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CULTURA

Artoni un giovane poeta di 92 anni

L'avvocato e letterato parmigiano torna a scrivere e pubblicare versi dopo un'interruzione durata più di mezzo secolo

Luigi Artoni

Luigi Artoni

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Riscoprendo (e confessando) una vena poetica squisitamente rinnovata e per tanto tempo tenuta quasi nascosta («Non scrivo. Ho tanti altri impegni. Ogni tanto, forse, un commento alla vita». - diceva) Gian Carlo Artoni ci consegna ora il suo «Il serpente piumato» (Diabasis edizioni), a cura di Paolo Briganti che vi ha apposto anche una postfazione assieme alla prefazione di Luigi Alfieri: un libro nato curiosamente quasi a ridosso dell'ancora recente «Lo stesso dolore e altre poesie nel tempo» che, a cura di Paolo Briganti, raccoglieva l'anno scorso, sempre per i tipi di Diabasis, la produzione più nota del poeta, quella uscita tra il 1949 e il '66. Tale produzione parve allora all'autore che necessitasse di una continuazione, di un perfezionamento e di un arricchimento che si sono realizzati in questi ultimi tempi attraverso la fitta corrispondenza Artoni-Briganti-Alfieri, un trio che si è rivelato vincente per l'amicizia ma anche , e soprattutto, per la poesia dentro questo nuovo volume che, richiamando il titolo di un famoso romanzo di Lawrence, ne evoca poi, quasi con una sorta di prudente fascino, le componenti umane, civili e antropologiche con quel senso che Lawrence immaginava nell'anima dei suoi messicani all'ombra dei vulcani, di uomini e di paesaggi che sono dei, gli antichi dei indigeni intrisi di misteriose vitalità. Conclude Alfieri il suo scritto proprio così: «Gian Carlo Artoni, passati i novant'anni e messi da parte (ma non del tutto) codici e pandette, è tornato ad essere, in una tarda primavera parmigiana, tiepida e odorosa di tigli colui che cerca, «der Suchende» come direbbero i tedeschi. Il poeta». Insomma, un novello Ulisse che si mette in mare affidandosi alle onde già prima solcate ma anche incontrandone di nuove, di inattese e di improvvise dentro e attorno a sé. E qui, davvero, «Il serpente piumato» ritrova una sconcertante novità. Chi ha letto e conosce «Lo stesso dolore» (Mondadori '63) e le raccolte che precedono questa, «Poesie» (Guanda '49), «La villa e altre poesie» (Mantovani '56), non potrà non provare una specie di stupore inoltrandosi nella storia del serpente piumato: «Mi sono innamorato della storia/ del serpente piumato:/ non è morto né nato,/ gli è bastata la gloria/ d'esser stato creato/ a futura memoria». Storia di riti e di miti che si perpetuano, ma che il lirico Artoni affronta oggi con particolare sicurezza di restituzione come uno stremato cavallo di battaglia: «Lo stremato/ cavallo di battaglia/ che carica/ anche a vuoto/ al primo squillo/ di tromba,/ mi somiglia/ se cerco/ nuova vita/ anche negli anni/ perduti,/ attraversati/ soltanto/ nell'attesa di almeno/ non morire». Anche Gian Carlo al modo del «viaggiatore» caproniano ha con sé una valigia piena di ricordi con «Lo stesso dolore e altre poesie»: essi sono ricordi, voci, luoghi, vacanze, esperienze, malinconie e nostalgie, trepide emozioni di incontri, fantasmi, amori, delusioni e rinunce: il tutto perpetuato al limite del possibile, della precaria varietà di qualche attimo, di qualche giorno, di qualche illusione: «è incanto rinnovato/ di un filtro irresistibile/ compagno (non per sempre, l'eterno/ non è del nostro esistere) di giorni/ consumati a vagare/ per strade sconosciute, alla ricerca/ di una fonte nascosta, che alimenti/ di nuovi sogni l'esausta/ sete che ci accompagna, della vita». Questa laica consapevolezza che affiorava nitidamente sino dal primo testo del «Dolore» a mo' di dedica: «Non venga/ per noi l'inverno/ e l'improvviso dolore/ della foglia che il vento/ distacca/ prima della certezza/ che ancora continuerà/ dopo la morte l'incanto/ d'essere insieme», è rimasta intatta, anzi accresciuta semmai nella sua suprema semplicità di rito e di misura, anche se - scrive Briganti: «a leggere la sequenza di queste nuove 111 poesie ci si accorge che via via qualcosa sta cambiando», salvo poi il dover riconoscere che la radice è viva, il timbro limpido e martellante e la felicità espressiva sempre quel «tempo della vita» che Bertolucci definì una volta per tutte «aritmia» del suo e del nostro cuore. In proposito, ha dunque ragione Briganti quando osserva che «Questo nuovo libro di Artoni è appunto la rivelazione, anzitutto a lui stesso, della persistente forza vitale dell'amore, proprio della pulsione amorosa, sensuale». Alla quale osservazione Artoni aggiunge la propria meditazione: «Non so se questo lungo/ silenzio solitario/ negli anni che ho trascorso/ percorrendo più strade/ parallele e lontane/ mi aiuta a migliorare/ questa parte di vita/ o se invece il ritorno/ nel campo che ho più amato/ e trascurato/ risulterà soltanto un vaporoso/ volare di farfalle, condannato/ a finire col giorno», che è, in fondo, l'estrema natura di un esame di coscienza, cioè il voto segreto di un fantastico dono di sè con la poesia, ma oltre la poesia, oltre lo slabbrato orlo degli anni e degli inganni. Correre per questa sua intima e riservatissima «recherche» è per il poeta approdato ad una gagliarda vecchiaia il segno di quella silenziosa gioia che il serpente piumato infondeva ai suoi adoratori in un sacerdotale rito d'esistere e persino d'immortalarsi, per quanto ne sia concesso a un poeta, «affidando il ritorno, almeno in parte,/ a quelli che avran letto le mie carte», le prime e le ultime, le lontane e le vicine, nel diario di un nuovo anno lungo e imprevedibile come tutte le umane vicende raccontate dalle nostre voci.
Il serpente piumato - di Gian Carlo Artoni - Diabasis, pag. 208,16,00

