CULTURA

Magnani, l'arte della decorazione

Duecento anni fa nasceva a Fidenza il grande scenografo

Magnani,  l'arte della decorazione
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Quando si vanno ad ammirare i capolavori del Correggio nella Galleria Nazionale, difficilmente lo sguardo si alza verso il soffitto delle stanze decorate con monocromi motivi mitologici eseguiti nel 1835 in stile rinascimentale da Girolamo Magnani su incarico di Paolo Toschi, direttore dell’Accademia da cui il giovane era uscito due anni prima. Il fidentino aveva appena vent’anni ma già dimostrava di possedere quelle brillanti qualità di disegnatore che l’hanno portato ad essere uno dei più affermati pittori-decoratori e scenografi italiani della seconda metà dell’Ottocento. Girolamo Magnani era nato a Fidenza (allora Borgo San Donnino) il 22 aprile 1815, due secoli or sono: rimasto orfano del padre Giovanni Battista a 9 anni, si era poi trasferito con la madre Luigia e la sorella Serafina a Parma, dove frequentava l’Accademia di Belle Arti sotto la guida del maestro di prospettiva Giacomo Giacopelli e del maestro di pittura Giovanni Boccaccio, paesaggista romantico e istruttore di Maria Luigia. E la duchessa affidava al giovane promettente la decorazione del proprio bagno e della volta della biblioteca privata «due gioielli per la raffinata eleganza» purtroppo demoliti durante la guerra. Toschi, che sapeva giudicare gli allievi, dopo averlo visto disegnare gli aveva detto: «Sei nato scenografo». E la profezia si è avverata nel 1842 quando è stato chiamato a decorare il nuovo Teatro di Guastalla e gli è stata affidata pure la realizzazione delle scene dell’opera inaugurale, la «Lucia di Lamermoor» di Donizetti. Ma della sua straordinaria attività teatrale si è già occupato approfonditamente su queste colonne Giampaolo Minardi.
Le sue notevoli qualità di estroso decoratore e brillante paesaggista, capace di intrecciare realtà e fantasia, sono emerse poco dopo nelle pareti di Villa Bocchi a Pieveottoville dove tra motivi illusionistici ha inserito paesaggi boschivi con tempietti, castelli (uno ricorda quello di Torrechiara), chiese romaniche, ville neoclassiche e la piazza del paese in cui passeggia anche Antonio Marchi, proprietario della villa che appare sullo sfondo creando per chi guarda un curioso effetto di interno-esterno.
Nel 1848 è stato nominato professore dell’Accademia con la Cattedra di ornato, modellato e dipinto con uno stipendio di mille lire che gli ha dato la tranquillità economica cosicché il 29 novembre sposava Camilla Nalli «che – scrive Giovanni Copertini – gli fu vicino in ogni circostanza». Alcuni anni dopo il duca Carlo III di Borbone l’ha incaricato, insieme al direttore del Museo Michele Lopez, di visitare alcuni dei maggiori teatri europei così da trarre degli spunti per rinnovare l’interno del Teatro Regio (fino al 1849 Nuovo Teatro Ducale): ha quindi riprogettato tutta la decorazione, ad eccezione della volta, sostituendo quella neoclassica con una neobarocca, ricca e sfarzosa. Il 28 ottobre 1853 il Teatro è stato riaperto suscitando un enorme interesse per la nuova sistemazione per cui Magnani veniva chiamato a rinnovare i teatri di Fidenza, Reggio Emilia, Piacenza, Lucca e Brescia. In segno di riconoscenza il duca l’ha nominato Cavaliere dell’Ordine di San Lodovico. Parallelamente al lavoro dedicato ai teatri e al teatro, Magnani ha proseguito nell’attività di pittore decoratore di edifici con spirito colto ed eclettico. «Era un grande prestigiatore – ha scritto Roberto Tassi – un illusionista inquieto, come un viandante incantato percorreva le età della storia, gli stili, le culture più diverse, convocava sulla sua tela e vi faceva convivere frammenti di mondi disparati, non conosceva le barriere del tempo, né quelle della geografia, prodigava tesori di abilità, di energia, di intelligenza in grandi opere cui erano decretati pochi giorni di vita. Artista di inganni, aveva praticato la finzione del trompe-l’oeil e la finzione del teatro: questi infatti sono stati i due soli campi della sua sterminata attività». Un’attività ricca di prestigiose soddisfazioni come, ad esempio, la vittoria nel 1869 – insieme all’architetto Cipolla e a Cecrope Barilli - del concorso per decorare alcune sale della Banca Nazionale di Firenze. Quando nel 1860 il re Vittorio Emanuele II è venuto in visita a Parma, l’arco trionfale è stato ideato da Ernesto Piazza e Girolamo Magnani ha realizzato i motivi allegorici con numerose imponenti statue alte oltre tre metri. In ottimi rapporti con la famiglia Marchi, l’artista ha dipinto nel loro palazzo di Parma alcune stanze al piano nobile e il muro di fondo del giardino, di cui è rimasta l’immagine fotografica, e nel castello di Montechiarugolo alcune sale.
Gli anni Settanta hanno segnato l’apice della sua popolarità allorché, insieme a Cecrope Barilli per la parte figurativa, ha affrescato a Roma il Salone delle feste del Quirinale in cui oro, stucchi, fiori, cammei si sono fusi con raffinata eleganza mentre una prospettica balaustra ha dato maggiore profondità alla grandiosa scena celebrativa. Ha pure decorato il Gabinetto del Re e l’atrio della palazzina sulla via Salaria. Era il 1873: due anni dopo a Parma ha trasformato la Sala del Consiglio della Cassa di Risparmio in uno scrigno prezioso di monocrome figure mitologiche in rilievo, contornate da fantasiosi motivi fitomorfi mentre sulle cornici giocano vivaci putti di sapore correggesco vicino a fiori di varie specie, gioiosi colore e di vita; e l’artificio si prolunga verso l’esterno con le immagini delle quattro stagioni. «Poeta, storico, archeologo – ha scritto di lui il poeta Alberto Rondani – questo pittore ariostesco percorse tutte le civiltà, studiò tutti gli stili architettonici e ornamentali». Dopo aver illustrato la sala delle udienze della Corte d’Appello, nel 1880, insieme a Cecrope Barilli, ha affrescato l’aula del Consiglio comunale realizzando i fregi monocromi con medaglioni contenenti l’effigie di alcuni personaggi illustri e ha disegnato anche gli stalli dei consiglieri. L’anno seguente è stato nominato presidente dell’Accademia di Belle Arti. La pittura religiosa l’ha coinvolto nel rinnovamento in Duomo della Cappella Cantelli in cui nel 1882 ha dipinto con motivi neobizantini le pareti e la volta, dove nei medaglioni ha rappresentato i quattro evangelisti. E’ deceduto a Parma nel settembre del 1889 a 74 anni: due anni prima era stato colpito da una paralisi che l’aveva costretto a sospendere l’attività.

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