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Barocci, l'incantatore

Barocci, l'incantatore
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di Pier Paolo Mendogniinieri

La commozione è fulminea. Di fronte a quel Cristo, cereo di morte, staccato dalla croce con un turbinio di movimenti che esaltano la tragicità dell’evento, non si può non rimanere coinvolti nell’immensità del dolore che sfinisce la Vergine, fino a farla svenire tra le braccia della sante pie donne pronte a soccorrerla amorevolmente. Federico Barocci a Siena si presenta così proclamando la sua convinta e appassionata religiosità, che esprime con un partecipe naturalismo, filtrato attraverso la lezione dei grandi maestri e accentuato scenograficamente dall’uso brillante del colore e della luce che coi suoi dosati cangiantismi conferisce ai corpi una soffice levità. L’urbinate, geniale innovatore della pittura del secondo Cinquecento, ha lasciato un segno significativo la cui eco si è protratta fino al Settecento come racconta la splendida mostra «Federico Barocci (1535 - 1612). L’incanto del colore. Una lezione per due secoli» - curata da Alessandra Giannotti e da Claudio Pezzorusso come il catalogo della Silvana Editoriale - allestita (fino al 10 gennaio) nel complesso museale di Santa Maria della Scala con ben 134 opere del maestro e degli artisti che ne hanno colto motivi ispiratori fra cui i tre Carracci, Cigoli, Bernardo Strozzi, Ercole Procaccini, Reni, Rubens, Van Dyck, Cerano, fino a Rosalba Carriera, Watteau, Fragonard, oltre ai senesi Vanni, Salimbeni, Casolani e Manetti. E in un contesto così ampio la sua figura e il suo ruolo assumono un rilievo superiore a quello che comunemente gli viene attribuito nell’ambito della storia dell’arte. Nato a Urbino, terra fertile di ingegni rinascimentali, nel 1535 Federico Fiori detto il Barocci si è formato probabilmente vicino al veneto Battista Franco e nel '59 compiva un viaggio di studio visitando Venezia e soprattutto Parma, dove la lezione correggesca gli resterà indelebilmente impressa per l’affettività e per gli scorci. Nel 1561 si trasferiva a Roma e gli veniva subito affidata la decorazione ad affresco di due sale del casino appena costruito per il pontefice Paolo IV nei giardini vaticani. Senonché dopo due anni una malattia, forse un’ulcera, gli impediva di lavorare con continuità e così tornava a Urbino, da cui non si muoverà più, ricevendo però commissioni da tutta Europa, in quanto la fama della sua abilità pittorica si era largamente diffusa. Barocci è stato uno dei primissimi artisti ad abbandonare il manierismo e intraprendere la via del naturalismo, cogliendo le indicazioni provenienti dal Concilio di Trento e dal cardinal Paleotti.
 
Così disegnava una grande quantità di visi (sono esposte alcune straordinarie «teste»), gesti, movenze, panneggi che poi utilizzava nei suoi dipinti, dove anche i paesaggi assumono connotazioni familiari con l’inserimento di elementi riconoscibili, come il Palazzo Ducale. I suoi personaggi, realistici nella espressione dei sentimenti e della loro condizione sociale, attraverso innovative variazioni cromatiche vengono elevati sul piano di una bellezza che si completa nella affascinante armonia delle composizioni di una teatralità proto barocca. E in queste narrazioni religiose Federico, terziario francescano, riesce a far apparire tutta la profondità sentimentale della sua fede, così da essere considerato «il maggiore artista della Riforma cattolica». Ed è estremamente emozionante il confronto iniziale sul «Compianto di Cristo» fra Federico e Van Dyck, Rubens, Bernardo Strozzi e il Cigoli: un evento tragico, vissuto da tutti con rara intensità emotiva ma che Barocci ha ampliato a drammatica sinfonia universale. L’accesa devozione dell’artista lo portava a seguire la direttiva del Paleotti sull'arte che doveva «movere, docere, delectare» e per questo le sue opere erano richieste anche a Roma iniziando dai padri oratoriani della Vallicella ai quali inviava la «Visitazione» (1583-86), qui esposta, intrisa di una dolce intimità mentre la successiva «Presentazione al tempio» assumeva l’aspetto di una celebrazione che Domenico Fetti riprendeva con echi anche rubensiani. Più diretti e numerosi sono i riferimenti di Francesco Vanni, il più fedele «barocciano» in terra senese, avvertibili in diversi dipinti presenti. Negli ultimi vent'anni l’artista ha usato la luce con maggiore drammaticità: lo cogliamo nella Beata Michelina Metelli avvolta in una «luminosa e misteriosa atmosfera di notte di luna piena» e nelle «Stimmate di San Francesco» un capolavoro di intensa suggestione scenica e di alto contenuto dottrinale il cui prestigio aumenta nel paragone con simili opere di Guido Reni, Agostino Carracci, Denijs Calvaert, Van Mol.Celebri sono le sue teste a olio, a carboncino, a matita: veri e propri ritratti di rara efficacia espressiva (il San Giovanni, le teste virili barbute, i volti femminili) che reggono il confronto con simili studi di Annibale Carracci, Cigoli, Rubens e coi ritratti di Rosalba Carriera la pittrice che, insieme a Watteau e a Fragonard, ha riproposto gli ultimi bagliori delle accensioni baroccesche. 
 

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