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Ironia e sofferenza affidate alla rima
Emilio Zucchi
Dalla morbida ma felicemente nitida sinuosità delle precedenti raccolte poetiche, Artoni passa ora, a più di cinquant'anni di distanza dall'uscita per Lo Specchio Mondadori del memorabile libro «Lo stesso dolore», a un dettato lirico che, in una certa misura, pare distaccarsi sia dal delicato, sognante struggimento di Attilio Bertolucci, sia dalla pacata ma implacabile luce delle visioni di Amedeo Bocchi. E, ben più che alla sommessa e pudica presenza dei due eleganti e intimamente inquieti autori parmigiani, evidente nell'Artoni degli anni '50 e '60, «Il serpente piumato» sembra ora aprirsi alla dolorosamente divertita e ironicamente sentenziosa cantabilità di Giorgio Caproni. Un elemento, questo, di indubbio interesse. E' infatti già notevole che un poeta, oltrepassato il novantesimo anno di età, decida di rimettersi a produrre dopo una misteriosa pausa durata più di cinquant'anni; figurarsi, poi, se la riapertura dei suoi cantieri lirici comporta una netta e quasi beffarda mutazione di registro stilistico! Artoni, per dare voce al tema della vita amata con gioioso e quotidiano entusiasmo, pur nell'angosciosa consapevolezza dei limiti biologici a cui essa è sottoposta, ricorre, in questo suo nuovo libro, a una metrica sincopata, franta, scattante di settenari, malandrina di rime assai frequenti (non c'erano nell'Artoni che suscitò l'interesse critico di Pasolini) e asprigna di irruenti versicoli. Altre volte è l'epigramma, a comprimere e far esplodere magistralmente l'ispirazione: «Io non riesco a descrivere/ la mia voglia di vivere,/ il non aver paura/ dell’ultima avventura». Ma nel libro non mancano liriche di elegiaca e sofferta intensità. Eccone, infine, una di particolare bellezza: «Questa gazza ferita,/ che mi ostenta/ l’antica dignità della paura/ e trascina le ali/ sfinite ed il suo cuore/ impazzito a un rifugio / imprudente, nel più fitto/ del bosco, verso l’unico luogo/ che nasconde gli agguati,/ me la sento vicina,/ come specchio/ di me stesso e per gli anni/ ultimi della vita».

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La gioia della Musa ritrovata

Luigi Alfieri
Pubblichiamo la prefazione della nuova raccolta poetica di Gian Carlo Artoni «Il serpente piumato».

