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Arte-Cultura

Stoffe di regale fascino

Stoffe di regale fascino
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di Pier Paolo Mendogni

Neppure gli zar, sommi e rigorosi custodi delle rigide tradizioni bizantine, hanno saputo resistere all’attrazione dei tessuti italiani, alla loro seducente preziosità e bellezza, e li hanno utilizzati per confezionare i loro superbi abiti come quello tempestato di centinaia di perle e pietre preziose dello zar Alexey Michailovic Romanov (ritratto nel 1670-80) o il rarissimo «felon» (una specie di piviale) con placche dorate, graniti, zaffiri, turchesi, topazi proveniente dal monastero di San Sergio (1632). In cambio, dalla Russia arrivavano gli zibellini con cui si foderavano già le zimarre (vesti da camera) delle dame cinquecentesche, ritratte da Tiziano nell’ambiguità pruriginosa di nudità seminascoste e di sguardi intensamente consci di un potere seduttivo. Questo commercio di prodotti d’eccellenza tra Italia e Russia ha inciso reciprocamente sulla moda, sui costumi - come emerge dalle rappresentazioni pittoriche - creando un affascinante intreccio stilistico e culturale che viene brillantemente documentato nella mostra «Lo stile dello zar. Arte e moda tra Italia e Russia dal XIV al XVIII secolo» in corso a Prato nel Museo del Tessuto (fino al 10 gennaio) con catalogo Skira, curato da Daniela Degl'Innocenti e Tatiana Lekhovich. E Prato, capitale europea del tessuto, si rivela la sede ideale per una rassegna ricca di 130 opere tra dipinti, paramenti e abiti giunti dal Museo dell’Ermitage, dal Museo del Cremlino e da vari musei italiani, e che ha quale filo conduttore la straordinaria produzione tessile italiana dal Trecento in avanti: una splendida parata di velluti rinascimentali caldi e sontuosi operati con fili d’oro, di sete fruscianti, rasi, broccatelli secenteschi spumeggianti di vasi e animali, lampassi trecenteschi con animali fantastici e motivi vegetali stilizzati. E tutto questo prezioso materiale viene proposto all’attenzione dei visitatori sia per la sua intrinseca bellezza estetica e eccellenza manifatturiera, sia quale oggetto riprodotto nei dipinti dei più grandi artisti (da Sano di Pietro a Tiziano, Tintoretto, Bordon, Cigoli), sia come materiale da esportazione commerciale e culturale. I fabbricanti di tessuti per realizzare i prodotti più importanti si avvalevano dell’aiuto di artisti che disegnavano i motivi o addirittura le scene da inserirvi cosicché i manufatti, oltre che beni di lusso, diventavano veicoli culturali come lo splendido paliotto ricamato in oro e argento filato da Jacopo Cambi (1336) con l’Incoronazione della Vergine. Già in quel periodo attraverso i commerci lungo la Via della seta giungevano dall’Asia immagini simboliche che venivano qui recepite mutandone il significato. Col primo Rinascimento, grazie a nuove tecniche più raffinate, i tessuti si arricchivano di decorazioni più complesse che ritroviamo documentate nei quadri: il lussuoso vestito di Santa Caterina d’Alessandria, dipinto da Giovanni del Biondo, trova puntuale riscontro in un tessuto realizzato a Lucca alla fine del Trecento. E dalla bottega di Antonio Pollaiolo esce il disegno per lo stupefacente paliotto in oro e argento di Sisto IV con San Francesco. Nel Quattrocento si diffondono i velluti a fondo rosso con disegni in oro e argento che, per l’altissimo valore, diventano lo status symbol dell’abbigliamento delle corti e dei grandi ecclesiastici, richiesti anche all’estero e di cui sono giunti vari reperti dai musei russi; paramenti e abiti straordinari coi motivi della melagrana, della rosa canina (le cinque ferite di Cristo) riportati nelle opere di Girolamo da Santa Croce, Bernardino Fungai, Giovanni Mansueti. La moda cambia nel Cinquecento con l’arrivo di pelli pregiate dalla Russia e di modelli di abbigliamenti turchi e centro europee: in casa le nobildonne indossano la zimarra, comoda veste aperta davanti e rivestita di zibellino (vedi Tiziano nel «Ritratto di giovane donna» e «Venere allo specchio»), mentre la lince viene usata per foderare il robone, la sopravveste portata dagli uomini (Paris Bordon «Uomo con pelliccia», Tintoretto l’elegantissimo «Lorenzo Soranzo»). Zibellino e lince per i nobili, ermellino per i sovrani: lo indossa il granduca Ferdinando II Medici ritratto da Domenico e Valore Casini. La volpe nera viene in uso nel Seicento (Nicola Cassana «Violante di Baviera») un secolo sul cui finire si avvertono in Russia i primi segni della grande trasformazione culturale che verrà imposta da Pietro il grande con l’adozione di modelli europei nell’architettura, nell’arte e nell’abbigliamento: possiamo ammirare una sua camicia da bambino in taffetà rosa e una sorprendente veste da camera in tessuto «bizarre». 
Al granduca Cosimo III lo zar manda due arazzi cinesi come impone la moda; e le «chinoiserie» appaino nell’abito che indossa il conte Giovanni Battista Vailetti (ritratto da Fra Galgario) e nei fastosi abiti femminili di gala provenienti dalla Francia, che si sta imponendo nel dettare le nuove fogge anche se i tessuti di eccezionale pregio continuano a essere prodotti dalle manifatture italiane di cui la mostra è scintillante e illuminante vetrina. 
 

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