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Arte-Cultura

Ipotesi mute di una casalinga

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di Anna Maria Dadomo 
Adesso poteva con serena bontà dedicarsi alle cose, piegarsi sollecita su loro, risentirle buone, adesso che il sonno  l’aveva restituita a se stessa  e le aveva regalato un’indistinta felicità, poteva prestare ascolto alla loro presenza, non sentirsi ferita dai loro muti rimproveri. Con «cose» intendeva  la miriade di lavori, incombenze domestiche che, se non si interveniva  energicamente subito, si accumulavano nel corso della giornata divenendo assillanti, fastidiose,  nella loro muta riprovevole attesa, persino nella loro ottusa immobilità. A volte, per non sentirle, andava in un’altra stanza, più defilata rispetto alla normale economia quotidiana,  o nascondeva la testa in un libro, in un giornale o, addirittura, usciva di casa - quasi una fuga - anche se, presto o tardi, sarebbe tornata e avrebbe dovuto  occuparsene. Ogni giorno c’era da  lavare stirare cucinare rifare i letti ed era  questa ripetizione continua sorda insonne, che assomigliava a una tortura e che giorno dopo giorno si ripeteva uguale, a sfiancarla, a  innervosirla. Come resistere? Soprattutto come continuare? Da anni  le cose le si ponevano di fronte  immutabili e stupide e lei doveva farsene carico. Ma  c’erano momenti in cui  avrebbe desiderato schiacciare quella rumorosa stupida lucidatrice, quell’insetto metallico ronzante e fastidioso, o spegnere la cappa e non cucinare più nessuna minestra, non friggere più nessuna bistecca, niente di niente. E questa furia che riusciva a controllare, che affiorava a volte con la rottura di un bicchiere, di un piatto, nei casi più manifesti  con il lancio di cibo pronto fuori dalla finestra  ai gatti che accorrevano, le sembrava bellissima. Nell’immaginata metodica  distruzione del nido familiare, e quindi del suo ruolo di casalinga, si figurava una festa colorata di calzini mutande camicie indumenti asciugamani riversarsi  dal balcone, gonfiarsi come improbabili paracadute, afflosciarsi a terra inermi e inoffensivi. E qui le era naturale  passare dalla cucina all’armadio. Che cosa  terribile gli armadi! Aprirli e desiderare immediatamente di  avere  un solo abito (uguale a quello di ricambio) da portare con un paio di sandali. Come San Francesco. Aprirli e accorgersi che le tarme hanno banchettato malgrado la naftalina e la canfora, le foglie  di lauro, che sono ingrassate con l’abito da sposa e il cappotto, che non hanno disdegnato neppure la pelliccia  ecologica e l’impermeabile foderato di morbido tartan inglese! Certo, era una plateale cinematografica vendetta quella che sognava ad occhi aperti, ma c’erano, per dirla con un luogo comune,  conti aperti  da sistemare, conti di anni e anni ancora da liquidare.  Ma alla sera era finita, per quel giorno era finita. E coricandosi provava gratitudine  per il letto che l’accoglieva. Le piaceva  il fruscio delle lenzuola, il buon odore di pulito che emanavano, persino la pallida fosforescenza del bianco la seduceva. Sentiva il suo corpo disarticolarsi come se la forza che fino a quel momento l’aveva  tenuto insieme e  alimentato,  venisse meno  e  ogni parte di lei, gambe braccia testa mani, uscisse dagli incastri divenendo una parte a se stante, autonoma. E lì, al buio, provava tenerezza per se stessa quando si accorgeva, nel primo  immediato torpore, che  la sua bocca era leggermente dischiusa. Qualcuno che l’avesse sorpresa in quell’abbandono, poteva  trovarla  vecchia e senza sogni. Invece lei si affidava, si abbandonava alla notte, al sonno, fiduciosa che sarebbero venuti sogni meravigliosi e che proprio loro, i sogni, come una tiepida corrente marina, l’avrebbero cullata e  portata lontano, chissà dove , e  restituita l’indomani a se stessa  di nuovo integra.    

 

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