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Afghanistan, dietro al velo si alza la voce di una donna

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Non è frequente, nei nostri anni vorticanti come flutti ebbri di falsità, imbattersi in una voce così scabra, vera, petrosa, arsa di febbre e stillante sangue, come quella dell’afghano Atiq Rahimi. 
Rivelatosi col romanzo breve «Terra e cenere», pubblicato in Italia nel 2002, lo scrittore torna a noi con un testo narrativo («Pietra di pazienza», Einaudi) che per le sue qualità singolari ha meritato nel 2008 il Prix Goncourt. In questo romanzo sui generis, ciò che si dispiega con la lentezza esacerbante di uno stillicidio è il lungo, vano, tormentoso sfogo verbale di una donna presso il capezzale del marito, muto e immobile perché, forse, in coma profondo dopo esser stato ferito alla testa nel corso di uno degli infiniti scontri tra fazioni che lacerano l’Afghanistan. 
Nell’universo concentrazionario di una stanza estremamente spoglia, dentro una casa a sua volta perduta in un paesaggio di macerie, la protagonista tenta giorno per giorno l’impossibile: parlare al marito confessandogli finalmente ciò che in tanti anni di matrimonio, e anche dopo la nascita di due figlie, non era riuscita a dirgli. 
Troppe ombre gravano sul loro rapporto: l’incapacità di lui di amare, una forma d’aridità che non fa che ripetere, agli occhi della donna, la durezza del proprio padre, le botte da lui ricevute quand’era bambina; la sua frettolosa rozzezza nei rapporti intimi; il suo vivere solo per la guerra, l’onore e la «logica» del sangue. 
A tutto ciò la donna ha cercato di reagire nel tempo con una serie di piccoli, o meno piccoli, stratagemmi che solo ora, a tu per tu col marito morente, trova la forza di rivelare. Mentre parla, nella sua voce vibra una specie di sfida all’indicibile: il desiderio di ribellarsi con tutta se stessa, con la carne e l’anima, alle violenze del mondo; il bisogno di liberare il cuore dai suoi pesi insostenibili, anche a costo di dar fiato alla parte «volgare», sensuale, brutale del proprio essere; perfino, sfiorando il demone della bestemmia, il bisogno di protestare contro il silenzio di Dio, contro l’abisso di un nonsenso che, travolgendo tutte le paratie protettive della religione, sembra a ogni momento sul punto di sbriciolare ogni cosa. 
La mano di Rahimi è molto sapiente nel tratteggiare le fasi di questo monologo radicale, nello scandirle sullo sfondo rovente di dettagli minimi e inquietanti come luci sghembe di scena in una pièce di Beckett: le gocce che colano dal tubicino della flebo infilata nella bocca del marito ritmando un tempo che ha qualcosa di enorme nel suo squallore, la mosca che vagabonda sul volto dell’uomo supino, il ragno che tesse la sua tela sopra di lui, la vespa che gira instancabile attorno al suo corpo giallastro...Come un contrappuntista dell’assurdo o del caos, capace di trarre accordi inediti perfino dalle dissonanze più spinose, il narratore interrompe a tratti la solitudine della donna inventando delle improvvise irruzioni di guerriglieri nell’unica stanza dove si svolge quasi tutta la sua esistenza. Tra questi combattenti, innamorati di ideali e votati a faide sinistre, uno, giovanissimo, sa intenerire il cuore di lei per la sua inermità, la balbuzie, la goffaggine mascherata di virilismo. 
Per un attimo nell’incontro fra i due personaggi qualcosa di dolce fiorisce dallo sfacelo del tempo di stragi: un soffio di umana complicità. 
Quasi per risarcirlo della sua fragilità, la donna gli si concede, ma anche questo spiraglio di leggerezza dilegua quasi subito, mentre a lei non resta che prorompere in un grido lacerante... 
A questo grido la protagonista affida tutto ciò che non potrà mai esprimere in parole: il desiderio bruciante che la spinge a baciare il marito incosciente sulla bocca, sebbene odi tutto ciò che lui rappresenta; la disperazione della propria clausura in un mondo di muri invalicabili; la speranza di trovare, almeno nei sogni, un finale diverso per quella favola tragica che è la vita. 
Pietra di pazienza - Einaudi, pag. 112, 17 euro

 

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