pensato fosse meglio intercalare la sua storia con altre storie, che si svolgevano nella stessa immaginaria cittadina del Maine. Volevo dare una sorta di break ai lettori. E mi piaceva assegnarle in qualche capitolo un ruolo più marginale, descrivendo il modo in cui la vita di Olive si incrocia con altre esistenze, influenzandole profondamente.

Olive è un personaggio non sempre simpatico. E’ molto dura, spesso aspra, qualche volta addirittura sgradevole. Qual è il suo rapporto con la sua protagonista?

L’ho amata molto e mi sono sentita molto coinvolta da lei. Non penso che sia orribile, ma a volte compie azioni orribili. Spesso, rileggendo una pagina, ho avuto voglia di attenuarla. Ma poi pensavo: non devi difenderla, non devi proteggerla. Lei è fatta così. E mi sono calata completamente in lei e nella sua mente.

Ci sono molti elementi comuni tra il romanzo che le ha dato la celebrità, «Amy e Isabelle» (Fazi) e quello che le ha portato il Pulitzer. Entrambi, ad esempio, si svolgono in una minuscola cittadina del New England dove tutti si conoscono.

Sì, è vero. Oggi io vivo a New York ma sono cresciuta in una sperduta cittadina del Maine. Lì ci sono ancora le mie radici. Quello è il mondo che amo, che conosco meglio e che mi piace raccontare.

Leggendo il suo romanzo, viene da pensare che lei sia d’accordo con David Henry Thoureau, quando scrive che la maggior parte dell’umanità vive in uno stato di tranquilla disperazione. Lei crede che l’infelicità sia un destino intrinseco alla condizione umana?

Ho pensato spesso a questa frase di Thoureau. Credo che molta gente viva in uno stato di ansia e di paura. Ma penso anche che sia tipico della letteratura parlare di conflitti e soffermarsi sulle infelicità più che sulle gioie. I drammi e i dolori dell’anima sono il soggetto preferito della maggior parte dei romanzi del nostro tempo.

Pensa sia corretto definire «Olive Kitteridge» un romanzo sul senso del tempo che passa?

Assolutamente sì, «Olive Kitteridge» è un libro sulla vita che se ne va. Per me, è difficile accettare che il tempo trascorra in modo così veloce, portando con sé persone ed emozioni. Ciò che ho voluto rappresentare nella mia opera non sono soltanto i mutamenti nella vita di Olive ma di tutta la cittadina in cui lei vive e che, un po’ per volta, finisce col non essere più la stessa.

Nel suo romanzo, la scrittura è molto importante. Come è arrivata a questo stile? E’ frutto di un lungo lavoro?

Il suono delle frasi e la loro forza intrinseca sono il veicolo per trasmettere le emozioni. La frase è l’unità di misura di un sentimento che voglio comunicare. Ho passato anni a lottare per questa qualità di scrittura. Leggevo John Cheever, che adoro. Leggevo molta poesia. Non sempre la capivo ma mi aiutava. E ogni giorno, qualunque impegno io avessi, mi mettevo a scrivere per almeno tre ore. A volte era difficile, quando mia figlia era piccola, ma non smettevo prima di avere terminato tre pagine fitte scritte a mano. Col passare del tempo, questo impegno è stato una sorta di punto di riferimento. Una disciplina interiore che mi ha aiutato molto. 

 

 

 

 

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