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Qualche minuto e poi basta

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di Giordano Giacomini

Sono le nove e venti. Sono in ritardo. Avevo un appuntamento alle nove con don Andrea, insieme dovevamo andare all’ufficio delle Belle Arti in città per via di certe autorizzazioni necessarie per effettuare alcuni interventi di ristrutturazione sulla chiesa del paese. Quando si ha a che fare con edifici antichi, realizzare una qualsiasi opera di miglioramento è un problema: servono carte, permessi, progetti, sopralluoghi. È un rincorrersi continuo. Non mi ero meravigliato che il parroco fosse venuto a chiedermi aiuto, io un po’ mi intendo di queste cose e mi rendo anche conto delle difficoltà che un non addetto ai lavori può incontrare quando si imbatte in situazioni del genere. Già penso a come don Andrea mi accoglierà: è un prete combattivo, deciso, che dice pane al pane e vino al vino e non ama aspettare. All’ultimo momento mi era capitato un imprevisto: una telefonata importante che si era protratta più del dovuto e il tempo era passato. Amen.
Mi preparo a sentire le sue rimostranze. Ha ragione, non posso dire altro. Lo vedo davanti alla canonica, ha un giornale in mano e la borsa dei documenti nell’altra. Mi fermo accanto a lui. Sale. Non dice una parola. Lo saluto. Mi risponde. Non aggiungo altro, in attesa della bufera. Invece, non fa il minimo accenno al mio ritardo. Apre il quotidiano sull’ultima pagina, quella dei morti, lo piega e me lo porge, in modo che possa vedere mentre guido.
«Lo conoscevi, tu?».
Riesco a leggere il nome sotto la fotografia.
«Remo Brazzanti, di anni cinquantadue. Certo che lo conoscevo. Quando si fa il mio mestiere, si frequenta un certo ambiente del quale anche lui faceva parte. L’ho incontrato spesso, nelle cene del circolo. Era direttore vendite dell’azienda in cui lavorava. Abitava in città».
«Aveva abitato qui prima. Quando l’ho conosciuto io, stava facendo l’università, poi ha trovato lavoro a Bergamo e l’ho perso di vista».
Gli domando:
«Perché questo interesse per quella persona? Se ho fatto i calcoli giusti, sono almeno vent’anni che non lo vedi e all’improvviso... ci deve essere qualcosa d’altro».
Don Andrea mi guarda e risponde con una voce assente, come se stesse rincorrendo un pensiero lontano.
«C’è, c’è... te lo assicuro...».
Don Andrea aveva le sue idee e aveva organizzato la propria vita secondo schemi abbastanza rigorosi: per la gente della parrocchia era disponibile la mattina. Il pomeriggio visitava i malati dell’ospedale, quasi tutti i giorni. Riteneva che chi era obbligato in un letto avesse più diritti di chi riusciva a muoversi con le proprie gambe e per questo le quattro vecchiette, con tutto il rispetto loro dovuto, che avevano sempre e regolarmente bisogno di lui, avrebbero trovato il tempo di parlargli il mattino successivo. Se poi c’erano urgenze reali, il suo numero di cellulare era scritto sulle carte esposte sulla porta della chiesa e in ogni caso lui era in canonica la sera. Ripeteva che la porta era sempre aperta nelle ore giuste e che, se fosse stata chiusa, bastava bussare o suonare il campanello.
In ospedale, di solito si fermava sulla soglia della stanza, buttava uno sguardo dentro, un saluto veloce, faceva una battuta e continuava: fondamentalmente trasmetteva la presenza, non poteva certo intrattenersi a parlare con tutti quanti, però se qualcuno ne avesse sentito la necessità, avrebbe trovato il modo di farglielo sapere. Regole non scritte, ma universali: non era raro che lo aspettassero nella sala della televisione o lungo il corridoio oppure che gli arrivasse un messaggio da parte di un’infermiera. Era stato appunto in uno di quei giri tra i malati che aveva incontrato Remo: aveva visto una persona nuova coricata nel letto, si era avvicinato, l’aveva osservata meglio e quel viso non gli era sembrato del tutto estraneo. Aveva chiesto maggiori informazioni e così aveva scoperto che quell’uomo era il ragazzo che aveva lasciato il paese tanti anni prima.
