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«Del '68 restano solo i diritti civili»

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Di Francesco Mannoni

Quale eredità ha lasciato il '68 alle nuove generazioni? Cosa di positivo per le ideologie nascenti, cosa di negativo è assoluta-
mente da evitare? Per il saggista e giornalista Marcello Veneziani, autore di «Rovesciare il '68» (Mondadori),  «il '68 ha esaurito la sua spinta propulsiva, ha già creato troppi danni e di conseguenza viviamo tra le carcasse e i rottami, e le sue idee sono un potere inacidito e sedimentato che va rovesciato per eliminare quel mix di fanatismo e nichilismo che produce una sorta di bestia strana che si può definire solo con un ossimoro: intolleranza permissiva. Il '68 è una rivoluzione fallita sul piano politico ed economico perché non ha rovesciato né il capitalismo né il potere politico che si opponeva; ma è una rivoluzione in larga parte riuscita a livello di diritti civili, di mentalità, di famiglia e di scuola. Il problema è che si tratta di una rivoluzione che si è fermata allo stato della dissoluzione: ha saputo rimuovere il passato ma non ha saputo sostituire nulla, se non il piacere e l’ebbrezza della dissoluzione.  Perciò di positivo vedo poco o niente. Semmai sono numerosi gli aspetti negativi e il primo danno credo sia il disprezzo della meritocrazia, che per me è uno degli effetti più cospicui del '68. La dissoluzione di un rapporto fiduciario tra padri e figli che ha annullato il senso della famiglia, è scoppiato proprio nel '68». Per Edoardo Sanguineti, poeta e scrittore, è difficile sezionare il positivo dal negativo: «Dire '68 - spiega - significa non dire niente per una ragione molto semplice: ci sono diecimila sessantotto, non solo perché è diverso quello che accade a Parigi, in Cina o nei campus americani, ma perché quello che capita a Trieste è estremamente diverso da quello che succede a Napoli. Quell'anno mi ero trasferito da Torino a Salerno e ho convissuto molto le reazioni studentesche perché ero all’università. Tutto ciò però è diverso da quello che accade nella sfera operaia nell’ambito delle elezioni. Nel complesso, se conta qualcosa di personale, accettai una candidatura simbolica, emblematica nelle liste del partito comunista, proprio per dissociarmi da come si configurava in Torino un '68 studentesco che, secondo me, rappresentava una reazione della piccola borghesia di fronte all’avvento dell’Università di massa. Andando contro i partiti e contro i sindacati si voleva formare un gruppo dirigente piccolo borghese che poi ha seguito tutti gli itinerari finendo o per lavorare per Berlusconi, o per rivolgersi negli anni Settanta al terrorismo. Io - aggiunge - ero per una posizione radicalmente apposta, che al potere dovesse andare una chiara visione realista e non già un’immaginazione. Purtroppo la storia fino ai giorni nostri è andata sempre più verso l’immaginazione e la seduzione».  Per lo scrittore Enzo Bettiza, che da poco ha pubblicato «La primavera di Praga» (Mondadori) il '68 italiano, è stato  «il più lungo, il più ripetitivo, il più carsico, il più colonizzato, il più trasformistico dell’Occidente europeo. «Il '68 italiano ma soprattutto occidentale - spiega Bettiza -, ebbe i suoi epicentri nel continente europeo tra Italia, Germania e Francia, e nel corso della storia, degli abbagli, dei daltonismi, degli ideologismi esagerati e falsi, monopolizzò completamente il senso innovativo del '68. Che cosa fu veramente, è difficile dirlo - aggiunge -. Per moltissimi aspetti ebbe un senso regressivo, tanto che ormai è assodato storicamente che il confine tra la cosiddetta contestazione studentesca e il terrorismo rosso era molto labile. Le frange inquiete del movimento studentesco si sono riversate con una certa naturalezza fisiologica nel terrorismo. Fu comunque un fenomeno rivoluzionario inane che non portò da nessuna parte coloro che cercavano la rivoluzione, e che invece erose, frenò e compromise lo sviluppo delle società democratiche che avevano potuto tollerare e superare il fenomeno dell’insubordinazione giovanile alla quale la massa della classe operaia aveva dato un contributo nullo. Parlare di aspetti positivi - precisa Bettiza - è quasi fuori