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Padre Paolino la gioia della carità

Vita e opere del religioso rimasto nel cuore dei parmigiani: l'aiuto agli orfani, la Resistenza, la colonia di Misurina

Padre Paolino

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Avventuriero di Dio, erede e successore di Padre Lino, Gatto rosso, Padre Paolino è ricordato a Parma in tanti modi. Ora viene presentato come il monaco in bianco e nero in «Le avventure di un monaco in bianco e nero», di Fiorella Perrone (Ed. Cantagalli, luglio 2014, pag. 190, euro 12.00. La Presentazione del volume avverrà giovedì 29 maggio alle 16.30 nella Biblioteca di S.Giovanni). In bianco e nero da quando all’età di 15 anni Cesarino, il terzo di quattro figli degli sposi Luigi e Maria Beltrami Quattrocchi (saranno la prima coppia di sposi beatificati da Giovanni Paolo II nella storia della Chiesa) entrò nell’Abbazia Benedettina di San Paolo fuori le Mura. Cesarino (che diventerà Padre Paolino) fu accolto al suo ingresso dall’Abate Schuster e con lui si instaurò da quel momento un rapporto che divenne indissolubile.
Mentre si avviava verso l’Abbazia di S.Paolo fuori le Mura sulla soglia di casa la sorella Stefania, detta Fanny, lo salutava dicendo «E’ la volta buona che il diavolo si fa frate!». L’ironia come sottolinea l’autrice è stata una caratteristica familiare che non è mai venuta a mancare a Cesarino-Padre Paolino in tutta la vita, che è durata 99 anni. Di questi ben 38 trascorsi nell’Abbazia di San Giovanni Evangelista a Parma. Vi era giunto nel 1928 quattro anni dopo l’ingresso in San Paolo e vi rimase fino al 1962. In quell’anno fece ritorno a Roma, alle Frattocchie, ed entrò nella Trappa.
Sentiva che non aveva più tanto tempo davanti a sé (avrebbe vissuto altri 46 anni!) e allora scriveva «ecco perché non basta più San Paolo o San Giovanni, ci vuole Trappa!». Gli anni di Parma sono stati gli anni centrali del suo Ora et Labora, e sono quelli che più hanno dato a noi parmigiani della sua attività pastorale, della sua amicizia e carità.
Per le sue doti naturali e per il messaggio evangelico fatto proprio si può dire che Padre Paolino visse la regola del «Non abbiate paura!». Il tratto peculiare della sua lunga esitenza (99 anni) è stato il coraggio! Le sue decisioni sono sempre state improntate dal coraggio cristiano del «Se Dio è con te chi sarà contro di te?». Da cappellano militare chiese di essere inviato al fronte, in prima linea dove i soldati avevano più bisogno di assistenza. Dopo l’armistizio entrò nelle file della Resistenza e nel febbraio del 1945 compì la missione di attraversare la linea gotica per portare documenti segreti al Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi. Missione avventurosa svolta a piedi, in bicicletta, con tutti i mezzi disponibili, in territorio ancora sotto i tedeschi, che gli valse la medaglia d’argento al valore militare.
Il volume è corredato da una serie di bellissime foto e in una di queste si vede alla sfilata per la Liberazione del 25 aprile in Piazza Garibaldi il cappellano Padre Paolino «medaglia al petto e voce in capitolo» (Giorgio Torelli). Era stato chiamato sul palco dal comandante Arta, poi prefetto di Parma Giacomo Ferrari, e il suo discorso che aveva richiamato alla «Giustizia estrema, ma non alla violenza» aveva infiammato e conquistato tutta la piazza. Nel 1944 era stato nominato cappellano delle carceri di Parma, incarico che per anni era stato di un frate francescano, Padre Lino. Un frate che è rimasto nel cuore di tutti i parmigiani. Alla sua morte i detenuti vollero costruire loro stessi la bara. «Il corteo partì dal carcere, tutti lo seguirono e tutti alla conclusione tornarono in cella» (pag. 48). Padre Paolino nella sua ultima visita a Parma volle visitare la sua tomba e di fronte a essa disse «tutta la mia attività si è ispirata a Padre Lino» (pag. 48). Nel carcere di San Francesco Padre Paolino ha continuato la sua opera di assistenza ai detenuti. «Ricordo con precisione - scriverà in una lettera del 1998 - che fra l’agosto e il settembre del 1944 Riccardo Barilla (il padre di Pietro ai cui figli la lettera era indirizzata ndr) venne preso in ostaggio dai partigiani. Pietro che era al corrente delle ''mie amicizie pericolose'', ero negli alti vertici della Resistenza, venne subito da me perché mi interessassi del riscatto di suo padre e del gruppo preso in ostaggio. Potei effettuare la mediazione e nacque un rapporto di amicizia vero». Padre Paolino si era fatto garante di Pietro Barilla e del suo gruppo di detenuti e tutti furono liberati nel giro di pochi giorni. Sempre nel 1944 Parma subì il bombardamento degli alleati nel centro della città. Ci fu il problema dei detenuti nel carcere di San Francesco, situato nel cuore della città. Scrive Rosangela Rastelli nel suo «L’avventuriero di Dio» Padre Paolino «riuscì a trasferire 24 detenute, molte di cui prostitute, tutte figlie di Dio, e a sistemarle presso l’asilo delle ignare suore di Torrechiara». Alcuni anni dopo nel Natale del 1954 Padre Paolino recita ancora la messa di Natale per i detenuti del carcere di San Francesco. Tra i detenuti si trova Giovannino Guareschi. All’omelia riprende le parole dell’ultimo capitolo di Don Camillo «anche nella notte più cupa continuerà a sentire nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa». La citazione era inequivocabile. «La citazione in codice aveva colpito nel segno. Forse il Cristo di Don Camillo annuì sorridente col capo. Terminata la messa Giovannino Guareschi venne in sacrestia, mi abbracciò. Non dicemmo una parola. Solo un Grazie con voce velata» (pag. 96). Il ricordo di Padre Paolino a Parma rimane intatto negli anni ed è legato alle sue omelie che attiravano grandi folle alle Messe domenicali in San Giovanni e fustigavano i costumi dei parmigiani. E alle opere di carità e di assistenza sociale. Dalla Opera Pontificia di Assistenza (O.P.A.), alla Scuola per Assistenti Sociali e soprattutto alla Casa-Colonia di Misurina che ha ospitato centinai di bambini parmigiani nel dopoguerra e che negli anni si è trasformata nella Casa per la Cura dell’Asma infantile. Nel 1945 Padre Paolino con il suo innato coraggio (e l’aiuto decisivo del suo amico Pietro Barilla) aveva comperato nel cuore delle Dolomiti, sulle rive del lago in cui si specchiano le Tre Cime, i Cadini e il Cristallo, il Grand Hotel Misurina. L’albergo aveva ospitato reali di Austria e di Italia, poeti e autorità di ogni genere. Padre Paolino aveva in mente i bambini orfani di guerra, malnutriti e affamati dei borghi e delle periferie e della campagna di Parma. E’ diventata la colonia di centinaia e centinaia di bambini e ragazzi della nostra città. Anche nella Trappa la sua attività di Ora et Labora non fu meno intensa. Un grande impegno lo dedicò all’attività di postulatore delle cause di beatificazione, a cominciare dai martiri della Cina Comunista. La ricerca dei documenti storici relativi a quei monaci trappisti lo ha portato a viaggi avventurosi in Cina e in altre parti del mondo. «E dire che i suoi amici parmigiani erano preoccupati che da trappista si andasse a rinchiudere !» (Rosangela Rastelli).
L’Abate Schuster che l’aveva accolto nell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura a Roma era diventato Arcivescovo di Milano e poi Cardinale. Ma era rimasto sempre il suo amato Padre Abate. «Dovette essere perciò assai toccante per lui seguirne la causa di beatificazione, un’emozione forse seconda solo a quella della beatificazione dei suoi genitori» (pag.146). Il volume si chiude con il «Commiato …. non patetico» scritto da Padre Paolino nel dicembre 2005, con la precisazione (la sua ironia resiste nel tempo) che non ha nessuna fretta di partire. Né velleità di procrastinare. E dà un gioioso arrivederci lassù a tutti. E dobbiamo intendere in primis a noi parmigiani!
Le avventure di un monaco in bianco e nero
di Fiorella Perrone
Cantagalli, pag. 190, 12,00

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