Arte-Cultura

Le foto del silenzio di Riccomini

Le foto del silenzio di Riccomini
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di Stefania Provinciali

Pere, mele, limoni, uova, formaggi, composte, pane, caffè, zucchero, castagne, melograni, fiori, vasi, tazze, tazzine, lattiere, brocche, coppette, bicchieri, bicchieroni, posate, tovaglie, tovaglioli, tappeti: questo e molto altro, tutto quello che ogni giorno usiamo, mangiamo, esponiamo in casa.
Racconta così, con poche ma significative parole le «cose» scelte per comporre le sue nature morte e poi fotografarle. 
L’artista è Corrado Riccomini, che accanto all’attività di fotografo per professione ha sempre proseguito con passione un progetto personale dove fotografia e pittura trovano spazi a sé, con attenzione a tematiche e scelte espressive diverse. 
Questa volta Riccomini si presenta in veste di artista dell’obiettivo nella mostra «Le foto del silenzio», visibile alla Libreria Mondadori dell’ Euro Torri, fino al 30 settembre. Una rassegna che racchiude un gruppo di nature morte composte con attenzione alla singolarità dei soggetti nella ricerca di una luminosità all’immagine. 
Nature, dunque, che colgono dalla vita e che con la vita hanno molto da spartire in quanto oggetti «del quotidiano» interpretati sul filo di una ben precisa volontà creativa.. Il «gioco» della  composizione serve, infatti,  a «misurare» luci e ombre, a dare «forma» al racconto, quello stesso  che il fotografo delinea nel momento in cui fissa l’immagine, o forse già nel momento preciso in cui affonda lo sguardo dentro l’obiettivo della macchina..
«Ho cominciato a 17 anni, quando mi hanno messo in mano una Leica standard F. No esposimetro, no telemetro. Così si impara a misurare esposizione e fuoco a occhio. E si aspetta di vedere il risultato su una stampina 6x9. Che emozione! Ora, dopo anni di agenzia pubblicitaria, ho ripreso a fotografare con la digitale e mi diverto ancora». Si racconta così e già si delineano passaggi ben precisi in questo suo percorso che nello specifico trova riferimenti pittorici là dove l’autore conferma di studiare gli artisti che tanto ama, da Chardin, Sancez Cotan, Zurbaran. Vermeer e gli altri che hanno saputo fare della natura morta un sapiente esercizio creativo. Tanti, fra cui Giorgio Morandi, coloro che hanno cercato di dare una propria, personale interpretazione di quella che comunemente si definisce ‘natura morta’ «e che per molti si rivela invece arte più viva che mai» sottolinea Riccomini. «Anche per me è così. Nel guardarli, nel comporli mi sembra quasi che gli oggetti abbiano un senso e una propria vita particolare quando, poggiati su un piano e disposti con cura, assumono una fisionomia tutta da interpretare. Osservarli è quasi ipnotico, fotografarli affascinante e liberatorio». Un piacere trasmesso a chi sa cogliere la luce e la vita dentro quelle trenta «nature morte», da guardare tra i libri, nel silenzio di una meditata indagine fra gli oggetti.
 

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