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Va, Pensiero per la patria

"Il melodramma della nazione", saggio della studiosa parmigiana. Carlotta Sorba narra la storia italiana del XIX secolo attraverso le opere dei grandi compositori. Una rigorosa ricostruzione del Risorgimento, dei suoi ideali e dei suoi interpreti in ambito musicale

Va, Pensiero per la patria

Carlotta Sorba

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Con il volume «Il melodramma» edito da Laterza Carlotta Sorba, parmigiana docente di Storia dell'Ottocento e Storia e teoria culturale all'Università di Padova dove dirige il Centro interuniversitario di storia culturale, riaffronta, dopo il saggio «Teatri. L'Italia del melodramma nell'età del Risorgimento» (Il Mulino '01) un argomento che le è caro. Un argomento dalle proporzioni vaste e complesse che allunga le proprie radici dentro la storia italiana ed europea del XIX secolo, infiltrandosi, come si esprime il sottotitolo del nuovo libro, tra «Politica e sentimenti nell'età del Risorgimento». A proposito della quale uno dei luoghi comuni più radicati è quello che concerne il rapporto tra musica, amor patrio e letteratura espresso nel famoso giudizio secondo il quale all'Italia mancò la pienezza degli esiti del romanzo storico perché la Penisola visse, pianse, plaudì e amò in virtù del melodramma la sua più esaltante stagione. Carlotta Sorba nei sette ampi capitoli del suo studio esamina, con ottimo e singolare uso di molte fonti prima di tutto l'importanza dei nuovi luoghi dello spettacolo in Europa, passando in seguito ad occuparsi del melodramma italiano alla ricerca del pubblico tra fiction e politica, alla narrazione particolare dell'Italia oppressa, ai «corpi melodrammatici nel lungo Qurantantotto» e infine al sentimento o alla politica della «melodrammatizzazione del Risorgimento» nelle sue più vistose componenti sociali e cultura. In sostanza, il progetto di fondo del libro trova la sua più alta e appassionata definizione morale e politica in quelle famose righe che Giuseppe Verdi indirizzò il 21 aprile del 1848 al «Cittadino Francesco Maria Piave» a Venezia: «Caro amico, figurati s'io voleva restare a Parigi sentendo una rivoluzione a Milano. Sono di là partito immediatamente sentita la notizia ma io non ho potuto vedere che queste stupende barricate. Onore a questi prodi! Onore a tutta l'Italia che in questo momento è veramente grande L'ora è suonata, siine pur persuaso, della sua liberazione. E' il popolo che la vuole». Non v'è dubbio che, a partire da una siffatta considerazione, l'arte drammatica e melodrammatica del Risorgimento, pur con tutte le sue complicazioni, interventi e contraddizioni, riprenda i codici letterari e i protocolli romantici che Carlotta  Sorba esamina nel secondo capitolo del saggio, quando «il melò francese influenza in modo diretto e rilevante la produzione operistica stessa, trovando in alcuni librettisti di punta, ad esempio Felice  Romani, dei mediatori di notevole successo». E' il successo della musica-plateale, in questo senso il «Va' pensiero» del «Nabucco» che fonda la grandezza tipicamente «melodrammatica» di Verdi, giungendo sino ad oggi con il brivido di un inno patrio. Sicché l'autrice può affermare che «Nella lunga stagione rivoluzionaria che percorre l'Europa tra il 1789 e il 1848 gli aspetti emozionali dell'azione politica risultano effettivamente al centro della scena, costituendo una delle più evidenti specificità di quella fase e traducendosi in un'enfasi particolare attribuita sia agli aspetti simbolici, visuali e teatrali delle pratiche politiche, sia alla melodrammaticità dei dispositivi narrativi intorno a cui esse si articolano». E' da questo punto che il discorso tra politica e sentimenti si apre a una congiunzione letteraria maggiormente approfondita. Tornano e ritornano i nomi quindi della letteratura, Guerrazzi, D'Azeglio, Balbo, Mazzini, e, di contro, Scott, Dall'Ongaro, Montanelli, Cantù con il suo «Margherita Pusterla» e Ann Radcliffe «una delle fonti principali dei primi melodrammi» che torveranno nella musiche di Donizetti uno dei loro insuperabili cantori «spasimanti». E' giusto, dunque, osservare assieme all'autrice, che «il mito dell'Italia come luogo di gloria e di desolazione insieme, interpretato magistralmente da Byron, aveva nutrito la cultura romantica fin da inizio secolo, catturando l'immaginazione di una gran quantità di viaggiatori e di artisti, così come della storiografia romantica». Ne è buon testimone anche Stendhal che, assieme ai fautori del «costume italiano», incornicia tante fogge del vestire e del gestire tratte dai drammi di Rossini, Donizetti e Verdi, mentre dal romanzo «Lorenzo Benoni» (1853) di Giovanni Ruffini in poi la modalità melodrammatica si trasforma nello svelamento dei problemi politici, sociali e umani degli italiani e quasi in una sorta di idillio che tende a connaturare il riscatto del Paese con «il grido di dolore» della schiavitù che aveva intriso d'amor patrio il grande affresco de «Le Confessioni di un ottuagenario» del Nievo, bello e nobile addio a una giovinezza tutta immaginata e mai vissuta proprio come in un'opera lirica di Bellini o di Verdi. Ma quando il romanzo uscì postumo nel 1867 l'età del Mélo ottocentesco era già in buona parte tramontata.
Il melodramma della nazione di Carlotta Sorba - Laterza, pag. 266, euro 28,00

 

 

 

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