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"La Voce", pagine in prima linea

Vent'anni fa chiudeva i battenti l'elegante e coraggioso quotidiano fondato e diretto da Indro Montanelli

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La Voce

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Il 12 aprile di vent'anni fa moriva un giornale. Si chiamava «La Voce» e aveva appena un anno di vita. Lo aveva fondato un ragazzo di 85 anni, Indro Montanelli. Nell'editoriale dell'ultimo numero scrisse: «Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, di una destra che si sente oltraggiata dall'abuso che ne fanno gli attuali contraffattori. Questa destra fedele a se stessa in Italia c'è. Ma è un'élite troppo esigua per nutrire un quotidiano».
Montanelli, che da vent'anni dirigeva «Il Giornale», avrebbe rinunciato volentieri a lanciarsi, alla sua età, in quell'avventura se ai primi di gennaio del '94 il suo editore, Silvio Berlusconi, non avesse deciso di scendere in campo per impedire agli eredi del partito comunista di conquistare il Paese. Tutti gli amici più stretti, Fedele Confalonieri in primis, e i collaboratori più fidati fecero di tutto per dissuaderlo. Lo stesso Montanelli gli disse: «Lascia perdere, ti massacreranno». Fu tutto inutile. Berlusconi riteneva che il duo democristiano Segni-Martinazzoli fosse troppo debole ed evanescente per fermare la ben oliata macchina da guerra di Occhetto. Ci voleva ben altro. Un uomo nuovo, lui stesso, e un partito nuovo, Forza Italia. Ai primi di gennaio del '94 il Cavaliere, che formalmente era solo il fratello del presidente del «Giornale», Paolo Berlusconi, si presentò a sorpresa all'assemblea dei giornalisti del «Giornale» nella sede di via Gaetano Negri a Milano per dire che contro la sinistra che usava la clava d'ora in poi occorreva usare la clava e non il fioretto.
Montanelli non poteva tollerare di avere un padrone che gli dicesse con quali armi combattere per sostenere la sua discesa in campo, non poteva tollerare che il suo giornale venisse trasformato in un organo di partito. E così fece i bagagli e se ne andò. Lo seguirono una cinquantina di giornalisti, compreso chi scrive. Montanelli ci offrì una scialuppa di salvataggio. Un quotidiano che non esisteva ancora ma che sarebbe nato di lì a poco, edito da una società, la Piemmei, ad azionariato diffuso sul modello delle public company. In altre parole: tanti padroni, nessun padrone.
Il nome, «la Voce», lo scelse Montanelli in omaggio alla «Voce» fondata nel 1908 dal suo vecchio amico, «maestro di libertà e di indipendenza», Giuseppe Prezzolini e che fu una delle più originali, vivaci e spregiudicate riviste culturali del Novecento. E il 22 marzo del '94, sul primo numero della «Voce» di Montanelli toccò a un parmigiano, il critico letterario della «Gazzetta di Parma», Giuseppe Marchetti, l'onore di scrivere della «Voce» di Prezzolini.
Ma prima di quell'entusiasmante debutto, già da due mesi, negli uffici di via Dante, si lavorava a preparare il nuovo quotidiano. Riunioni su riunioni, le idee, va detto, erano molte ma confuse. L'art director era Vittorio Corona, (oggi si direbbe: il padre di Fabrizio), un bravissimo giornalista, innamorato delle parole come delle immagini, che ci ha lasciato troppo presto, vinto da un male che non perdona. Anche lui era disorientato. Un giorno mostrò al direttore e ai giornalisti il progetto della prima pagina. Era francamente orribile. Nessuno fiatava, nessuno aveva il coraggio di dire quello che pensava. Il Direttore era pensieroso. Il silenzio fu rotto da Luigi Offeddu, ex corrispondente del Giornale da Mosca, che disse: «Mi sembra un giornale di Minsk!». Quella battuta fece sorridere Montanelli che restituì la pagina a Corona: «Prova a farne un'altra, questa è grigia, è vecchia, mettici un po' più di fantasia». Corona obbedì e si superò, inventandosi una prima pagina rivoluzionaria, mai vista prima, con un grande fotomontaggio. Era timoroso della reazione di Montanelli e così prima di mostrarla a lui la fece vedere ai capiredattori: «Che dite ragazzi, sarà troppo?». A noi piacque moltissimo e così al Direttore. Sotto il titolo «L'Italia si è spaccata, tutti contro tutti» c'era una testa divisa in due: da una parte la faccia di Berlusconi e dall'altra quella di Occhetto.
L'entusiasmo per la nuova avventura era alle stelle. La prima sera la sede della «Voce» fu presa d'assedio da fotografi e telecamere, a mezzanotte Montanelli autografò, per ognuno dei suoi giornalisti, le prime pagine di quello storico numero. Quel giornale andò a ruba, se ne vendettero 500 mila copie. Straordinarie tirature anche nei giorni successivi, poi un lento ma inesorabile calo fino alle 60 mila copie dell'ultimo giorno (e comunque ancora tante per un giornale che chiude i battenti).
Montanelli era lì giorno e notte. Lo invitavano dappertutto e lui non andava da nessuna parte. Si concedeva giusto un paio d'ore per il pranzo e per la cena. Alle 22 si sedeva accanto ai capiredattori in tipografia a controllare le pagine, una per una, a leggere titoli, pezzi e didascalie. Inevitabilmente trovava sempre qualche refuso che ci era sfuggito. I fotomontaggi di Corona, spesso forti e provocatori, lo divertivano. La «Voce» faceva opinione, ogni giorno gli altri quotidiani erano costretti a occuparsi di noi, spesso per attaccarci, per dire che avevamo esagerato.
Non durò a lungo perché i lettori che avevano seguito Montanelli dal «Giornale» pian piano lo abbandonarono. Va bene criticare Berlusconi, dicevano, ma farsi portare in trionfo dai comunisti è un po' troppo. E fu quello che accadde alla Festa dell'Unità quando il nemico di sempre Montanelli, il «fascista» Montanelli, fu accolto da scroscianti applausi. Quella della «Voce» fu un'avventura strepitosa. Un anno vissuto pericolosamente, ogni giorno sembrava di essere sulle montagne russe. Si lavorava sodo ma si rideva anche molto e intorno avevi solo amici, non colleghi. Vent'anni dopo, chi ha avuto la fortuna di esserci non lo dimentica.

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