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Colore della vita che fugge

Colore della vita che fugge
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 di Gianni Cavazzini

Uscì alla ribalta agli inizi degli anni Settanta con una serie di nudi: piacquero subito ai collezionisti che li acquistarono e anche ai critici che li salutarono come «nuove presenze» della pittura italiana. Erano i nudi di Silvano De Pietri, giovane artista parmigiano, rivelatosi così, senza maestri, all'attenzione di una città guardinga e superciliosa che gli dedicò, nelle sue personalità più «avvertite», un'attenzione affettuosa e una vicinanza portata al di là delle consuete regole formali. A dire,  insomma, che a Parma era nato un «pittore vero», sul quale  contare per il futuro. Ed è questo il motivo di fondo, credo, che ha portato  il Comune a proporre, nella sede elettiva di palazzo  Pigorini, la mostra: «Silvano De Pietri. Altalenando» (a cura di Alberto Mattia Martini, inaugurazione domani alle 17, aperta sino al 15 novembre, catalogo di Silvana Editoriale).
E' bene ritornare, in proposito, alle parole scritte,  in un 1972 che ci pare quanto mai lontano, da Roberto Tassi, nella presentazione di una mostra  di De Pietri alla Galleria Eidos di Milano: «Un altro degli elementi caratteristici del linguaggio di De Pietri -  rilevava il nostro grande critico, la cui scomparsa ha lasciato un vuoto non più colmato nelle dinamiche della cultura a Parma - è il tono basso del colore, quella specie di emulsione di blu, azzurro e grigio che avvolge tutto lo spazio e che suscita una sensazione fabulosa,  quasi irreale, tinta di malinconia, come se le cose e i fatti si realizzassero nella distanza temporale della memoria. Diventa poi fortemente espressivo il rapporto che si stabilisce tra questa atmosfera e il pallore dei corpi,  un travaso reciproco di lividore, di tenerezza e di desolazione. Così che l'immagine ultima, tenuta da tutti questi elementi, in apparenza contrastanti, su un equilibrio difficile tra poesia e crudezza, tra realtà e fantasia, tra indagine minuta dei particolari e senso magico  delle cose, rivela la sua verità dolorosa e angosciata». Ebbene, i nuclei poetici individuati tanti anni fa da Tassi,  con la preveggenza del suo occhio implacabile e della sua sensibilità a punta di sismografo, risultano  i fili conduttori dell'esposizione antologica allestita  ora nelle stanze,  in verità poco agevoli, di palazzo Pigorini.  Si parte, naturalmente, dai nudi del primo periodo, in cui il  giovane pittore di allora tende a togliere ogni cornice d'accademia, spogliandoli di qualsiasi alone d'atmosfera per bloccarli nello spessore minimo di un corpo e di una forma. E procede con i risvolti, sempre diversi e imprevedibili, di una ricerca di verità in quella zona del profondo che si nasconde dietro  le apparenze del vivere. Dopo i disegni,  eseguiti con la perizia più estrema e dopo le macchine  restituite nella loro realtà inanimata, ecco dischiudersi  nella visione di De Pietri l'ombra di uno dei più misteriosi  enigmi della pittura del ventesimo secolo: quel René Magritte  che ha sconvolto l'ordine logico di ogni pensiero che voglia  approfondire la conoscenza del mondo: «ma una conoscenza -  aggiungeva - che sia inseparabile dal suo mistero». Lungo  queste linee Silvano De Pietri ha composto, nel corso degli  anni, una serie di situazioni figurate, «altalenando» - come dice nel titolo della mostra - fra le diverse situazioni che vanno dal tragico al grottesco, in modo che il visitatore sia colto di sorpresa fra le immagini banali delle quotidianità e le accensioni allarmate del presente.
In talune opere, poi, De Pietri porta alle estreme conseguenze -  irrazionali in virtù di una enunciata, scrupolosa razionalità - il rovesciamento di forma e di contenuto, come si diceva una volta, della realtà. «Ecco che emerge la necessità, il desiderio di comprendere come poter raccontare la fuggitiva e transeunte vita, per darle una forma e un senso». Queste parole di Martini, colte nel contesto del suo acuto testo critico, mettono a fuoco il problema - unico e continuo - che incatena ogni opera alla qualità della tecnica pittoria. Su questo  piano De Pietri non concede nulla alle divagazioni tematiche così di moda, oggi, nel campo dell'immagine. Ed è così che - come annota felicemente il giovane critico che lo presenta - «De Pietri, combattuto fra i fuochi dell'inquietudine e del sarcasmo, ci conduce attraverso un mondo intimo, dove il  divertimento serve a dare voce a ineccepibili “spot” sulla  contemporaneità».
 

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