«Sono qui per una serie di controlli» gli aveva spiegato. «Ormai ho un’età in cui bisogna stare attenti e tenersi regolarmente monitorato».
Monitorato... Quella parola aveva colpito don Andrea, era un termine che nessuno dei suoi parrocchiani utilizzava, era patrimonio del linguaggio aziendale.
In effetti, la ditta nella quale lavorava Remo richiedeva ai dirigenti di compiere un controllo completo una volta l’anno e lui vi si sottoponeva di buon grado, ormai da parecchio tempo, senza che mai fosse stato rilevato nulla di strano. Quell’anno, invece, aveva ricevuto una telefonata dalla segreteria dell’istituto presso il quale aveva svolto i controlli: l’avevano invitato a ritornare per ulteriori accertamenti senza dare particolari spiegazioni.
«Abbiamo bisogno di effettuare altre analisi. Ci scusiamo, per l’inconveniente che le stiamo causando, ma c’è stato un disguido nella conservazione di alcuni campioni dei suoi prelievi e riteniamo che questo abbia prodotto dei risultati non attendibili».
Remo era ritornato, aveva accettato le giustificazioni che gli avevano dato senza nutrire neppure il più vago sospetto che quella richiesta fosse una scusa o che nascondesse una verità più brutta. 
Purtroppo l’esito delle nuove analisi aveva confermato il risultato delle precedenti: nessun errore, i dati erano inoppugnabili e la sentenza, legata a loro, altrettanto definitiva. Quattro mesi di vita, sei al massimo. Nessuna possibilità di intervento chirurgico: il male era già troppo diffuso. Confrontando l’ultima data alla quale tutto era risultato regolare, saltava fuori che il male si era sviluppato da meno di un anno e che aveva progredito ad una velocità altissima.
Come deve comportarsi un medico in una situazione del genere? Che parole può utilizzare per trasmettere ad una persona la sua condanna a morte senza possibilità di grazia? 
Ma Remo era un uomo, aveva vissuto e sapeva quanto il mondo fosse duro e spietato: pretese parole chiare, dirette e non volle nemmeno fosse presente qualcuno dei suoi familiari.
«Troverò io il modo di comunicarlo adeguatamente a loro».
E così di punto in bianco Remo dovette fare i conti con un aspetto diverso dell’esistenza. Decise di continuare la propria vita nel modo più normale possibile, di non sottoporsi a nessuna cura che gli avrebbe permesso di guadagnare un po’ di tempo: 
«No, non ne vale la pena, non voglio passare gli ultimi giorni tra medici ed ospedali. Sarà quando deve essere. Cercherò di sfruttare il bello di cui ancora posso godere nella maniera migliore che mi è consentito. Con gli ospedali mi limiterò all’essenziale».
E lì l’aveva trovato don Andrea.
Era procedura aziendale che il gruppo dei dirigenti si incontrasse ogni due settimane per discutere i risultati del mese e per definire le azioni da intraprendere per il futuro. Normalmente la riunione avveniva di lunedì e durava l’intera mattinata.
Anche quel lunedì le cose si svolsero come da prassi: lettura del verbale della riunione precedente, punto della situazione delle azioni che dovevano essere svolte, aggiornamento da parte di ogni responsabile dello stato del proprio reparto... Prima che il direttore generale dichiarasse chiusa la seduta, Remo prese la parola:
«Scusate, avrei una cosa da dire a tutti quanti. So che non è stata messa in agenda, ma ritengo valga la pena che voi ne siate informati».
Vide intorno a sé facce incuriosite, stupite quasi: di solito anche le notizie comunicate sotto quella forma erano anticipate da sentori, lasciavano in giro qualche indizio. Non quella volta. Tutti rimasero seduti ed aspettarono che continuasse.
