Il racconto della domenica

L'amore nell'orto

Rubrica: il Racconto della Domenica

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Un rospo viveva solo in un orto. Non aveva famiglia con cui parlare ed era triste. Dormiva accoccolato sui suoi anelli di grasso, piccolo gradevole budda, o gironzolava mangiando gli insetti che danneggiavano la fresca verdura. Un giorno ebbe desiderio di vedere un poco il mondo: uscì dall’orto saltellando e ansimando sotto il sole, gemma splendida del giorno.
Oltrepassò la siepe, saltò il fosso e si trovò in un’aia dove galline, faraone, pulcini, anatre chiacchieravano tra loro senza un attimo di sosta. Quanta gente! pensò il rospo. E siccome era un poco timido, rimase in un angolo a osservare. C’era anche un gatto nero che, sdraiato al sole, si spulciava con un atteggiamento così beato e indifferente che faceva invidia a guardarlo.
Un cane invece vigilava e, appena una gallina si allontanava dall’aia la richiamava: «Dove vai, signorinella: non credere di poter fare ciò che ti pare. Figuriamoci-. Il rospo pensava: come sono tutti amici, devono vivere bene così in compagnia. Fu allora che vide una giovane faraona passeggiare sull’aia come una gran signora. Danzavano sul corpo snello piume grigie sfumate di rosa e azzurro, i bargigli sfacciatamente rossi e le zampe lunghe lunghe e diritte, molto eleganti. Quanto è bella, pensò il rospo. Se ne innamorò tanto che desiderò sposarla. Non osava però farsi avanti, esso che appena sapeva parlare. Era vissuto sempre isolato! Non riusciva a trovare le parole adatte per farsi intendere da quella splendida creatura. Si fece coraggio e saltellando avanzò.
Nell’aia tutti lo guardavano ed esso diventò rosso per la vergogna. «Crac… crac… - disse - faraoncina mia, sei bella come il sole». La faraona, dall’alto del suo lungo collo, lo guardò sdegnosa e rispose: «Come osi, tu brutto rospo! Io sono una nobile faraona». Il rospo chiuse gli occhi per l’emozione e rispose con un fil di voce: «Non ne dubito, cara. Io chiedevo se mi vuoi sposare». Sull’aia tutti risero. Anche il gatto, che sempre pensava ai fatti suoi, sorrise ironicamente tra i baffi. Soltanto il cane, dalla sua austera mole, urlò: «Ebbene, è il modo di comportarsi? Vergognatevi, anche tu nobile faraona».
Nessuno l’ascoltò. Ridevano anche i pulcini vedendo ridere i grandi, ridevano così volentieri che il rospo, nonostante tutto pensò: come sono carini e innocenti. Aveva il cuore pesante e due lacrimoni gli inumidirono gli occhi. Pensò: piangere qui, davanti a tutti…, mai! Salutò con un goffo cenno del capo e tornò sui suoi passi. Quando fu sulla riva del fosso, si specchiò nell’acqua e vide un brutto coso verde e gonfio con occhi che parevano palline di vetro. Pensò: quanto sono brutto. Non lo sapevo. Allora pianse fino a sera. Soltanto quando fu buio tornò nell’orto. Una minuscola verza, rotonda, così rotonda da sembrare una palla, verde come le foglie del gelso, armoniosamente delicata e sorridente, era rimasta tutto il giorno preoccupata per la sua assenza. Non era riuscita ad addormentarsi. Come udì il passo del rospo prese ad aspettarlo, al chiarore di una bianca luna. Lo udì piangere e dire: «Chi mai potrà volermi brutto come sono. Quanto sono sfortunato!». La verza, che gli voleva bene, fu piena di tenerezza: «Rospo - chiamò - rospo». «Chi è - rispose il rospo-, chi mi chiama». «Sono la verza». «Ebbene - borbottò il rospo -, che cosa vuoi». «Nulla, non posso dormire. Volevo parlare un poco con te. Finalmente sei tornato!». «Perché - chiese il rospo -, hai notato la mia assenza?». «Certo - rispose la verza - è tutto il giorno che ti cerco: ho chiesto ai passeri, alle rondini, ma nessuno ti aveva visto». «Ohhh - fece il rospo -.Sì, continuò la verza, ero triste senza di te». Il rospo la guardò incredulo. «Senza di me? Ma se sono tanto brutto». «Brutto? Chi te lo ha detto. Tu non sei brutto: sei interessante, educato… pressappoco come Bogart, un attore lontano nel tempo». «Davvero, mormorò il rospo intenerito, dici davvero verzolina mia?» «Sì, sì» fece la verza.
Era tanto commossa che non poteva parlare. «E tu, mi sposeresti?» chiese il rospo con un filo di voce. «Certo» rispose la verza. Il rospo s’accostò felice alla bella verzolina. Non si sentiva più solo, ora che qualcuno gli voleva bene. Nacque così un amore bellissimo, fatto di piccole quotidiane attenzioni, di scherzi dolci inventati con la poetica fantasia dell’amore. Un amore vero nell’orto, quale semplice meraviglia.

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