luogo. La rivoluzione giovanile nasceva dalla noia e dal lusso di società che si possono permettere anche sogni rivoluzionari senza fare nessuna rivoluzione vera e autentica». Docente di letteratura italiana presso l’Università La Sapienza di Roma, scrittore e critico letterario, Giulio Ferroni, vede gli aspetti positivi del '68 nel cambiamento «dei rapporti interpersonali, e anche nei modelli di autorità, qualche volta anche esagerandoli. Il nostro modo di vivere quotidiano, i rapporti familiari, l’organizzazione della stessa vita: queste credo siano le cose che hanno resistito di più e hanno lasciato una traccia forte. Sono cose che, ovviamente, oltre che un aspetto positivo hanno anche un aspetto negativo. Tutta la parte più propriamente politica, il mito della rivoluzione, tutte le illusioni che erano collegate a questo, con quello che è successo nel mondo è crollato tutto, e ha dato origine a delle derive molto pericolose come il terrorismo. Volendo sintetizzare al massimo, nei paesi avanzati, la modernità è entrata nella vita quotidiana a tutti i livelli. E questo è un fatto importante ma contraddittorio». Storico, ma soprattutto critico dei costumi, lo scrittore e giornalista Giordano Bruno Guerri , è preciso nell’esporre bene e male del '68. «Il '68 come tutte le grandi spinte di trasformazione è stato un fenomeno complessivamente positivo, che però ha lasciato dietro di sé detriti e tracimazioni varie. Non mi vergogno di averne fatto parte anche se il mio '68 fu quello romantico dei Provos e dei Beatnik e non quello politico che mi risultò subito indigesto a partire dai libretti di Mao e della codifica del pensiero ricevuto dall’alto, che è la sua contraddizione. Di buono del '68 c'è rimasto che, avendo perso la guerra contro il potere, ha vinto però molte battaglie di costume: gli atteggiamenti privati, il vestire, l’acconciarci come più ci piace. Queste sono acquisizioni importanti insieme a quella fatta con il femminismo che è figlia del '68 e della pillola per una maggiore liberazione sessuale. Ci ha lasciato una eredità libertaria che può usare chi vuole. A parte il terrorismo - rileva - che probabilmente sarebbe nato anche senza il '68, il movimento ci ha lasciato i sessantottini, i quali ai livelli più alti hanno conquistato posizioni di potere e di prestigio che spesso non rispecchiano ideali giovanili. Ai livelli più bassi hanno per lo più formato una classe di insegnanti che al motto di ''combattiamo la scuola nozionistica'', non hanno mai studiato e gli effetti si vedono». Luciano Canfora, storico e saggista, ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari, è molto critico contro il '68 che definisce un termine non unitario: «E’ un fenomeno diversificato sia da paese e paese, sia da un ceto sociale all’altro, cosa che rende la visione d’insieme molto precaria. Anche la data, '68, è sbagliata. In Germania, dove il movimento ha avuto un’importanza superiore che altrove, le manifestazioni sono iniziate prima, precisamente dopo la morte di uno studente durante una dimostrazione contro lo scià di Persia a Berlino Ovest. Un elemento comune dell’autorappresentazione di questi movimenti ideologizzati degli studenti, era un richiamo al comunismo radicale. Anche in Italia il Pci fu un bersaglio del '68. Ma mentre credevano di essere ultracomunisti, in realtà erano ultraliberali. Di positivo ci resta la critica al bigottismo nella vita privata. Anche la sinistra era bigotta. Avevano introdotto stabilmente un costume che non era stato scalfito se non nei momenti eccezionali durante la liberazione, ma poi immediatamente si ricompose. Il bigottismo, conservatorismo un po' bieco sul piano dei comportamenti individuali, fu colpito a morte da quella vicenda. Ma non esistono acquisizioni eterne in nessun campo e già dopo due generazioni tutto cambiò. Non si può dire che sia una eredità stabile: lo fu per un certo numero di anni. Rispetto al bigottismo un consumo di maggiore libertà di pensiero e di condotta. Sul piano negativo credo che sia stato un danno enorme quello di aggredire i partiti storici della sinistra colpevolizzandoli come riformisti, traditori eccetera, lasciando sul terreno soltanto un cumulo di macerie».

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