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L'antica Roma? Coloratissima

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 di Pier Paolo Mendogni

R oma ha splendidamente ritrovato la freschezza cromatica degli antichi affreschi, espressione di una gioia di vivere che trasformava le case in piacevoli oasi in cui rilassarsi, riposare la mente e il corpo tra pareti che ignoti artisti aprivano a scenari verdi, a paesaggi di una misterica fantasiosità, a colti racconti mitologici. Dell’antichità greca e romana a noi è giunta una visione distorta, «sbiancata» dai secoli; invece il mondo antico era coloratissimo - edifici pubblici, templi, abitazioni, statue - come dimostrano i rari reperti rimasti intatti e la pittura aveva toccato vertici eccezionali, stando alle descrizioni che ci hanno lasciato letterati e storici. In una società in cui dominava la policromia nell’architettura e nella scultura, l’arte più apprezzate era quindi quella della pittura di cui ci sono rimaste le preziosissime testimonianze «provinciali» di Pompei e di Ercolano, che si fermano ovviamente al 79 dopo Cristo, ma non solo quelle. Il ritrovamento di altri preziosi brani di affreschi a Roma ha permesso di poter apprezzare l’alto livello raggiunto dalla pittura romana e le sue caratteristiche specifiche rispetto all’arte greca, come viene messo in evidenza dalla singolare e straordinaria mostra, allestita nelle Scuderie del Quirinale (fino al 17 gennaio) per celebrare i dieci anni d’attività espositiva, «Roma la pittura di un Impero», curata da Eugenio La Rocca con la collaborazione di Serena Ensoli, Stefano Tortorella e Massimiliano Papini, come il sostanzioso catalogo edito da Skira. La panoramica è ampia in quanto si va dal primo secolo avanti Cristo al terzo dopo per cui nel corso del tempo mutano gli stili, i soggetti e le tecniche, anche se la maggioranza degli affreschi è realizzata con rapidi tocchi di colore, con uno stile a macchia il cui effetto complessivo si coglie a una certa distanza. Quanto alla prospettiva non rispecchia certo i canoni geometrici fissati nel Rinascimento: gli oggetti vengono collocati liberamente nello spazio, l’uno a fianco all’altro o sopra l’altro creando l’impressione di una certa instabilità dell’immagine. Immagini costruite con elementi realistici che però sovente vengono ambientati in atmosfere oniriche, fuori dal tempo e dallo spazio, che colpiscono per il loro senso di mistero «idillico-sacrale» difficile da penetrare. Così si resta incantati di fronte alle decorazioni provenienti dalla Villa della Farnesina (20 a. C.): in quelle a sfondo bianco-crema le scene mitologiche e pastorali, realizzate con tocchi sintetici ed efficaci, sono immerse in un pulviscolo unificante e denso di una suggestione che raggiunge l’emotività più intensa nelle pareti a sfondo nero, percorse da motivi vegetali dalle tonalità «ghiacciate» mentre dal nero più profondo emergono - veloci, sottili e luminescenti appunti stenografici - bianchi elementi architettonici, statue dorate, pallidi personaggi che si muovono con misteriosa ritualità: il tutto con una aerea leggerezza. L’inquietante «paesaggio con imbarcazioni» ha la stessa crepuscolare sacralità di alcune opere di Bocklin. La leggerezza suprema la impersonano le Quattro Menadi danzanti con gli ampi abiti fluttuanti armoniosamente sul fondo nero, provenienti dalla Villa di Cicerone a Pompei (40 d. C.). Talvolta però sulle pareti appaiono animali descritti con molta precisione di particolari, così come frutta e fiori: stupefacente è la lotta fra un polpo, un’aragosta e una murena in un limpido fondale azzurro. Il realismo si estende alle scene di vita quotidiana come la bottega del panettiere (seconda metà I d. C.) con le grandi forme rotonde; la coppia ripresa nel letto con la donna seduta a mezzobusto di spalle; il banchetto di sole donne, piuttosto allegre. E le donne, con Imeneo nume tutelare del matrimonio, sono protagoniste delle incantevoli «Nozze Aldobrandini», capolavoro dell’età augustea dipinto con una dolcezza tonale che esalta liricamente il particolare momento della preparazione psicologica e estetica della nubenda. Passando dal privato al pubblico, ecco le cerimonie di sacrifici agli dei e una carinissima processione per Diana di riccioluti fanciullini con grappoli d’uva (III sec. d. C.). Divinità e personaggi mitologici in epoca neroniana assumono solenne monumentalità come il «culturista» Ercole con Telefo, il nerboruto Polifemo con Galatea, le ancheggianti Tre Grazie. Gli indimenticabili sguardi dei capolavori di una ritrattistica eseguita su affresco, vetro, mosaico e legno ci accompagnano nell’ultimo tratto di questa imperdibile rassegna. Terentius Neo e la moglie, celebri coniugi pompeiani, prorompono dal fondale chiaro della parete con incisivo realismo fisionomico, che ne evidenzia pure lo stato d’animo come avviene nel pulsante «Ritratto femminile», sempre di età neroniana, realizzato però a encausto su tavola nell’oasi del Fayyum; in questa zona dell’Egitto fioriscono ritratti di eccezionale intensità, anche psicologica, che però nel corso dei secoli si sono «irrigiditi», sclerotizzandosi in una iconica ieraticità bizantina. 
 

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