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Anviti, una pagina nera

Anviti, una pagina nera
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 Nell’ottobre di centocinquanta anni fa si verificò a Parma un episodio atroce, che oggi si definirebbe un fattaccio di cronaca nera, che destò raccapriccio non solo in Italia ma in tutta Europa. Il 5 ottobre del 1859 fu assassinato in modo barbaro il colonnello Luigi Anviti, che era stato sodale di Carlo III (l'odiato duca assassinato nel 1854); colonnello incaricato dell’ordine pubblico, eseguì il suo compito con uno zelo che gli inimicò la popolazione. Egli si trovò al comando dell’esercito di Luisa Maria di Borbone quando Parma e Piacenza vennero annesse allo stato piemontese. Parma era entrata sotto il governo provvisorio di Luigi Carlo Farini, nominato da Vittorio Emanuele II dittatore per l’Emilia; Anviti sparì per qualche tempo, sperando che i rigurgiti antiborbonici del popolo si calmassero.Era un personaggio particolare: figlio del conte Eduardo, era nato a Piacenza nel 1810; divenne un giovane dal carattere difficile, tanto che il Donelli lo definì "vantatore, millantatore, tutto prepotenze e stravaganze"; su di lui si riversarono il risentimento e il rancore dei parmigiani, stanchi delle sue punizioni e delle sue bastonature. Era stato anche vittima di un agguato, quando un cittadino gli sparò alle spalle, ma il colpevole fuggì all’estero, e in sua vece l’Anviti fece condannare alla fucilazione altri due, Andrea Carini e Francesco Panizza. Un fatto che eccitò ancor di più contro di lui i parmigiani.

Luigi Anviti,  che, come si è detto, era scappato da Parma rifugiandosi in Romagna e facendo perdere le sue tracce, cercò di ritornare a casa sua a Piacenza; in quel fatale 5 ottobre, commise l’imprudenza di viaggiare sul cosiddetto treno rosso, un convoglio a vapore da poco inaugurato sulla linea Bologna- Piacenza; questo treno, essendo allora una novità, era divenuto quasi un’attrazione fra la gente comune. Pochi fortunati potevano pagare il prezzo del biglietto e fra questi il colonnello Anviti. Quando il treno fece sosta nella stazione di Parma, fu riconosciuto, tirato giù a forza dalla carrozza e malmenato dai presenti. Intervenne una pattuglia di carabinieri che pose fine al pestaggio e lo mise agli arresti nella caserma che si trovava nei pressi dell’attuale Hotel Stendhal; qui si dice che gli fu offerta la possibilità di suicidarsi; non si sa se rifiutò o non fece in tempo, perché la folla inferocita riuscì a irrompere. Fu letteralmente linciato; fra botte e pugnalate fu trascinato in centro fino al Caffè degli Svizzeri, che era solito frequentare, dove fu decapitato. Attaccato a un cavallo fu trascinato per le vie della città. Il fatto, riportato naturalmente dalla “Gazzetta di Parma”, viene descritto in una corrispondenza, inviata dalla nostra città, anche su Civiltà Cattolica: “Là giunti l’infelice, che non era per anco del tutto spento, fu collocato sopra d’un tavolo, a colpi di spada gli fu tagliata la testa”. Non si lesinano particolari di macabra ferocia: “Alla testa insanguinata si è voluto far trangugiare una tazza di caffè, le si è posto un sigaro in bocca, ed in questo modo fu portata sulla colonna che sorge in uno dei quadrati della nostra piazza Grande” (si tratta della bella Ara dell’Amicizia dell’architetto Petitot, che sorgeva ove ora si trova il monumento a Garibaldi). E prosegue: “una torcia da vento le fu collocata dinanzi, onde fosse meglio veduta, e il popolaccio divertendosi, faceva suonare da suonatori ambulanti, accompagnando egli stesso con la voce, inni patriottici”. Si dice anche che il suo corpo fu squartato e i genitali inchiodati sulla porta della casa dell’amante. La “Gazzetta di Parma” riporta l’accaduto, ma dimostrandosi più sobria rispetto alla Civiltà Cattolica: “Ieri sera il popolo si lasciò fatalmente dominare da un trasporto irrefrenabile di odio, di sospetto e di vendetta, che lo trascinò suo malgrado a commettere un fatto che la penna rifugge di narrare” e scrive che Anviti “in pochi momenti è ridotto a cadavere”. La “Gazzetta di Modena”, addirittura, sostiene che a fare a pezzi Anviti fossero “austriaci mandati là apposta”. Il fatto che se ne occupasse il giornale dei gesuiti la dice lunga sull'eco che la vicenda ebbe a ogni livello, sia in Italia che in Europa, suscitando sdegno. Sulla stampa estera la deplorazione fu unanime: il corrispondente del “Times” scrive da Bologna: “Sono partito da Parma questa mattina, non volendo più essere testimone dello spettacolo lacrimevole che offre questa città”, mentre il “Journal des Débats” rincara la dose: “Com'è mai accaduto che il cadavere e il capo del colonnello Anviti siano stati strascinati per quattro ore per le vie della città prima che l’Autorità si sia commossa?”. In realtà il fatto fu deplorato ufficialmente e anche Massimo D’Azeglio dal parlamento Sabaudo chiedeva a gran voce una punizione esemplare per i colpevoli. Invece la punizione la ebbe l’incolpevole Ara del Petitot, poiché un decreto, pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 22 ottobre, decideva di abbattere il famigerato monumento, credendo così di aver “tolta e cancellata ogni traccia che ricordi al cittadino come questa diletta terra fu contaminata dal delitto”. L’Ara dell’Amicizia, realizzata in vista del progettato viaggio a Parma dell’imperatore Giuseppe II, fu inaugurata nel 1769 per solennizzare l’annuncio della nozze fra Ferdinando di Borbone e Maria Amalia d’Austria, sorella dell’imperatore. Il suo significato era quello dell’amicizia fra Parma e l’Austria. Sullo spazio lasciato libero fu collocato nel 1893 il monumento all’Eroe dei due mondi, che cancellò ogni traccia , anche nel ricordo, del sanguinoso episodio. Ma vogliamo evidenziare un retroscena, che risponde alle domande giustamente poste dal “Journal des Débats”, in cui ci si chiede perché la pubblica amministrazione non abbia fermato lo scempio. Ci aiuta in questo senso il memoriale di Filippo Curletti, collaboratore di Cavour e capo della polizia politica. Curletti riferisce che Farini, quando gli viene comunicato l’arresto di Anviti, gli ordina di precipitarsi a Parma; gli chiede “Che bisogna fare? Volete che ve lo conduca?”, ma Farini risponde: “Eh! No, non sapremmo che farne! Egli è un uomo pericoloso” e aggiunge: “Noi non possiamo toccarlo, senza che sorgano clamori. Sarebbe mestieri che la popolazione si addossasse l’affare. Voi mi avete compreso”. Curletti scrive ancora: “Io partii, e si sa quel che avvenne”.
 Un particolare che getta un’ombra sull'operato di Farini; inoltre questo episodio oscura anche il clima sociale della nostra città. Sono comunque gli ultimi sussulti di un periodo, quello del dominio borbonico, che aveva lasciato i suoi strascichi poi presto spenti dall’entusiasmo per il Risorgimento.
ANNA CERUTI BURGIO
 