«Io volevo dirvi che questa è l’ultima riunione alla quale parteciperò. Solo pochissimi giorni fa ho avuto la conferma di essere gravemente ammalato. Qualcuno di voi, che mi è più vicino, ha notato che da alcune settimane sono diverso dal solito, mi ha chiesto informazioni ed io ho addotto come giustificazione di essere un po’ stanco e di aver bisogno di riposo. La verità è un’altra ed è, ripeto, legata al mio stato di salute. Mi restano pochi mesi... Voglio ringraziare tutti quanti per la collaborazione che mi avete dato, mi scuso con chi ho avuto contrasti. Posso dire che è stato molto piacevole lavorare con voi. Vi chiedo solamente di non divulgare questa notizia per qualche giorno. Ecco la mia richiesta di ferie da firmare: così nessuno si meraviglierà non vedendomi in ufficio. Per quanto vi riguarda, pensate pure, senza paura di ferirmi, a chi prenderà il mio posto».
Il pomeriggio dello stesso giorno, quando arrivò l’orario di tornare al lavoro, disse alla moglie:
«Non vado in ufficio, devo andare da un cliente. Hai voglia di accompagnarmi? È a Milano, non è molto distante. Mi sbrigherò alla svelta. Se non hai di meglio da fare, naturalmente».
La moglie accettò. Mentre si dirigeva verso il casello dell’autostrada, fece una deviazione, imboccò una stradina poco battuta che conduceva sulla cima della collina. La giornata era limpida e piena di sole, un invito alla vita, da lassù si godeva una vista bellissima. Fermò l’auto e scese.
«Dai, vieni, facciamo due passi. Guarda che splendore. Farei volentieri una passeggiata, con un giorno così. Non ho voglia di rinchiudermi in macchina e in poi una stanza. Ho voglia di respirare. E poi, per l’appuntamento c’è tempo».
Chiese alla moglie:
«Ti ricordi quando ti ho portato qui la prima volta?».
«Certo, non sono cose che si dimenticano. Eravamo fidanzati, tu avevi iniziato da poco a lavorare ed io non abitavo ancora con te. Mi hai accompagnato quassù, c’era il sole come adesso, e mi hai detto: “Io sto bene dove lavoro, mi piace. È una ditta giovane, sana e piena di energia. Ci sono buone possibilità per il futuro. E poi guardati intorno. Sembra il paese delle favole: verde, pulito, sereno. Il posto giusto per crescere dei figli. Ti propongo di dividere tutto questo con me, per tutta la vita”». Era la tua richiesta di matrimonio. Avevo le lacrime agli occhi e il nodo alla gola, ma sono stata capace di risponderti di sì».
«Vedi, non è un caso che ti abbia condotto qui di nuovo...». 
La moglie lo guardava senza capire.
«Io non devo andare a nessun appuntamento, era una scusa per portarti con me e volevo venire proprio qui. Qui, nello stesso posto in cui ha avuto inizio la nostra storia insieme, ti comunico che la mia vita sta per finire. Ho un male terribile addosso, che non lascia scampo. Pochi mesi. Ormai è certo, non c’è niente che si possa fare se non pregare, se hai fede. Aiutami a trovare il modo per dirlo ai nostri figli».
Remo e don Andrea avevano parlato a lungo, in diverse occasioni. Era estate ma non faceva troppo caldo, era piacevole stare all’aperto, nel giardino, sotto l’ombra di un albero, seduti su una panchina.
 Remo cercava il modo giusto per abbandonare il gioco con l’animo tranquillo e distaccato di chi non serba rancore, impresa non semplice, perché una persona condannata ha ragioni da vendere per avercela con il mondo e anche più su. Don Andrea lo ascoltava, lo lasciava sfogare, cercava di trovare un senso nei motivi che potevano essere intervenuti a causare quella situazione, ben conscio di non avere la bacchetta magica, che la serenità dell’altro non era nei discorsi che faceva, ma esclusivamente nella sua capacità di sopportazione. 
