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Bacchini: la sua vita, i suoi versi

Un documentario di Francesco Pititto celebra il poeta scomparso un anno fa. Stasera, domani e sabato al Lenz Teatro il film «Un'ora di un giorno qualsiasi»

Bacchini: la sua vita, i suoi versi

Pier Luigi Bacchini. Le proiezioni del film saranno precedute da letture di suoi versi tratti da «Poliantea».

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E'l’emozionante omaggio a un grande poeta contemporaneo scomparso nel mese di gennaio dello scorso anno. Sarebbe stata «Un’ora di un giorno qualsiasi»: un’ora di incontro, conversazione, silenzi e di quel sentire inafferrabile, se non a tratti, nei versi di una poesia, nella nascita di una poesia, o semplicemente nella vita che scorre. Era un progetto a cui teneva molto il regista Francesco Pititto: un film per capire, ascoltare, vedere e farsi abbagliare dalla luce di un grandissimo cantore della scienza e della natura, poeta di cose vegetali e minerali, capace come pochi di rivolgersi all’umano: Pier Luigi Bacchini. Non una biografia quindi, ma un viaggio di due esseri umani a confronto, più il quinto occhio della cinepresa; un esperimento scientifico per capire come nasce la poesia partendo dal presente e andando poi a ritroso per cercare di intravedere, immaginare il futuro: quale futuro con lo svilupparsi veloce della scienza e della tecnologia? Quale mondo, insomma, oltre la morte? «Sapere da lui come avrebbe immaginato il mondo a venire sarebbe stato come arare la terra dell’immaginazione – e dell’imago – e seminare il campo per un raccolto estetico-morale e, ovviamente di poesia», sottolinea Pititto, che con Bacchini (premio Viareggio, Sant’Ilario, San Pellegrino, Brancati) ha condiviso tredici anni di «mise en parole», traduzioni sceniche della sua poesia: anche una favola («Il bambino solo») e un racconto inedito («Elisir») scritti appositamente per (la neo fondazione) Lenz. Anni di sincera amicizia, stima reciproca, confronti, scambi, rapporti epistolari e lunghe, lunghissime telefonate. E quando le parole poetiche prendevano vita nelle rappresentazioni del teatro di via Pasubio, con emozione il poeta parmigiano sedeva in prima fila: «Siete riusciti a trovare un corpo per le mie parole», diceva. Rifrazioni/Pathos/Feedback difficili da definire. Il film non si è fatto e Pier Luigi Bacchini non c’è più, ma rimangono le immagini, la magia di certe atmosfere: quel film, Pititto ha scelto di farlo comunque, in soggettiva, nei luoghi dell’invenzione poetica, la casa sulle colline di Medesano.
La prima del film «Un’ora di un giorno qualsiasi» alza il sipario questa sera alle 22 a Lenz Teatro, dopo la performance dalle opere di Bacchini «Poliantea» (alle 21), per inaugurare la rassegna della Fondazione Habitat Pubblico. Altre repliche venerdì e sabato. Ed è un film girato negli angoli della scrittura del poeta «guardando le cose e il paesaggio all’altezza dei suoi occhi, facendomi accompagnare da lui nei passaggi tra i cespugli, nelle aperture alle colline, nelle vedute di un’ora del giorno, di un’ora qualsiasi», spiega il regista, autore di immagini che palpitano di forza, gratitudine, misticismo, analisi scientifica, poetica: sullo schermo la scrivania del poeta, il vecchio telefono a conchiglia, la dimensione privata, personale, gli angoli più cari accarezzati dai suoi pensieri, dalle sue parole attraverso la voce del performer Roberto Riseri.
«Mi scriveva lunghe lettere scritte a mano che ho riportato integralmente», ha confidato il regista con un’emozione palpabile negli occhi. Acuta la presenza del poeta, di cui rimangono le risposte alle tante domande di Pititto sugli autori più amati della letteratura, da Thomas Mann, con le sue atmosfere ambigue, sospese («su quella Montagna sono tutti stranieri»), a Hemingway, con la sua piazza abbandonata e vuota dopo le partenze («Fiesta»). Tra i poeti, indubbiamente Eliot de «La terra desolata» con le spezzature di Pound; nel cinema, Chaplin, capace di mimare una pietra nella sua costrizione immobile, e Stroheim che si esprimeva con la nuca (chi non ricorda il cognac bevuto piegandosi all’indietro ne «La grande illusione»?) e tra i registi Visconti, Fellini, Antonioni, Rossellini e ancora Pasolini e quel Bergman «forse troppo problematico e doloroso per noi mediterranei, ma davvero geniale». E poi ancora il palcoscenico. «Per me il teatro Regio è il teatro della prosa e vi ho trascorso serate indimenticabili» raccontava Bacchini. Tanti i travagli vissuti sulla scena insieme a Ruggeri, Benassi, Ricci, la Morelli, la Compagnia dei Giovani e le attrici parmigiane (Alfonsi, Borboni, Gherardi, Pitagora); ma i ricordi del poeta si spingono più in là, quando, da bambino, al teatro Reinach raggiungeva il culmine dell’entusiasmo nel sentir declamare poesia al termine dello spettacolo. E poi ancora la profondità dei sentimenti, senza alcun sentimentalismo. E ancora profumi, scienza, botanica, filosofia, arte, scultura, pittura. Pensieri, parole, ricordi, rimpianti, emozioni di un’ora di un giorno qualsiasi ad ammirare il fiore preferito, la cicoria: «Quando camminerai per i / campi della terra / un fiore come questo, celeste / è il mio fiore. Lo guardavo/ nelle sere lontane / lungo le rive delle colline» (da ''Canti familiari'', 1968)». Frammenti di vita vissuta trascorsi nella contemplazione delle piante. Quali piante? «Tutte. Ho parlato molto di querce e cedri», spiegava Bacchini. Pensieri, opere, sguardi e l’intensità, la mistica profondità di certi momenti che sono diventati un film: e c’è l’odore della fresca terra nella significativa installazione in sala Majakovsij curata da Maria Federica Maestri: terra posta ai piedi dei quattro schermi che proiettano le immagini. «Nei suoi versi - conclude il regista - la natura e la scienza sorgono, muoiono e risorgono, gli dèi sono presenti nelle più piccole molecole umane». Nel finale di questo intenso, commovente viaggio intorno e dentro la poesia più pura, alcuni haiku della raccolta «Cerchi d’acqua» attraverso la voce registrata dello stesso Bacchini. Non poteva mancare la musica, molto amata dal poeta, in particolar modo Chopin, in una rielaborazione live del bravo Andrea Azzali. Dobbiamo solo dire grazie a Francesco Pititto di averci regalato l’ultima struggente «mise en parole» di uno dei poeti più intensi e interessanti della seconda metà del Novecento e dell'inizio del nuovo secolo. E di avere dato ancora una volta corpo e anima allo straordinario incantamento ipnotico suscitato dai versi di Pier Luigi Bacchini.

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