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Anime ferite, vertigine del colore

«Arte e follia. Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi», opere al Labirinto della Masone di Fontanellato. Oggi l'inaugurazione

Anime ferite, vertigine del colore
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E’ l’anno di Antonio Ligabue (Zurigo 1899- Gualtieri 1965) e di Pietro Ghizzardi (Corte Pavesina Viadana1906-Boretto 1986), divenuti protagonisti di percorsi espositivi che raccontano attraverso opere giànote ed altre ancora sconosciute la passione pittorica di questi originali artisti. E’ l’anno di Expo e queste loro vicende d’arte e di vita sono al centro dell’interesse forse proprio per quel rapporto stretto che li legò alla terra ed a una civiltà contadina che andava perdendo le proprie radici, affini per identità territoriale, per necessità e sentimento. L’anello di congiunzione è l’essere stati entrambi artisti autodidatti, fuori da ogni schema accademico, artisti selvaggi e primitivi, diseredati ed emarginati, dotati di una «folle genialità», attraverso la quale hanno saputo elevarsi umanamente e artisticamente lasciando nelle opere significativa testimonianza del loro vissuto. Entrambi hanno concepito l’ arte come un importante e indispensabile strumento per fissare passioni travolgenti e inquietudini della mente, per trovar spazio nel tessuto sociale e raggiungere un riconoscimento umano e intellettuale. Dalle loro opere esala il profumo della vita vera, cruda e reale, aspetto questo che ancor oggi li rende straordinariamente contemporanei e attuali.
In questo contesto la Fondazione Franco Maria Ricci e il Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue all’interno del circuito ufficiale Expo, hanno ideato la mostra «Arte e Follia. Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi» curata da Vittorio Sgarbi e organizzata da Augusto Agosta Tota. La mostra inaugura oggi alle 18,30 (apertura al pubblico da domani) al Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, a Fontanellato, che apre al pubblico con questa proposta. Il percorso si compone di 30 opere di Antonio Ligabue e 50 di Pietro Ghizzardi, di cui 9 inediti e celebra i cinquant’anni della morte di primo anticipando i trent’anni delle morte del secondo, in un confronto che permette di individuarne le caratteristiche peculiari. Ecco, dunque, Ligabue e Ghizzardi che raccontano insieme se stessi e la loro vicenda individuale, illustrano il loro personalissimo mondo creativo, unici nel loro genere, contemporanei nel limite ristretto di una topografia padana di pianura inventata e riscritta dal lavoro dell’uomo. Entrambi hanno conosciuto la marginalità sociale, le difficoltà dell’esclusione e della povertà, la modestia di una formazione e di un bagaglio culturale che li obbligava a cercare in se stessi i motivi per un’iconografia che ricostruisse il loro mondo fantastico, permettesse loro di comunicare con gli altri e raccontare le emozioni più profonde e autentiche.
Entrambi hanno quindi creato un linguaggio artistico assolutamente personale, al di là e al di fuori di scuole, maestri e modelli: una affabulazione delle metafore della loro esistenza, dei loro sogni e dei loro desideri. Entrambi hanno raggiunto vette di alto livello, maestri geniali dell’arte del XX secolo. Le opere figurative di Ligabue, dense e squillanti di colori, traboccano di nostalgia, di una violenza ancestrale, di paura e di eccitazione, di dettagli minuziosi, che affondano le radici nell’attenzione rivolta alle scene di vita campestre, vissute nel profondo e rielaborate attraverso una prodigiosa memoria visiva. Nelle esotiche foreste è la fantasia che scava nell’intimo dell’artista fino a rappresentare la violenza dell’uomo nella metafora di animali, espressione di tutta la potenza della natura, dell’esplorazione del conflitto, dell’ineludibile necessità della sopraffazione.
E poi gli Autoritratti, quasi seriali, definiti da immagini simbolo come la farfalle, difficili da penetrare se non in una visione di conflittualità, ma anche, forse, in un rapporto diretto, privato, con la propria immagine fra le tensioni di una forza indomabile, di una delicatezza sottesa, di una fierezza sofferta che comunque alberga dentro di lui, selvaggio e imprevedibile nel rapporto col mondo.
Fra gli inediti di Pietro Ghizzardi troviamo Cesira del 1968; Romantica del 1961; Clarissa del 1970, opere tutte dedicate a quel mondo femminile che rappresentò per l’artista «luogo» d’ispirazione e di turbamenti. Le figure femminili, i volti di donne comuni e i corpi seminudi sono icone imprescindibili: immagini di donne sognate o viste, contadine, prostitute, ma anche volti di attrici prelevate da manifesti cinematografici e dai rotocalchi che trovano spazio nei collage.
L’artista usava carbone, fuliggine e colori naturali prodotti con modesta alchimia domestica utilizzando come supporto pittorico il cartone. Questi «fogli» molto spesso altro non erano che scatole usate recuperate e rimodellate, fino a divenire luogo «ideale» su cui fissare l’immaginario, una genialità artistica capace di trasformare gli incubi in incantate visioni colorate, gli ordinati filari di pioppi in giungle popolate da belve feroci. Anche il suo mondo di animali è il mondo di una umanità che si proietta negli animali, legame stretto questo che lo allinea con Ligabue perché entrambi sono abbastanza distanti dalle certezze del mondo da poter dire qualcosa di universale. E questo lo sguardo «folle» e sincero che si apre agli occhi dello spettatore negli spazi adibiti a mostre del labirinto, racchiuso da fittissime siepi di bambù. Qui, gli edifici ospitano la galleria delle collezioni Ricci, un grande bookshop, caffè e ristorante, la biblioteca bodoniana, l’archivio della casa editrice e sale per molteplici iniziative. La mostra è documentata da un catalogo edito da Franco Maria Ricci con testi di Vittorio Sgarbi, Marzio Dall’Acqua, Pascal Bonafoux e Gianfranco Marchesi.

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