Le prime sono arrivate leggere come farfalle bianche accompagnate dall’incanto di una nevicata in novembre. Inattese, ma desiderate. Commoventi. Ci mancavano da cinquant’anni le poesie di Gian Carlo Artoni. Ora, una mano delicata le appoggiava sul nostro computer, come la mano del bambino Attilio Bertolucci le depositava sul davanzale della finestra del precettore Cesare Zavattini, un centinaio di anni fa, al convitto Maria Luigia. Con candore, con pudore. Con l’ansia di avere un giudizio, con la gioia di raccontare un sentimento. «Cari amici – cominciava la mail, e poi – caro Luigi, poiché Tu, con Paolo, sei responsabile della mia decisione di ''riprendere il mare”, Ti accludo la poesia che Ti dedico e che intitolerei “Odisseo”, aspettando anche di sentire da Te e da Paolo se è bella: Non so se è una tardiva primavera / o un mite ultimo giorno dell’inverno / questa nuova stagione che matura / – come fanno le gemme al primo sole – / parole abbandonate nel silenzio degli anni. / O forse è questa la stagione / per riprendere il mare, per seguire / il canto tormentoso di sirene / sfinite nell’attesa./ Per salpare / con le vele spiegate, / alla ricerca / di un ignoto perché».
Ecco, poche righe sullo schermo di un computer, dolci, commosse e commoventi annunciavano la resurrezione del poeta, in verità mai morto. Era aprile. Pochi giorni prima era uscita per i tipi di Diabasis, col titolo «Lo stesso dolore e altre poesie nel tempo» l’omnia poetica di Gian Carlo Artoni. Un’opera voluta dal presidente della casa editrice, Mauro Massa, e curata dal professor Paolo Briganti.
A me il compito di raccontare il percorso di vita dell’autore, un percorso affascinante, misterioso, vario, il percorso di un attore che si è esibito su tante scene diverse, in tanti teatri del mondo. Un uomo dal multiforme ingegno. Polutropos, lo definii, come Omero definisce Ulisse. E rileggendo le sue poesie, vedendo l’entusiasmo che andava circondando la pubblicazione, ma, soprattutto, esplorando dentro la profondità della sua anima, Gian Carlo riscopriva in sé l’Odisseo nascosto ma non troppo, dalla polvere degli anni. «Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza» scrive Dante dell’uomo di Itaca e così, una bella notte, l’avvocato Artoni ha ripreso in mano la penna del poeta e ha ricominciato il suo viaggio alla ricerca della soluzione dei misteri della vita, dell’anima e dell’universo, laddove lo aveva interrotto mezzo secolo prima.
«Egregi signori Paolo Briganti e Luigi Alfieri, Cari amici»: ci siamo abituati a questa formula. Perché da aprile in avanti con una frequenza quasi quotidiana il poeta ritrovato depositava sui nostri davanzali elettronici una nuova poesia, sempre accompagnata da parole gentili, commosse. «Spero di non disturbarVi e sopratutto spero che il figlio di Paolo stia meglio. Nel timore di non avere più il tempo necessario, sto cercando di mettere a frutto in breve tempo i pochi appunti che ho accantonato in questi anni. In occasione di questi giorni di ponte, costretto a casa da un violento raffreddore, ho scritto questa poesia, di memoria padana. Spero che vi piaccia, anche se ve la consegno a futura memoria».
Oppure: «Spero di non stancarVi: mio padre Gaetano, ottimo avvocato e appassionato di botanica, mi spiegava che la campanula è un’erbacea con fiori a forma di campana di colore violaceo. Non so proprio perché mi è venuta in mente dopo tanti anni». E subito partivano versi azzurri e profumati per raccontare la vita pensando a un fiore, per giustificare le nostre esistenze descrivendo un colore, per indagare sulle vie del mondo, nella speranza di scoprire la Verità, appoggiandosi a uno stelo. Navigare attraverso la bellezza e la perfezione assoluta per scoprirne l’essenza; affrontare i misteri della vita; indagare. Cercare. Ecco: Gian Carlo Artoni, passati i novant’anni e messi da parte (ma non del tutto) codici e pandette, è tornato ad essere, in una tarda primavera parmigiana, tiepida e odorosa di tigli, colui che cerca, der Suchende, come direbbero i tedeschi. Il poeta. Odisseo che solca il mare infinito dell’esistenza. Der Suchende. Dapprima il poeta ritrovato ricordava molto il poeta perduto cinquant’anni fa. Temi simili, lo stesso linguaggio, lo stesso tormento che strisciava tra i versi. Poi, di farfalla in farfalla, di poesia in poesia, è uscito un Artoni nuovo, più aperto, più leggero, più trasparente. A volte giocoso, sempre pronto alla rima e all’assonanza. Incurante dell’antica austerità letteraria. Un uomo che si apriva come un fiore di mano in mano che scopriva (o riscopriva) il piacere di beffare il tempo. E Artoni il tempo lo beffa due volte: dilatando l’attimo coi suoi versi per renderlo eterno, da una parte, e dandogli una profondità nuova, dall’altra. La profondità che solo der Suchende, colui che cerca, il moderno Odisseo può dare alla vita.

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