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Rousseau il "doganiere" realtà come fiaba

"Il candore arcaico", rassegna a Venezia negli spazi di Palazzo Ducale. Opere che uniscono semplicità e grandezza. Natura e figure umane rappresentate con originalità

Rousseau il "doganiere" realtà come fiaba

Un'opera di Rousseau

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Quando è morto nel 1910 a Parigi a 66 anni per la cancrena a una gamba, c’erano sette persone al funerale di Henri Rousseau il
«doganiere», che ha impiegato anni per essere sdoganato dalla critica come pittore, anche se in vita ha frequentato Apollinaire, Braque, Delaunay, Gertrude Stein,Jarry, Picasso che l’ha così elogiato: «Noi siamo i più grandi pittori del tempo, tu nel genere egizio, io in quello moderno». E non era una battuta perché la sua pittura ha la magia della realtà fissata nel mito tanto da diventare un punto di riferimento per molti protagonisti delle avanguardie storiche. «Che uomo meraviglioso era questo Rousseau!» ha scritto Kandinskij a Franz Marc, spazzando via tutte le critiche, le incomprensioni dei cronisti dei Salons e anche di quel pubblico che non apprezzava il suo genere arcaico così diverso dai modelli correnti. Intorno a lui, alla sua tribolata esistenza e alla sua pittura si è formata una leggenda basata esclusivamente sulla «naiveté», su una semplicità che qualcuno ha scambiato per semplicismo mentre esprime una ricchezza di pensiero che si traduce in armonioso incantesimo. L’hanno capito perfettamente i maggiori artisti e oggi questo intrigante rapporto viene esplicitato in una eccezionale mostra in corso al Palazzo Ducale di Venezia (fino al 5 luglio) nell’appartamento del Doge che si intitola «Henri Rousseau. Il candore arcaico» curata da Gabriella Belli, direttrice dei Musei civici di Venezia, e GuyCogeval, presidente dei Musées d’Orsay e de l’Orangerie, (come il sontuoso catalogo edito da 24ore cultura) i quali hanno raccolto dai più prestigiosi musei un centinaio di opere di cui una quarantina di Rousseau che si relazionano con quelle di tanti celebri pittori suoi contemporanei (Cézanne, Gauguin, Seurat, Morandi, Kandinskij, Ernst, Picasso) e di antichi maestri quali Delacroix, Goya, Van Scorel, Liberale da Verona.Ha cominciato a dipingere tardi Henri. Nato nel 1844 a Laval, aveva interrotto gli studi a sedici anni (il canto e il disegno erano le uniche materie che gli piacevano) e nel 1863 si era arruolato nell’esercito dove ha conosciuto alcuni soldati che avevano combattuto in Messico: i loro racconti gli forniranno lo spunto per le fantasiose descrizioni di foreste esotiche. Sposatosi nel 1869, nel ‘72 è diventato gabelliere del dazio. Negli anni seguenti gli nascono sette figli che muoiono tutti – ad eccezione di Julia Clemence – di tubercolosi come avverrà per la moglie. La passione per la pittura gli fa ottenere nel 1884, a quarant’anni, il permesso di poter copiare i quadri al Louvre e l’anno seguente espone già due opere al Salon des Refusés non venendo ammesso al Salon ufficiale. Consegue pure il diploma in violino all’Accademia Musicale eseguendo un proprio valzer. L’attività pittorica si fa sempre più intensa e nel ‘93 lascia il dazio con una modesta pensione che gli consente di darsi completamente alla pittura.Autodidatta, i primi suggerimenti li ha ricevuti da due professori accademici, Jean Leon Gérome e Felix Auguste Clement, che aprono il percorso scandito in otto sezioni. Rousseau si presenta nella seconda, barbuto, vestito di nero con la tavolozza in mano, appiattito e ritagliato sullo sfondo: un linguaggio che verrà ripreso da Garbari e Felix Vallotton ma che ha un precedente in Van Scorel perché Henri si trova debitore del passato e fonte d’ispirazione per i giovani artisti, letterati e poeti con il suo «particolarissimo realismo visionario». E la sua influenza sulla pittura del Novecento – sottolineano i curatori - «pervase oltre vent’anni di vita artistica europea». «La Guerra» o «Cavalcata della discordia» (1894), in cui una giovane con la spada sguainata cavalca sopra cadaveri straziati, è un capolavoro assoluto di disperata tragicità che regge il confronto con simili soggetti di Goya, Ensor, Bouguerreau. Ma i capolavori più amati sono quelli che rappresentano incantate foreste selvagge di una suggestiva bellezza arcaica dove tra fitti fogliami di una stupefacente varietà di forme e di verdi passeggiano teneri animali mentre altri si scontrano in lotte feroci con un candore primordiale. Un arcaismo ripreso da Carrà, Ernst, Brauner. Anche i quieti, lindi paesaggi campestri vivono in una realtà onirica e si differenziano da quelli di Gauguin, Seurat, Signac dove la tranquillità ha una pregnanza naturalistica senza stupefazione né candore. Nelle nature morte Henri viene messo a confronto coi sommi maestri quali Morandi e Cézanne in uno straordinario susseguirsi di opere in cui la qualità esce allo stato puro annullando distanze concettuali. Ancor più sorprendente e complesso è il rapporto con Franz Marc, Klee e soprattutto Kandinskij che ne sottolinea il valore della spiritualità da lui trasformata in pura astrazione. La sua semplicità ingenua raggiunge i toni più elevati nella rappresentazione delle persone che vengono osservate con occhi candidi quanto acuti così da accentuarne sentimenti e ambizioni con sottolineature al limite del grottesco ma autentiche. Sincera e rivelatrice è la caratterizzazione dei «rappresentanti delle potenze straniere» ma non meno incisivo è «Il biroccino di papà Junier» ritratto capolavoro di una famiglia borghese così come le «Nozze in campagna». Nei celebri «Giocatori di palla ovale» vuole fermare nel tempo il movimento con un’«istantanea fotografica». Nei ritratti viene confrontato con Frida Kahlo, Serusier, Maurice Denis, Diego Rivera, Carrà. Il «Ritratto di donna» (1895) è stato acquistato da Picasso che lo ha messo in evidenza in una festa data nel 1908 nel suo atelier, dove Rousseau è stato omaggiato da Apollinaire con una poesia: una serata con tanti brindisi ricordati dal capolavoro cubista di Picasso «La bouteille de Bass».

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