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Armando, libri e umanità

Armando, libri e umanità
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Giuseppe Marchetti
Compiendosi un anno dalla morte di Armando Marchi, gli amici lo ricorderanno domani nella Biblioteca Palatina alle 16 assieme ai suoi familiari con una serie d'interventi che ha per titolo «Ricordare Armando. Percorsi di una vita fra libri e ricordi».

Saranno presenti Davide Barilli, Antonio Mascolo, Giulio Sapelli,  chi scrive queste note e  altri amici di Armando. Un profilo di Armando deve per forza partire  dall'affetto che ci legò. Noi, provenienti da generazioni, studi e impegni diversi avevamo in comune uno scopo: quello di formare un gruppo che fosse in grado di ripetere, sia pure attraverso esperienze condizioni di lavoro e umane differenti, la suggestiva immagine di una cultura parmigiana degna dei momenti migliori dell'aurea Parma settecentesca e dei vivaci interessi che l'indimenticabile civiltà dei caffè aveva creato negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Marchi, che proveniva da una profonda conoscenza del XVIII secolo in Francia e in Italia, collegava, a nostro giudizio, molto bene i nostri intendimenti. Aveva lavorato nella casa editrice Pratiche. Sarebbe transitato successivamente  alla Guanda e poi verso un'altra casa editrice di prestigio come la Boringhieri dopo aver dato il proprio contributo anche agli Editori Riuniti. Ma Marchi non poteva dimenticare il lavoro che si era espresso per lui in quel volume «Dovuto all'abate Chiari. Appunti sul romanzo del Settecento italiano» e nei successivi lavori dedicati a Castione della Torre di Rezzonico altro non minore testimone della nostra cultura e delle sue aperture europee. A questi lavori si aggiunse l'impegno del cosiddetto «secondo Raccoglitore» negli anni Ottanta che Baldassarre Molossi volle mettere alla prova per rinverdire le ottime esperienze del primo degli anni Cinquanta. L'esperimento ripartiva ancora una volta dalle pagine della vecchia ma sempre nobile «Gazzetta». Fu pensata una nuova grafica, fu disegnata una nuova impaginazione e Armando si circondò di nuovi collaboratori tra i quali spiccava Marzio Pieri. Il  «Nuovo Raccoglitore» però era destinato a perdere, via via che il tempo passava, i suoi pezzi migliori.  Anche Marchi si accorse di questa lenta rinuncia che era nello stato delle cose, non nell'incapacità dei collaboratori di realizzarle. Quando il supplemento si chiuse diventò responsabile della Guanda, tornata dopo molti anni a Parma nella sede di via Repubblica. Dopo le esperienze nell'editoria trovò in un ambito molto particolare della Barilla la sua nuova attività lavorativa.  Ma i suoi progetti non si spensero, anzi tornavano più e più volte sotto il segno acuto e stimolante di contributi critici di notevole impegno e livello letterario dove avvertivi facilmente sia la nostalgia per gli studi passati, sia il bisogno di proiettarne nel presente l'importanza e la necessità, con lucida ironia e piena consentaneita di vita e di convinzioni.  

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