Comunque si sentiva utile, sentiva che stava dando conforto a quell’anima combattuta e sperava di alleviare, almeno un po’, la fatica che l’altro faceva nel trasportare quel peso. 
Remo gli raccontava dell’ambiente lavorativo, delle relazioni con i vari reparti dell’azienda e con i clienti, delle difficoltà ad essere cristallino in ogni occasione, a non doversi piegare a compromessi. 
Gli parlava di come fossero cambiati i rapporti con le persone rispetto a quando aveva iniziato a lavorare: adesso erano più distaccati, meno umani, fatti di comunicazioni scritte, i contatti con la controparte erano freddi, il dialogo era ridotto al minimo ed era complicato creare una situazione di fiducia. Il cliente che aveva acquistato da te fino a ieri, era capace di comprare dal concorrente se il prezzo era più conveniente, anche di poco: valevano esclusivamente le cifre, chi proponeva il prezzo più basso prendeva l’ordine.
 Un tempo era sufficiente quasi una stretta di mano... Gli raccontava anche della sua vita familiare, dei suoi rapporti con la moglie e con i figli, di come a volte avesse trattato male tutti, dei problemi che aveva avuto a mantenere il controllo di se stesso e il rispetto nei loro confronti, nei momenti più difficili e sotto le pressioni della vita esterna... 
Don Andrea capì che era una confessione quella che stava facendo e che cercava l’assoluzione delle sue colpe. Non avevano mai parlato apertamente di religione o di Dio, ma il suo desiderio verso l’alto si era manifestato nell’ammissione dei propri errori e nella richiesta silenziosa di perdono. Voleva sistemare anche l’ultimo aspetto, quello dell’anima.
«Remo, vuoi confessarti?».
«Lo sto già facendo». 
«Lo so, ma ho bisogno di sentire il tuo sì. Oramai mi hai raccontato tutto».
«Sì».
Poi era arrivata la moglie, aveva salutato il prete che se ne era andato, pronto a ritornare il giorno successivo.
 
Siamo in macchina. Oramai manca poco per arrivare all’ufficio delle Belle Arti. Ho guidato piano, per ascoltare don Andrea e per dargli la possibilità di terminare. L’argomento gli sta molto a cuore.
«Ma il giorno dopo, quando sono arrivato, non mi hanno fatto entrare nella sua camera» mi racconta.
Sento che ha la voce gli si sta spezzando in gola. Continua:
«“Ci sono dentro i dottori. È entrato in coma” mi ha spiegato un’infermiera. “Avete avvisato la famiglia?” ho domandato. “Sì, la moglie e i figli stanno arrivando”. Poco dopo i medici sono usciti, sconsolati, la faccia triste, scuotendo la testa. “Può entrare se vuole...” e dopo un attimo: “Oramai”. 
«L’ho visto sul letto, il lenzuolo gli lasciava scoperto solo il viso. Respirava ancora. Un respiro lungo, regolare.
« “Remo... Remo...”. Gli ho accarezzato il volto. Un’infermiera alle spalle mi ha sussurrato: “È inutile, non può sentirla...” Mi sono seduto e sono rimasto lì, accanto a lui, ad aspettare. Ho sperato che la moglie e i figli arrivassero presto, avevano il diritto di vederlo mentre se ne andava. Ho pregato Dio che mi accontentasse. E, infatti, poco dopo sono entrati nella stanza e si sono messi intorno a me. Io li ho guardati e ho scosso il capo. Avevo le lacrime agli occhi. Anche loro. 
«Il malato continuava a respirare, regolarmente. Ho continuato a pregare. Poi di colpo il suo respiro è cambiato, ha avuto un sussulto. Ho sentito una mano che mi stringeva la spalla. Dopo pochi secondi è ritornato regolare, per qualche minuto ancora e poi basta».

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