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  • Biagio

    12 Marzo @ 23.50

    allora rapportarono il fatto a rovescio; fecero processo non a' manigoldi ma alla vittima; dissero l'ucciso un tristo, l'offeso il popolo, scu sarsi il delitto per la febbre della vendetta. L'Aze glio liberalissimo stampò una lettera sette giorni dopo, accusando del misfatto quel novissimo go verno, che avanti al corpo di guardia nazionale lasciò per quattr'ore seguitar quella tregenda. Che valse? gli assassini ebbero croci di SS. Maurizio e Lazzaro, e lucrosi ufficii; e i giornali dicevano gli uccisori essere Austriaci. Nondimeno il liberalesco municipio die'soddisfazione a Francia, con un grande esempio di giustizia: a' 16 del mese ordinò s' atter rasse la colonna ov'avean posato il morto; così persuase il mondo che la colpevole era la colonna.

    Rispondi

  • Biagio

    12 Marzo @ 23.44

    Tratto da "Il regno delle due Sicilie" di Giacinto de' Sivo.

    Rispondi

  • Biagio

    12 Marzo @ 23.33

    boccheggiante tel cacciano in un caffè, e gli pongono a scherno bibite alla bocca; sinchè stanchi dell'orgia oscena, gittato il palpitante e informe corpo sur una colonna, un Davidi con la daga gli sega il capo. Allora i can nibali dividonsi in due; chi strascina il capo chi il corpo per opposte vie ben quattr' ore; finche lassi e al buio della notte, stando la città per costerna zione silente e deserta, mettono al lume d' una torcia 1l corpo sulla monumentale colonna della piazza; la monca testa non resse, e lenta lenta scivolò giù pel marmo sul suolo. Ultimamente visti quattro ciechi co'violini,li fan sonare l'inno italico, degna me lodia di quella scena infernale. Compiuto il dramma, si presentarono a porre ordine i soldati. . Ciò fatto, per dar aria di vendetta popolare all'assassinio, il Farini da Modena ringraziò per telegrafo la guardia nazionale del suo amor di pa tria (forse per aver lasciato fare).

    Rispondi

  • Biagio

    12 Marzo @ 23.31

    Susseguì un orribile assassinio. Il colonnello conte Luigi Anviti avea comandata la ducale bri gata di fanti, e perchè onorato e stimato, odiato e temuto dagli usurpatori. Egli il 5 ottobre viaggiava da Bologna a Piacenza; trovato guasto per improv visa piena il ponte sull'Enza (confine tra Parma e Modena) sostando il convoglio, ebbe a passare a piedi il torrente; quivi conosciuto da certi scherani è preso e sforzato a scendere a Parma, ov' è chiuso nella caserma de' gendarmi. Ne va a Modena per telegrafo la nuova; e 'l Farmi sbalordito ordina, al Curletti (siccome questi ha poi svelato) lo sbaraz zasse di quell'uomo pericoloso/ Vola a Parma un'orda di ribaldi, sfonda schiamazzando le porte della ca serma, e ghermisce l'infelice. Dangli in prima di ciassette pugnalate, poi con funi a' piedi vivo vivo l0 strascinano per le strade ; in piazza tirangli una pistoletata allo stomaco

    Rispondi

  • Giovanni Martinelli

    06 Ottobre @ 21.06

    ANVITI UN FATTO DI SANGUE è anche il titolo del corto in Super 8 mm. Bianco / nero che il Regista Giovanni Martinelli girò nel 1972 e che venne premiato con l'ANGIOLEN DAL DOM , un concorso creato dalla Famija Pramzana negli anni '70 indirizzato ai cineamatori della città e prrovincia per celebrare Parma e la sua storia.

    Rispondi

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