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Messa da requiem: in edicola il cd con la Gazzetta

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di Gian Paolo Minardi

Si tratta di un’occasione, questa dei tre titoli offerti dalla Gazzetta di Parma in concomitanza con il Festival Verdi, per compiere un viaggio retrospettivo nello sconfinato paesaggio dell’interpretazione, in quel territorio la cui fisionomia di un’opera va continuamente trasformandosi, per la natura stessa di quel linguaggio, la musica, che vive nell’attimo in cui la si produce per poi spegnersi nel silenzio. 
Se l’immagine di una composizione è quella fissata in partitura, la sua reale vita è quella che si rinnova ogni volta che l’interprete traduce in suono questa immagine, che non è mai la stessa, proprio per l’estemporaneità delle circostanze - contingenti, storiche, culturali - che rendono impossibile l’esattezza della replica. 
Ogni esecuzione, dunque, è un momento unico, la cui fugacità lascia tracce sensibili nell’animo dell’ascoltatore, decantandosi via via nella memoria; il disco ne prolunga e ne rinnova la suggestione consentendo approfondimenti, confronti, riflessioni. In tale prospettiva si pongono appunto questi suggerimenti indicati dalle tre opere proposte quest’anno dal Festival Verdi. 
Iniziando dalla «Messa da Requiem» , uno dei testi che per la sua intensità, la sua tensione ha coinvolto tutti i grandi direttori, come attesta la vastissima discografia: testimonianza quindi della complessità delle spettro interpretativo di fronte ad una partitura che con affascinante ambivalenza svela dietro l’impianto liturgico la pressione melodrammatica, due termini che si intersecano in tutte le possibili gradazioni a definire le scelte dell’interprete.
 Direi che in tal senso l’offerta di questo «Requiem» discografico costituisce una rarità, per molti un’autentica sorpresa, dato che il nome del direttore, Ferenc Fricsay, tra i più grandi apparsi sulla scena della seconda metà del novecento, a causa anche della scomparsa prematura, a nemmeno cinquant'anni, non ha la risonanza di un Karajan o di un Bernstein. Vale per questo la pena soffermarsi sulla sua personalità., quale emerge con tratti sempre più individuati da quel confuso orizzonte che si apre dopo la seconda guerra dove attorno alle grandi presenze, ormai storiche, quelle dei Klemperer, dei Furtwaengler, dei Walter, per citarne solo alcune, vanno affermandosi più giovani rappresentanti di una nuova generazione, sospinti da una visione interpretativa che, pur radicata nella grande tradizione, svela prospettive inedite. 
Come quelle indicate da Fricsay, con la sua straordinaria compenetrazione della vita con la musica, una passionalità nutrita dal lavoro tenace, da quel rigore che aveva trovato una particolare accensione dall’aver assistito ai concerti tenuti da Toscanini a Budapest; sua città natale. 
La musica quale armoniosa realizzazione di una realtà idealizzata, prospettiva che Fricsay poté raffigurare grazie anche all’influenza decisiva della personalità di Bartok, a quella sua tensione umanistica che gli si rivelò e che andò assimilando negli anni del suo apprendistato col grande musicista.
Fin dalle prime esperienze Fricsay si immerge nella pratica teatrale, affrontandone tutte le imprevedibili contingenze e stabilendo con l’opera un rapporto fortemente coinvolgente, come ben attestano i suoi approdi mozartiani non meno di quelli verdiani di cui ci restano preziose testimonianze: un «Don Carlos» del 1948 col giovane Fischer-Dieskau nel ruolo di Posa, una intensissima «Traviata», un serrato «Rigoletto» (in tedesco), e ancora «Otello», i «Quattro pezzi sacri»; fino a questo «Requiem», con i complessi della RIAS di Berlino e con quattro solisti di gran rilievo quali Maria Stader, Marianna Radev, Helmut Krebs e Kim Borg , tutti partecipi di una lettura incandescente ed insieme poeticissima. Il teatro era per Fricsay, infatti, il luogo in cui trovava pienezza di realizzazione quella sua profonda visione della musica come sintesi compiuta di una dato dell’esistenza, un viaggio il suo animato da un vitalismo bruciante ma sempre teso dalla perfezione, uno spirito tutto incarnato nella musica, rivissuto tanto attraverso l’energia strutturale quanto attraverso la sensibilità timbrica, due aspetti fortemente integrati tra loro in cui possiamo riconoscere lo specifico della portata davvero rivoluzionaria recata dall’apparizione del grande direttore ungherese sull'orizzonte interpretativo degli anni cinquanta.
 Ma pure momenti di straordinario rilievo riguardano le altre due opere in programma, rispettivamente «Nabucco» e «I due Foscari». Della prima è offerta una versione «storica», non solo per la data ma pure per presenza in un cast qualificato di una Callas agli inizi della sua vivida carriera; siamo a Napoli nel 1949 dove dopo il rivelatore esordio veronese del 1947 con «La Gioconda» il soprano ventiseienne affascinava il pubblico nei panni di una Abigaille ricreata con un’intensità sconvolgente, frutto di una vocalità fuori dal comune per saldezza d’impianto, argento del suono, duttilità estrema, ed insieme di quella drammaticità teatrale che rappresentò una vera e propria rivelazione nel dominio del melodramma. 
Uno scorcio di quel «Nabucco» napoletano, con l’autorevole direzione di Gui e la presenza prestigiosa di Gino Bechi e Gino Sinimberghi, la offre una colorita testimonianza di uno spettatore: «Come si fa a diventare protagonista di Abigaille? Si aspetta la chiusa della stretta del celebre duetto del terzo atto e mentre Nabucco chiude col sol acuto il ''Deh, perdona...'', la Callas senza preavviso lancia un interminabile mi bemolle acuto non scritto che copre persino l’orchestra incandescente e tira già dalla sedia chi era in teatro...». 
E pure emblematico l’altro disco, con la registrazione dal vivo dei «Foscari» al Regio di Torino nel 1984, diretti dalla mano esperta di Maurizio Arena, per la cifra che un Bruson nella pienezza della maturità imprime al personaggio del vecchio Doge, penetrando nelle pieghe più riposte del suo animo devastato: una delle incarnazioni più autentiche del nostro grande interprete. 

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