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Padova, l'ultima traccia del reale

Padova, l'ultima traccia del reale
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di Stefania Provinciali
Cinque opere del grande «cantore della natura» Goliardo Padova sono in mostra a Cremona, negli spazi della Fondazione Città di Cremona, in una rassegna a cura di Tiziana Cordani, che, attraverso cinque opere di cinque artisti cremonesi del Novecento, intende offrire offre un sunto dell’«altra pittura» ovvero «l'ultima traccia del reale».
I dipinti di Padova, in particolare, sono più che significativi del percorso affrontato e offrono una chiara lettura degli anni successivi al 1960, quando l’artista nativo di Casalmaggiore, che a Parma compì i primi studi e visse lungamente, e che si può considerare un nome di rilievo, seppur non ancora del tutto riconosciuto, dell’arte del secolo appena trascorso, riprende con foga la pittura, trasformata in materia e segno, una pittura «sanguigna» e sofferta, in grado di delineare il mutare dei tempi e soprattutto dello spirito dell’autore.
Padova, reduce da un lungo silenzio avviato nel 1947 e causato dal conflitto bellico mondiale, era tornato a dipingere nel 1955 grazie all’amicizia disinteressata di famose personalità del mondo culturale, da Francesco Arcangeli ad Attilio Bertolucci a Roberto Tassi, Pietrino Bianchi, Arturo Carlo Quintavalle, Giorgio Cusatelli ed altri che gli furono vicini e che amarono la sua pittura e  la sua serietà professionale.
Totalmente cambiato nell’animo, dopo la prigionia, e nel corpo, causa gravi problemi di salute che seguirono gli anni del suo ritorno dal lager, torna a dipingere solo a tempera. L’olio verrà ripreso più tardi, nel '57, e la sua arte, erede dei maestri del post - impressionismo, «racconterà» altre storie, segnate da una materia che pare nascere da un magma primigenio ma che trova nello spazio della tela una ben precisa architettura d’immagine, dove il segno dà forma al racconto e la visione d’insieme si sviluppa partendo da una unità e sviscerando, poi, le suggestioni più intime.
La prima delle opere esposte «La fossa di San Francesco» è del 1961, anno in cui Padova si trasferisce a Parma dalla vicina Casalmaggiore, un salto di qua dal Po che lo guiderà verso le montagne dell’Appennino, prima di ritrovare le tensioni cromatiche di un naturalismo lombardo che si portava dentro, combinato a ben altre emozioni ed espressioni materiche.
Il verde smagliante, intriso di trame, di «I cardi a Monte Caio» delinea una pittura completa, che riassume in sé l’ultima traccia di un reale con riferimenti allo svanire della visione concreta, espressione di un magma interiore, materico, struggente ed insieme contestuale al proprio tempo.
Così «Al macello» e «Nella lanca di Agoiolo», fino a «Natura morta» del 1972, là dove, quelle radici padane e lombarde, dense di umori, sfociano nel racconto della natura.
Accanto a Padova sono in mostra le opere di Tino Aroldi, che operò nella scia del Naturalismo lombardo, Gianetto Biondini, la cui pittura di derivazione ottocentesca va dipanandosi verso una meditata non figurazione, Sereno Cordani, la cui ampia sperimentazione tocca negli anni Sessanta il bisogno di rinnovarsi attraverso l’unione di aspetti pittorici e plastici nel quadro, avviando così un’esperienza unica fra materia e materiali. Infine Raffaele Ghidelli che va perdendo nelle proprie opere la trama oggettuale per attingere a rarefatte atmosfere. La mostra cremonese è visibile fino al 22 ottobre.

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