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Arte-Cultura

Zanzotto e il tempo, «usuraio feroce»

Zanzotto e il tempo, «usuraio feroce»
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di Giuseppe Marchetti

Ha persino il respiro della preghiera, questo Zanzotto mirabile di «Conglomerati» pubblicato nello Specchio di Mondadori: «Raccogli i nostri desideri le nostre / non-preghiere di pre-sera di pre-bruma / dona fortuna ai dossi alle piccole brughiere / al loro perdurare ed accennare fino alla luna». Il canto si trattiene e si dispiega, ma poi torna compatto su se stesso e si raggomitola come un animale  stanco sui giardini di «crode disperse», in «tempi di roghi» e nel «silenzio dei mercatini», dunque tra un ieri lontano (25 aprile, i partigiani afflitti ormai dall'alzhaimer, quei pochi che rimangono vivi) e un oggi incalzante e quasi innaturale. Zanzotto (poeta di fama mondiale, in America ammirato dal grande Harold Bloom) ricalcola il periplo di un'esperienza che non giunge mai a definirsi, il suo è appunto un conglomerato, un insieme di elementi diversi e opposti immersi in un pensiero «De senectute» che afferra lo scrittore quasi novantenne trasportandolo sull'onda degli anni e del tempo «usuraio feroce». Tra saggezza e sapienza, tra cultura letteraria e innocenza di fanciullo ancora una volta l'arduo essere di Zanzotto muove verso la rivelazione del vissuto. E' un vissuto naturale - come si potrebbe altrimenti definire? - naturale per intimità, naturale per istinto, naturale per gioia e dolore, dentro un paesaggio che Pasolini definì una volta «belliniano dell'Alto Veneto», armonioso e strappato nello stesso momento di dedizione e di pietà. La sua pietà quasi sillabata che misura il «delirio del clima / e la brama di uccidere maligna» come «i fogliami trasparenti, vigenti / e il vigoreggiare di spacchi di roccia / raso acque, rocce stillicidi / ma dove si profonde la felce, dove il / facile pozzo s'offre / e offre storie e preistorie». Procedendo a ritroso (ma poi non tanto), da «La beltà» ('68) a «Il galateo in bosco» ('78), la poesia di Zanzotto ha fondato questo suo essere passeggero di monte e di pianura, di parole e di segni come quelli del vecchio Pound, di schizzi verbali e di esitazioni lessicali che delimitano il procedere dell'ispirazione e nel contempo lo sollecitano ad inerpicarsi tra i conglomerati «dei verdi dei versi / dei ghiacci / Nel supremo tepore o torpore dei colori / indulgenti inclementi insolenti / senza tempo senza ore». Si cammina quindi dal cortile all'Isola dei Morti, ai paesaggi interiori che riflettono quelli esterni avvolti da uno spazio profondamente lirico dove si sedimentano relitti diversi, le scritture di altri poeti, le ossa della storia micro e macro, i momenti di riflessione e quelli di ribellione, gli esiti dei rimpianti e le reliquie dei mondi immaginati. Il vero Zanzotto è qui, in questa eccezionale dimensione di laboratorio memoriale e lessicale: «Ma quali vie / le attraversano / s'infiltrano da qui / dal lontano, dal riverso indietro / al lontano che si fa / premio e vaghezza di color rosa-riposo»: un laboratorio dentro il quale gli elementi del dialogo con l'esterno sono la poesia stessa e il suo farsi in dotta e ricercata analisi. Perché oggi in Italia - è bene scriverlo - non v'è poesia più colta di quella di Andrea Zanzotto: una cultura, la sua, determinata, non impressionistica, non cerebralmente elaborata e ricercata. In questo senso, «Conglomerati» è anche il frutto perfettamente maturo di una svolta che racconta un porsi nuovo dello scrittore nei riguardi dello «scialo della reità». Non ci sentite l'eco di Heidegger col quale ha sempre colloquiato e commerciato il poeta? E dunque il dialetto, anche qui parsimoniosamente utilizzato, riveste la funzione del dialogo famigliare così come il «deambulare sulle tenere vocali del duemila / diventate un po' ghiaccioline, vezzose astrazioni / che, pur vero fanno da taboga». E Zanzotto riesce pure a divertirsi, lui sempre così cauto e amoroso nel rintracciare gli interni del proprio scontento. Interni che definisce «versi casalinghi», quasi ridotti ad un mormorio «verso verso verso la mia sorte» incerta come tutte le nostre sorti, «emblemi» e «fosfeni» che riemergono qui vicino a noi «a fare filò» (come tornano certi titoli zanzottiani!) delle nostre intenzioni e delle parole che abbiamo pronunciate o suggerite per fare poesia «siccome un bel tacer non fu mai scritto / un bello scritto non fu mai tacere». 

Conglomerati
Mondadori pp 201 14,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • gigi corazzol

    06 Novembre @ 15.43

    ben pensato, ben scritto, e scritto a tempo. bravo.

    Rispondi

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