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Urbe madre della bellezza

Le correnti stilistiche della prima metà del secolo scorso interpretate dagli artisti che lavoravano nella capitale. «Roma '900» alla Magnani Rocca fino al 5 luglio

Urbe madre della bellezza
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All’inizio del secolo scorso (1904) a Roma come reazione al vedutismo accademico, che privilegiava monumenti e rovine, si è formato il gruppo dei XXV della Campagna Romana nel quale è entrato anche il parmigiano Amedeo Bocchi quando si è trasferito nella capitale per continuare gli studi. Sono questi artisti che introducono la mostra «Roma 900» allestita alla Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo (fino al 5 luglio) con oltre cento opere provenienti dalle collezioni della Galleria d’arte moderna di Roma capitale. L’hanno curata Maria Catalano, Federica Pirani e Stefano Roffi (insieme al catalogo della Silvana editoriale) che propongono un percorso, ricco di esempi significativi, attraverso alcuni dei movimenti culturali e stilistici che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento. E tra i lavori dedicati alla campagna spicca il «Carro di fieno a Terracina» di Aristide Sartorio, immerso in una caligine luminescente che gronda sudore. Le opere di Gustav Klimt esposte a Roma nel 1911 hanno favorito la nascita della Secessione nella capitale: la «Violette» dipinta con tecnica divisionista dal napoletano Enrico Lionne (1913) è una «femme fatale» di stampo viennese. Qualche anno prima, invece, Giacomo Balla aveva dato voce al simbolismo con uno splendido ritratto di taglio fotografico di una giovane donna che gira il capo con uno sguardo curioso di sottile apprensione «Il dubbio». Armando Spadini e Antonio Mancini usano la luce in funzione dello stato d’animo mentre la luce «Nel parco» di Amedeo Bocchi sgorga dall’interno della giovane dama col largo cappello, seduta spregiudicatamente con le gambe accavallate sul bracciolo di una poltrona, e dilaga libera e canora nel verde del prato e degli alberi in una sognante panica armoniosità. Il futurismo, inneggiante al mito della velocità, viene qui proposto nel periodo successivo alla guerra: le imprese dei piloti avevano colpito i futuristi che davano vita all’aeropittura con le dinamiche visioni dallo spazio interpretate da Benedetta Cappa, che nel 1923 sposava Marinetti, Tato, Gerardo Dottori (con una «Natività» astrale) e Fortunato Depero, l’artista più rappresentativo del movimento. Ma il dopoguerra ha fatto soprattutto avvertire in tutta Europa l’esigenza di un ritorno all’ordine, della riscoperta dei valori della classicità recuperando il disegno, la perfezione della linea e nella scultura «la saldezza dei volumi». Nasceva il Novecento con figure semplici e voluminose, con nudi che rendono la scena più remota. Anche De Chirico, pur impegnato nella metafisica, ci ha lasciato un eloquente «Combattimento dei gladiatori». «La famiglia del pastore» di Mario Sironi è un capolavoro straordinario nella monumentalità dei pur umili personaggi che si fondono con lo scenario puro e silenzioso di una scabra essenzialità trecentesca. Mario Tozzi colloca tre bagnanti nudi «In riva al mare»in una tenera serenità che tre grosse conchiglie in primo piano rendono inquietante. E un’inquietudine pruriginosa serpeggia nelle attenzioni che riceve la rosea «Susanna» nel grigiore di una modesta quotidianità. Carrà invece preferisce il dinamismo della «Partita di calcio». Le nature morte sono variamene interpretate da De Pisis, Casorati, Savinio (con echi barocchi) e Trombadori (raffinatissimo). Tra gli scultori Marino Marini riecheggia il fascino dell’antichità nel suggestivo «Frammento» di un corpo in terracotta mentre la bellezza tornita dei corpi è espressa nei bronzi di Cataldi e Torresini. Nei ritratti suscita interesse quello del parmigiano Ettore Colla, massimo protagonista negli anni Cinquanta della scultura non figurativa, fondatore del gruppo Origine con Burri e Capogrossi: la sua «Giovinetta» (1926) ha il volto di una purezza che riecheggia lo spirito della classicità; l’«Autoritratto» di Marino Marini e la «Testa femminile» di Manzù sono invece aggiornati alla contemporaneità. Carlo Levi ci ha lasciato penetranti immagini di Alberto Moravia e Afro Basaldella. La presenza a Roma di Giuseppe Ungaretti con la sua esperienza internazionale ha avuto un effetto stimolante per Scipione, Mario Mafai e Antonietta Raphael che si proponevano di superare la fredda fissità stilistica di Novecento con una particolare attenzione alla luce e al colore che diventano le caratteristiche della Scuola romana che «segna l’avvento della composizione». C’è un nuovo modo soggettivo di vedere il paesaggio, l’ambiente di cui si cerca di cogliere gli umori come fanno Pirandello, Capogrossi, Mario Mafai con la splendida lirica visione delle «Case del Foro di Traiano» e la riflessione dolente sulla «Demolizione di via Giulia» che assume un drammatico ammonimento in Afro. Capolavoro di eccezionale intensità pittorica ed emotiva è il «Cardinal decano» di Scipione (1930) immerso in un’atmosfera visionaria barocca e controriformistica col porporato che, impietrito d’anni, siede immobile sulla sedia del potere, avendo sullo sfondo cupo e rossastro i simboli della Chiesa romana. Terminata la seconda guerra mondiale in Italia alcuni artisti si sono impegnati nelle tematiche sociali e politiche dando vita alla corrente del neorealismo che ha avuto in Guttuso il trascinatore mentre altri hanno seguito le novità dell’informale e dell’astrattismo. Si aprivano due fronti contrapposti qui esemplificati da Guttuso, Carlo Levi e Stradone sulla via del realismo, talvolta con accenti espressionistici, mentre la via dell’informale veniva percorsa da Capogrossi e da Turcato che nel «Comizio» (1950) con sottili e slanciati triangoli rossi evoca la partecipata atmosfera popolare con non minore efficacia espressiva delle bandiere guttusiane del «Funerale di Togliatti» (1972).

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