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Sentimenti lontani

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 Emilio Zucchi

 

Una sorta di lineare, non drammatico  eppure tutt'altro che quieto e consolatorio onirismo attraversa le liriche del nuovo e profondamente introspettivo libro  di Antonio Riccardi «Aquarama e altre poesie d'amore», edito da Garzanti.  Parmigiano di nascita, famiglia  e villeggiature estive a Cattabiano (Langhirano), ma da sempre residente a Sesto San Giovanni (Milano),  Riccardi, 47 anni,  è alla sua terza prova poetica, avendo nel '96 pubblicato «Il profitto domestico» (Mondadori) e nel 2004 «Gli impianti del dovere e della guerra» (Garzanti), libri giustamente accolti con grande interesse e ampi  consensi critici dai più autorevoli letterati  italiani. Poeta  legato a quella misuratamente espressionistica  «linea lombarda» che vede in Sereni, Erba, Tiziano Rossi, Raboni e Cucchi  i propri più interessanti  testimoni di   colloquiale, risentita quotidianità, ma originale e autonomo nel contaminarla con tracce di sensibilità naturalistica, ora  abbracciata  alla materica concretezza del paesaggio  e della fauna collinare parmensi, ora sgranata su visioni esotiche sparse  tra l'Africa e il Sud America, Riccardi, in questi ultimi versi, scrive d'amore  (amore non solo romantico, ma anche parentale) con una sorta di paradossalmente felice disperazione. Non perché l'oggetto del desiderio gli sfugga, ma perché il mondo che ne evoca la pienezza di vita  non appartiene più al presente; e non consiste, dunque,  in situazioni oggettive che, nell'istante stesso in cui vengono  liricamente  intuite e rappresentate,   si traducono, essendo tuttora reali e vive e contemplabili,  in una promessa di futuro e in una commossa illusione d'eternità,  ma consiste in ciò che è già stato, in ciò che è accaduto nell'infanzia e nella fanciullezza, in ciò che non esiste più e che però (ecco l'elemento di solipsistica felicità) è riuscito a innestare una gioia intima e inestirpabile nella memoria; una gioia gelosa di altre possibili  e successive gioie, e che le richiama tutte a sé. Il titolo del libro, d'altra parte, si riferisce a un celebre modello di motoscafo che tanto fece fantasticare i bambini negli anni sessanta e settanta; quasi a suggerire  che  al resto della vita non sarà facile eguagliare la brada freschezza delle emozioni provate ben prima dell'età adulta.  

Tenero è il ricordo del padre, in una sezione in cui il figlio in sogno, tornato bambino, lo vede nuotare nella camera da letto: «Ma sarà vero papà che i primi al mondo / sembravano lucertole?». Toponimi e vari aspetti esotici si mescolano a luoghi fortemente simbolici della realtà milanese e a situazioni strambe  («Una volta, alle tre meno cinque, / due parlavano delle sirene. (...) L'altro domanda, guarda anche lui / sul fondo della piscina, ma non la vede. // Un'altra l'hanno vista all'Idroscalo. / L'hanno vista d'estate che guardava / verso Brasilia») e, in ogni caso, rimangono sempre filtrati da una patina di inspiegabile sogno: «L'anaconda del Rio de la Plata, la iena / domestica in cortile, le piante che se inciampi / ti possono divorare - e tu da bambino / diventi una pianta anche tu, un tamarindo / o una jacaranda  o quella carnivora del museo / e sei nella foresta un bimbo arboreo / che aspetta il suo papà tra i pappagalli...». E ancora, passando all'amore coniugale ed evocando un famoso telefilm proposto dalla Tv dei Ragazzi nei primi anni settanta: «Guardiamoli nel filmino / i giorni lucenti del nostro avvenire: / l'idea che avevi dell'uomo perfetto, / una  bella casa, la cucina moderna / la vacanza sull'Isola dei gabbiani...(...)»; oppure, con echi tardo-esistenzialistici, come nella spietata  eleganza del bianco e nero dei film di Antonioni: «Sempre dopo la furia, ingrati / l'uno dell'altra, ti sento / vibrare di delusione / e sento il mio privilegio franare, / la mia bella vita ossidarsi e finire». La sezione centrale del libro si intitola «Bestiario d'amore - cronache dal Museo di scienze naturali». E, qui,   nell'elemento del meraviglioso (quello del giaguaro, del formichiere, della balena, dei  narvali, del granchio gigante e di altre creature sempre raffigurate in modo estraniato, con un riverbero di  muti interrogativi sul senso dell'essere)  e nell'elemento della consapevolezza della fine di ogni cosa, di cui l'imbalsamazione e il diorama sono metafore di malioso fascino, il bilancio di una vita di coppia si carica di sofferta, benché solo suggerita, profondità psicologica. Perché,  prima che il libro prosegua senza calare in bellezza e intelligenza, tra depistamenti metropolitani («Chinatown») e astronomici,  a pagina 46, con emozione, leggiamo: «Comunque, come vedi / nessun diorama racconta / il tormento del Minotauro / e le sue feroci malinconie / o il suo modo di amare le donne / al centro del labirinto. // Nessuno scappa da qui, amore mio».
 Aquarama e altre poesie d'amore
Garzanti, pag. 82, 19,00

 

 

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