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Un sogno chiamato giustizia

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di Elissa Piccinini

 
Piove a Santiago del Cile. E non è una pioggia liberatoria, di quelle manzoniane. Luis Sepúlveda nel suo ultimo romanzo, «L'ombra di quel che eravamo» (Guanda, pp. 148, euro 14,50), ambienta così, in una Santiago malinconica e struggente, a tratti grottescamente irreale, una giornata nella vita di quattro uomini intorno ai sessant'anni, che si sono riuniti in un vecchio capannone per vivere insieme un’ultima avventura. Sono quattro nostalgici, tutti militanti della sinistra, che dopo l’epoca gloriosa di Salvador Allende, con l’avvento della dittatura di Pinochet hanno vissuto il carcere, l’esilio, l’abbandono. I loro sogni sono rimasti ancorati a quel passato che appare loro una sorta di mitica età dell’oro, sublimata nel ricordo. E così anche strutturalmente il libro si dispiega in un alternarsi di piani temporali. Al presente, una «normalità posticcia» (così la definisce Sepúlveda nel romanzo) che tenta di riemergere dalla rimozione del trauma operata dai più recenti governi democratici, fatta di atmosfere malinconiche e dolenti, fa da contrappunto l’«inamovibile paese dei ricordi», diafane epifanie di memorie quasi oniriche, ormai irrimediabilmente perdute. «Avevano fatto progetti sulla loro amicizia, perché resistesse immune al passare degli anni, ed erano stati compagni, complici nello sforzo di rendere il loro paese un posto, se non migliore, almeno non così noioso, finché non era arrivato quel piovoso mattino di settembre e da mezzogiorno in poi gli orologi avevano iniziato a segnare ore sconosciute, ore di diffidenza, ore in cui le amicizie svanivano nel nulla e non restava altro che il pianto terrorizzato delle vedove e delle madri. La vita si era riempita di buchi neri, che erano ovunque: uno entrava in una stazione della metropolitana e non ne usciva più... Dimenticare era stata un’esigenza immediata». Gli amici riuniti ricordano e raccontano, ripercorrono gli anni da esuli in terra straniera, riallacciando le fila di quei trent'anni perduti che li hanno portati a essere tanto diversi, anche nell’aspetto: i capelli sono caduti, la pancia si è gonfiata, una «valvola è saltata» a causa dell’internamento in un centro di tortura... Ma il «paese dei ricordi» è rimasto «incorruttibile come una tetta di Santa Teresa». Eppure il testo di Sepúlveda, pur nella rabbia latente dei contenuti di condanna nei confronti del «periodo del terrore» di Pinochet col suo inferno di desaparecidos, non scade nell’acrimonia e non esaurisce nella lamentazione il suo percorso narrativo. Anzi. L’autore cileno, a distanza di anni, riesce a tratteggiare con leggerezza e ironia un’età matura, in cui il lutto rielaborato può forse avere spazzato via le speranze, ma non ancora le illusioni. La nuova avventura rivoluzionaria che attendono di vivere i nostri donchisciotteschi eroi si dispiega allora con toni tragicomici, arrivando persino a tingersi di noir. Ed è Sepúlveda stesso, in una sua recente presentazione del romanzo, a spiegarne le ragioni: «il noir mi piace perché vi si possono inserire molti temi che in altri generi non si possono inserire».
 
Già si sa, d’altronde, il giallo/noir è un «genere contenitore», territorio d’elezione per i romanzi di critica sociale. Infatti, mentre tre dei quattro amici attendono ignari un fantomatico «specialista» che dovrebbe guidarli nella nuova avventura, un incidente domestico arriva a scompigliare i loro piani. Una lite coniugale, culminata col lancio di una vecchio giradischi dalla finestra, provoca la morte di un inconsapevole passante. Ma quel passante non è affatto un tipo qualunque... Per svelarne l’identità e chiarire le dinamiche della morte, entrano in campo l’ispettore Crespo e una sua giovane collaboratrice. Crespo è una bella figura di detective idealista e «puro». Così lui stesso si definisce: «la mia cultura, Adelita, è quella di un lettore di romanzi polizieschi in cui vince sempre la legge, e se bisogna infrangerla è per far vincere i giusti». Con queste parole che se pure tanto hanno di metanarrativo, altrettanto hanno il sapore della vita vera, Sepúlveda ci consegna lo splendido cammeo di un ispettore che diventa quasi ipostasi di una giustizia sociale sublimata. Quando Crespo arriva alla soluzione del mistero il suo unico pensiero infatti è: «la cosa peggiore di questo mestiere è la necessità di individuare la linea sottile che separa il delinquente dalla vittima del caso. Quello non lo insegnano nelle scuole di polizia». E allora, se pure le illusioni (perlomeno quelle politiche) sono ancora una volta destinate a rimanere tali, perché l’azione rivoluzionaria dei quattro amici scoppia come una bolla di sapone, l’idea, l’ideale di una giustizia più umana sembra invece trionfare (quasi atto compensatorio) nel banalissimo (ma non ortodosso) gesto di un poliziotto che cerca solo «di essere giusto». Un romanzo poetico, struggente ma che sa essere, al tempo stesso, gioioso. 
L'ombra di quel che eravamo
Guanda, pag. 148,  14,50

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