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Ghedini, musicista da riscoprire

Cinquantesimo anniversario della morte. Nel suo stile un ritorno al Rinascimento unito alle inquietudini del '900. Un importante compositore che insegnò a Parma e si distinse per la produzione cameristica

Ghedini, musicista da riscoprire

Giorgio Federico Ghedini

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A l Conservatorio di Parma il nome di Giorgio Federico Ghedini è legato a un’apparizione in anni particolari, dal 1938 al 1941, quando ricoprì la cattedra di composizione per poi lasciarla a Gaspare Scuderi e passare al Conservatorio di Milano prima a insegnare composizione, avendo tra gli altri come allievo Guido Cantelli, poi a dirigerlo per undici anni dal 1951.
Alla classe di composizione a Parma, che era stata di Pizzetti e Malipiero, Ghedini arrivò in sordina, dopo l’insegnamento torinese alla Scuola di Canto Corale del Comune e al Liceo Musicale (per diciotto anni), crescendo un manipolo di allievi che avrebbero fatto carriera in aree musicali disparate: Narciso Sabbadini dirigerà per trent’anni dal 1954 la Scuola di Musica di Mantova portandola al grado di Conservatorio; Elio Pochettini, alessandrino, diverrà partigiano e poi docente di armonia complementare ed esercitazioni orchestrali al Conservatorio di Milano; Nando Caleffi entrerà coma pianista nella compagnia dialettale di Italo e Giulio Clerici; Adalberto Genovesi diverrà preside di scuola superiore, compositore dilettante e saggista. Ma i due allievi più fortunati di Ghedini a Parma furono certamente Giuseppe Spotti e Fulvio Vernizzi. Il primo, dopo aver lavorato nell’orchestra di Gorni Kramer, divenne autore di canzoni di successo negli anni Cinquanta («Per tutta la vita», «Per le tue mani» questa, ripresa come cover anche da Mina); Vernizzi, di cui lo scorso anno si è celebrato il centenario della nascita a Busseto con una mostra alla Biblioteca del Monte di Pietà, è stato uno dei maggiori direttori d’orchestra del dopoguerra, guidando le compagini Rai di Milano e Torino e l’Orchestra Sinfonica di Kyoto.
Compositore fra i più problematici e difficilmente collocabili del secolo scorso, sarà anche per questo che il 25 marzo il cinquantesimo anniversario della morte di Ghedini è passato in sordina, il che non pare solo mancata focalizzazione di un personaggio, semmai un difficile inquadramento del nostro Novecento da parte di una cultura musicale che in Italia appare ormai scissa fra musicisti e musicologi, fra prassi e accademismi, in ogni caso in comunicazioni che troppo spesso passano sopra la testa del pubblico. In alcuni casi si trattava anche di avere buona stampa: e Ghedini non era uno che si facesse in quattro per apparire. Nato a Cuneo nel 1892, la sua fama è sempre stata quella di un isolato, se non addirittura di un provinciale, cannibalizzato fra le due guerre dalla fortuna di Pizzetti e Casella, così eloquenti nell’esplicitare i propri programmi e così aperti ai circoli culturali.
Ghedini invece era uno che parlava poco, quasi si nascondeva, corroso dall’autocritica e dalla consapevolezza di una preparazione circoscritta alla musica e che nella musica spendeva tutta la dimensione del suo impegno, anche civile. «Le musiche tecniche durano come la moda d’un abito: quelle che cantano sono eterne»: non fu dunque infatuazione ma percorso consapevole la sua attrazione per la musica rinascimentale, lo studio del madrigalismo, il rifiuto del verismo maturato nella vicinanza al Teatro di Torino di Franco Alfano, senza pedanterie da filologo o da archeologo, ma come chiave d’accesso al sentimento e all’espressione, vale a dire ciò che considerava i fondamenti della musica.
Nulla a che fare dunque con neoclassicismi d’accatto, cecilianismi fuori orario, filologismi ante litteram: la scoperta nel mondo rinascimentale e barocco di una melodia che diventa pittura e forse anche gesto, di armonie contrastanti, di pura tradizione italiana – qui c’è anche una non secondaria componente nazionalista – spiega tanto il suo atteggiamento polemico verso le avanguardie e la musica cerebrale (nello stesso cestino aveva buttato senza scrupoli Wagner, Debussy e Richard Strauss), quanto l’approdo tardivo al teatro, compiuto attraverso alcuni meritati fallimenti.
Nel teatro («Re Hassan», «La pulce d’oro», «Billy Budd», «L’Inferno») come nelle musiche di scena, Ghedini trovò la prima valida applicazione di quella libertà che gli veniva offerta dal mondo musicale del Cinque-Seicento, cioè la possibilità di cercare vesti espressive per i testi senza mai cadere in eccessi didascalici o addirittura nell’estetismo: col che forse non si accorgeva di inclinare un poco verso il tardo romanticismo, ed è per questo che il vero Ghedini va secondo noi cercato altrove.
Ascoltando i due Poemi (1932) e la seconda Sonata per pianoforte e violino (1922) di Ghedini il 13 marzo scorso con Maurizio Cadossi al violino e Lucio Cuomo al pianoforte nell’ambito di una serie di serate musicali all’Istituto Fra Salimbene di Parma – forse l’unica occasione in città con cui è stato ricordato il cinquantesimo della morte di Ghedini – l’impressione del restauratore d’antichità lasciava il posto a un un uomo che viveva sulla sua pelle la crisi della civiltà contemporanea.
Per dire, i due strumenti che nella Sonata convergono e divergono a ondate e l’inquieta passacaglia finale sono gesti solo fintamente brahmsiani: la passione non è incapsulata nella nostalgia, ma si incanala in una specie di sdrucitura smisurata. Il primo dei due Poemi è addirittura una continua oscillazione fra disfacimenti tonali e timbriche gelide – e pensare che era il periodo di maggior fanatismo madrigalistico del giovane Ghedini.
È dunque la dimensione cameristica, che costituisce la maggioranza del suo catalogo, a individuare un Ghedini altro, un Ghedini non riconducibile a definizioni univoche, un Ghedini che tende all’impegno senza mai afferrarlo pienamente, ed è da qui che si potrà trovare il possibile punto di partenza per un recupero di questo compositore sfaccettato e sottovalutato, fiducioso in una musica in grado di esprimere valori umani eppure così critico verso se stesso e per questo divorato da un’ansia di superamento che giovava tanto alla sua ricerca e poco a se stesso. In questo senso la miglior sintesi è quella di Franco Alfano riportata nel 1947 da Fernanda Pivano: «Cosa volete, Ghedini è fatto così. Se si dimentica un momento di essere Ghedini, parla male di Ghedini».

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